70 anni di complicita’ dell’Onu nell’apartheid in Palestina
luned 29 gennaio 2018

70 anni di complicita’ dell’Onu

nell’apartheid in Palestina

 

 

di Soraya Misleh

Più di seimila rifugiati politici, 5 milioni di rifugiati nelle campagne nel mondo arabo, migliaia nella diaspora o sottomessi con occupazioni e razzismo in modo disumano. Questa la situazione dei palestinesi, dopo 70 anni dalla raccomandazione fatta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con al capo il brasiliano Osvaldo Aranha, con un territorio diviso tra stato ebreo e arabo, senza considerare l’opinione del popolo.
In quel fatidico 29 Novembre del 1947, l’organismo internazionale allora appena creato – originato dalla Lega delle Nazioni nella seconda guerra mondiale – ha dato il via a una delle maggiori ingiustizie dell’era contemporanea: la pulizia etnica in Palestina, che è sfociata nella creazione dello stato di Israele il 15 Maggio del 1948 (la Nakba – catastrofe per gli arabi), consolidando il progetto sionista di una costituzione di uno stato omogeneo a maggioranza giudaica. Dopo 12 giorni dalla raccomandazione dell’ONU, che proponeva di concedere il 50% della Palestina a un movimento coloniale, iniziarono i massacri e le espulsioni nelle città palestinesi. In pochi mesi, due terzi della popolazione si ritrovò a essere rifugiata, 800.000 abitanti nativi, con la distruzione di 500 villaggi, come viene descritto da diversi storici. Da allora, la società palestinese rimane frammentata: le famiglie, divise e disperse per il mondo, alle quali viene impedito di ritrovarsi nella propria terra, la Palestina occupata.
Inoltre, nonostante varie ondate di immigrazione di ebrei, provenienti soprattutto dall’Europa dell’est e dall’Europa centrale, introdotte dal movimento sionista alla fine del secolo XIX, nel 1947 gli ebrei non costituivano che il 30% del totale della popolazione; la maggioranza erano musulmani, con alcune comunità cristiane o laiche.
Gli ebrei palestinesi hanno sempre rappresentato una minoranza. Israele, con la sua politica di colonizzazione, ha trasformato definitivamente quella terra in un luogo in cui non c’erano più distinzioni di credo o etnia. Al suo posto, ha stabilito un regime di apartheid istituzionalizzato che dura tutt’ora.
Con la benedizione delle grandi potenze e lo sforzo decisivo dei diplomatici di paesi come il Brasile, nel quale all’epoca si intravedeva la possibilità di avvicinarsi al nuovo imperialismo - gli Stati Uniti – lo stato che oggi si autoproclama ebreo, fu creato nel 78% della Palestina storica. Inoltre, violando la già ingiusta Risoluzione 181 dell’ONU (relativa alla divisione), questi non hanno fatto nulla, a parte portare innumerevoli osservatori sul posto.
L’eccezione fu l’emissario Conte Folke Bernadotte, che propose la revisione della divisione del Paese in due parti e il ritorno incondizionato dei rifugiati palestinesi. Arrivato in Palestina il 20 maggio del 1948, è stato assassinato dai sionisti nel settembre dello stesso anno, come scrisse lo storico israeliano Ilan Pappé, ne “La pulizia etnica della Palestina”, quando ha ripetuto la raccomandazione nel rapporto finale che ha presentato all’Onu.
L’organizzazione non solo “ha rimandato” e relegato il documento nei suoi archivi, come è successo negli Stati Uniti e nell’Unione Sovietica con Stalin (i primi a riconoscere Israele) e come altri paesi, tra cui il Brasile in prima fila.
Con questa “politica” e al servizio dell’imperialismo, l’ONU non ha tentennato nel riconoscere Israele come Stato membro meno di un anno dopo il nakba (l’11 Maggio del 1949) e, a fronte di uno scenario allarmante di migliaia di rifugiati. Nello stesso anno ha creato la UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’assistenza di questa popolazione, che è stata costretta a insediarsi in tende minuscole, in condizioni precarie, nelle campagne del mondo arabo. Invece di preoccuparsi di presentare una soluzione per il problema al quale ha contribuito decisivamente, l’ONU è passato – tramite la sua agenzia – a contabilizzare e registrare questi palestinesi, che hanno dovuto sopportare di fare lunghe file per ritirare i loro cappotti e un’insufficiente percentuale di “aiuto umanitario”. Come racconta mio padre, Abder Raouf, nel Al Nakba, uno studio sulla catastrofe palestinese (Editrice Sundermann), che si ritrovò rifugiato nella città di Qaqun nel 1948 a 13 anni, questo aiuto consisteva nel concedere un dollaro al mese per ogni palestinese. “Al mese distribuivano 1 kg di fagioli, 1 kg di farina, un pezzetto di sapone, 200 grammi di olio di soia. Ogni famiglia, come noi per esempio, aveva 5 figli, più mia madre e mio padre; quindi, arrivavamo là, facevamo la fila per ricevere quel minimo di sostegno per far passare la fame”, scrive. L’11 dicembre del ’48 le Nazioni Unite emettono la Risoluzione 194, che viene rivendicata come un importante documento di riconoscimento del diritto legittimo e inalienabile di ritorno di tutti quelli che sono stati espulsi dalle loro terre e di compensazione per le loro perdite. Di fatto, relegata ai suoi archivi, senza alcuna applicazione pratica.
Nel 1967, Israele ha occupato militarmente, durante la cosiddetta Guerra dei 6 giorni, il 22% restante della Palestina, ossia la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Orientale. Questa è l’unica parte del territorio che l’Onu considera territorio occupato abusivamente. Nella proposta dei due Stati, questa sarebbe la parte destinata ai palestinesi. Una legittimazione inaccettabile dalla teoria della pulizia etnica inaugurata con i suoi auspici e la sua complicità 20 anni prima.
Da allora, sono centinaia le risoluzioni delle Nazioni Unite per la condanna a Israele per la violazione dei diritti umani e la colonizzazione illegale delle terre ma, vale la pena ripeterlo, niente è mai stato applicato effettivamente.

 

Oslo, una “seconda nakba”

L’ “alternativa” degli Stati consigliata dall’Onu e fortemente raccomandata da tutto il mondo come “appoggio ai palestinesi” è stata poi accettata formalmente dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nel 1988. Creata il 28 Maggio del 1964 sotto la guida di Yasser Arafat, questa ha messo da parte la sua rivendicazione storica, basata sulla sua Carta dei Principi, di formazione di uno Stato unico palestinese, laico, libero e democratico, antirazzista e quindi, la fine del progetto sionista.
Il punto di rottura c’è stato alla fine della prima Intifada palestinese (rivolta popolare), iniziata nel 1987, quando sono stati firmati nel settembre del 1993 gli accordi di Oslo tra la OLP e Israele, con l’intermediazione degli Stati Uniti.
Con questa opportunità, Oslo è riuscita nel suo intento mascherato a contenere la resistenza sotto la falsa apparenza della pace e della convivenza, firmando il riconoscimento reciproco tra la OLP e Israele e creando la Autorità Nazionale Palestinese (ANP), i cui accordi si basavano su quella proposta dei due stati.
L’idea diffusa al mondo era che il controllo del 22% del territorio palestinese occupato nel 1967 passasse gradualmente ai palestinesi. Inizialmente, la Cisgiordania sarebbe rimasta divisa in area A (amministrata dalla ANP – 18% del territorio), Area B (mista, tra Israele e ANP, 22% del territorio), e area C (sotto controllo militare esclusivo dei sionisti, 60%).
Un anno dopo, a completare il quadro, sono stati firmati i Protocolli di Parigi, che hanno sigillato la conseguente cooperazione di sicurezza della ANP con Israele; in altre parole, l’Autorità Palestinese è poi passata al controllo dell’occupazione, reprimendo la resistenza dei palestinesi. La questione economica è la chiave di questo processo: qualsiasi fondo, importazione o esportazione da parte della ANP, da allora è soggetta alla supervisione israeliana, che ha assicurato il controllo sulla circolazione via terra, via mare e sulle frontiere. Come frutto di questo processo, è sorta una nuova borghesia nella Palestina occupata, legata al progetto sionista, come spiega Adam Hanieh, esperto di economia politica.  In questo clima di pacificazione, con una dipendenza totale dalla ANP, il risultato non poteva essere differente: normalizzazione delle relazioni da parte della nuova classe capitalista palestinese, per mezzo dell’apartheid e dell’occupazione.
Anche quando, a partire da allora, alcuni palestinesi hanno appoggiato questa proposta – non per portarla a termine ma perché non c’era nessun’altra uscita – altri, non per caso, si riferiscono a questo episodio come una “seconda Nakba” e una resa da parte della OLP. L’intellettuale palestinese Edward Said ha definito subito l’accordo, chiamandolo “Trattato di Versailles della causa palestinese”. Non poteva usare similitudine migliore.
Con la ANP come garante dell’occupazione, come segnala la giornalista Naomi Klein nel suo libro “La dottrina della rottura – l’ascesa del capitalismo del disastro”, Israele ha visto facilitare l’ampliamento del suo progetto: tra il 1993 e il 2000, il numero di coloni israeliani si è duplicato. Oggi sono 600.000 in Cisgiordania.
Come dimostra l’autrice, Oslo è stato il punto di inflessione nella politica che è sempre stata alla base della pulizia etnica dei palestinesi. Dal 1948 fino ad allora, c’era una certa indipendenza economica, la quale è stata interrotta. “Tutti i giorni, quasi 150.000 palestinesi lasciavano le loro case di Gaza e della Cisgiordania per pulire le strade e costruire le autostrade in Israele, allo stesso tempo gli agricoltori e i commercianti riempivano i camion con prodotti da vendere in Israele e in altre parti del territorio, descrive Klein nel suo libro. Dopo gli accordi del 1993, lo stato ebraico si è chiuso a questa manodopera che sfidava il progetto sionista dell’esclusione di quella popolazione. Contemporaneamente, Israele pian piano si presentava, con le parole della giornalista, “come una specie di shopping center di tecnologia di sicurezza nazionale”. Nel suo libro, l’autore afferma che a fine 2006, anno dell’invasione israeliana nel Libano, l’economia dello stato sionista, basata fortemente sull’esposizione militare, si è espansa vertiginosamente (8%), e allo stesso tempo si è accentuata la disuguaglianza all’interno della stessa società israeliana, e il tasso di povertà nei territori palestinesi occupati nel 1967 hanno raggiunto indici allarmanti (70%).

 

Campi di pace”

La soluzione dei due stati è sostenuta anche dalla cosiddetta “sinistra” sionista, che si presenta al mondo come “il campo della pace”. In altre parti del mondo, questo significherebbe almeno una preoccupazione accentuata dalla componente sociale ed economicamente sfavorevole di una certa società. Il campo della pace di Israele si è concentrato esclusivamente in manovre diplomatiche dalla guerra del 1973, un gioco che non è molto considerato per molti, dice Ilan Pappé, nella sua “Storia della Palestina Moderna”.
Nella rassegna sulla rivista “Falsi profeti della pace”, di Tikwa Honig-Parnass, il “Ijan” (Rete internazionale di Ebrei Antisionisti”) dimostra che, storicamente, la “sinistra” sionista era decisamente allineata al progetto di colonizzazione della Palestina come lo era la destra. “Come dimostra questo libro, da prima della fondazione dello stato di Israele, la sinistra sionista parlava troppe volte la lingua dell’universalismo, mentre aiutava a creare e mantenere sistemi giuridici, governi e l’apparato militare, che hanno permesso la colonizzazione delle terre palestinesi”. La radice di questa sinistra è nel cosiddetto “sionismo laburista”, costituito all’inizio della colonizzazione, dalla fine del XIX secolo e inizi del XX. I suoi membri rivendicavano l’aspirazione di principi socialisti e coltivavano, come informa il testo del Ijan, deliberatamente questa falsa idea.
I diari dei laburisti dell’epoca dimostrano la loro intenzione non dichiarata, quella di assicurare il “trasferimento” degli abitanti nativi (arabi non ebrei soprattutto), come già anticipato, dalle loro terre e l’immigrazione di ebrei venuti in Europa per colonizzare la Palestina: un eufemismo per indicare la pulizia etnica. “In uno dei suoi momenti più sinceri, David Ben-Gurion, principale dirigente di questo gruppo e capo del movimento laburista sionista (che sarebbe diventato primo ministro di Israele nel 1948), ha confessato nel 1922 che “l’unica grande preoccupazione che domina il nostro pensiero e attività è la conquista della terra, attraverso l’immigrazione di massa (alià). Tutto il resto è solo fraseologia”. L’articolo cita ancora un’altra osservazione di Honig-Parnass: “Nel 20° congresso Sionista del 1937, Ben-Gurion difendeva la pulizia etnica della Palestina (…) per aprire il cammino per la creazione dello stato Ebreo”.
Indipendentemente dall’autoproclamarsi di “sinistra”, “centro” o “destra, il sionismo aveva come obiettivo la conquista della terra e del lavoro, ciò che dovrebbe essere esclusiva degli ebrei. Per questo motivo, la centrale sindacale israeliana Histradrut – ancora esistente e fondamento dello stato coloniale, proprietaria di società che sfruttano i palestinesi – ha avuto un ruolo centrale e il suo rafforzamento è stato difeso dai sionisti di “sinistra”. In altre parole, la differenza tra i laburisti e i revisionisti come Netanyahu è che questi ultimi erano – e sono sempre – più sinceri.
L’idea di uno Stato palestinese minimo per interrompere la resistenza è figlia anche del padre del sionismo revisionista, Zeev Jabotinsky. Questi ha pubblicato nel 1923 un articolo intitolato “The Iron Wall” (La muraglia di ferro), nel quale dissacra possibili differenze con gli obiettivi della “sinistra” e della “destra” sionista, denunciando la retorica dei primi. Nonostante il disprezzo dichiarato nei confronti dei palestinesi, dice chiaramente: come già successo con tutti i colonizzati, gli arabi sono un popolo vivo e, mantenendo un minimo di speranza di liberarsi dalla colonizzazione delle loro terre, lottano per questo. Questi propone di avvicinare i palestinesi alla muraglia di ferro della forza militare giudaicaper fare in  modo che, tra i “Moderati”, non ci possa essere nessuno che cerchi un’alternativa per non accettare le briciole proposte dai colonizzatori. Qualsiasi somiglianza tra Oslo e la ANP non sono semplici coincidenze. L’unico partito che oggi si autoproclama sionista di sinistra è il Meretz, creato negli anni del 1990. Come segnala Ilan Pappe ne la “Storia moderna della Palestina”, il nuovo gruppo di “colombe pragmatiche” è sorto dalla fusione del “Movimento di diritti civili” di Shulamit Aloni, un partito liberale dalla linea dura chiamato Shinui (“Cambiamento”), e il partito socialista “Mapam”. L’autore aggiunge: “pragmatismo in questo caso significa una venerazione tipicamente israeliana di sicurezza e discussione, non un giudizio di valore sulla pace come concetto preferito, né simpatia per questo problema dall’altra parte del conflitto, né riconoscimento del suo ruolo nella creazione del problema”.
La “sinistra” sionista continua con la sua trappola, il suo “canto della sirena”. Innalzandosi a favore della pace, cerca di spegnere o giustificare la Nakba. Razionalizza l’affermazione della natura democratica di uno stato ebreo e difende la logica di “divisi ma uguali”, ovvero, le stesse briciole ai palestinesi, promulgate dall’Onu, per buona parte dei suoi Stati membri (136 di 193) e anche dalla sinistra mondiale.
L’idea degli Stati come unica via d’uscita, già ingiusta perché non contemplava la totalità del popolo palestinese, inclusa la maggioranza che si trova fuori dalle sue terre, e i 1,5 milioni che vivono nei territori dal 1948 (oggi Israele) e sono sottomessi alle leggi razziali – si scoprì essere inattuabile di fronte all’avanzamento della colonizzazione e dell’apartheid israeliano soprattutto dopo Oslo.
Gli 1,8 milioni di palestinesi di Gaza vivono in un assedio disumano da quasi 10 anni e una crisi umanitaria aggravata poi dai successivi bombardamenti israeliani e i massacri. La Cisgiordania e la Gerusalemme Orientale si trovano a essere totalmente segregate e il risultato è un territorio frammentato, senza legami tra una città e l’altra. Strade esclusive collegano gli insediamenti che sono sorti nei territori occupati militarmente nel 1967.   Oggi, pensare a questa proposta suonerebbe come legittimare il regime istituzionalizzato dell’apartheid, con uno Stato diviso in specie di “bantustani” (1), senza alcuna autonomia, in meno del 20% del territorio storico della Palestina. Questa “soluzione” è sepolta, come riconoscono gli esperti sul tema come Ilan Pappé, ed è necessario smascherarne il suo significato.

 

La soluzione giusta

In occasione di ogni 29 Novembre, quando si festeggia il giorno internazionale della Solidarietà con il Popolo Palestinese, istituito dall’Onu nel 1977 per ricordare la data in cui è stata legittimata la colonizzazione criminale che ha seguito, è necessario rafforzare in tutto il mondo campagne centrali come quella del BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) su Israele e andare più in là: alzare la bandiera dell’unica possibilità di giustizia, ossia uno Stato Palestinese unico, laico, democratico, non razzista, con diritti uguali per tutti e sancire così la fine del progetto sionista.
Per rafforzare questa bandiera, si rende necessario creare con urgenza un’alternativa ai vecchi dirigenti. Un’alternativa che contribuisca all’organizzazione e unificazione dei lavoratori palestinesi e ai movimenti di avanguardia della gioventù, a partire da una direzione rivoluzionaria conseguente. Il cammino per una Palestina libera che, a differenza di quanto si vuole dimostrare al mondo, non passa per le istituzioni tradizionali come l’Onu, ma attraverso trasformazioni profonde in tutto il mondo arabo e la caduta dei suoi regimi dittatoriali alleati all’imperialismo. Questa via è possibile e ancora praticabile.

 

Note

(1) Territorio riservato ai neri sudafricani in funzione della sua appartenenza linguistica ed etnica: occupano circa il13% del territorio sudafricano; il Sudafrica ha creato questo tipo di confini per rafforzare la sua politica dell’Apartheid.

 

*Traduzione a cura della redazione web