Verso il IV Congresso del Pdac Intervista a Laura Sguazzabia
giovedý 09 aprile 2015

Verso il IV Congresso del Pdac

Intervista a Laura Sguazzabia

(Responsabile Commissione Lavoro Donne PdAC)

 

laura

In vista del IV Congresso del Pdac, intervistiamo Laura Sguazzabia, responsabile della Commissione Lavoro Donne del Pdac. Partiamo dall’analisi della situazione attuale delle donne in Italia e nel mondo.

Le donne soffrono in questo sistema di un’oppressione fortissima da un punto di vista produttivo e riproduttivo, oggi maggiormente accentuata dalla crisi economica globale che le vuole sempre più fuori dal mercato del lavoro per far posto agli uomini e sempre più relegate tra le mura domestiche a svolgere quei compiti di cura, nonché di riproduzione di forza lavoro, cui i governi (persino quelli dei Paesi a cosiddetto capitalismo avanzato) non vogliono più far fronte. Facciamo degli esempi concreti relativi alla situazione italiana: i tagli alla scuola o alla sanità colpiscono le donne due volte, prima come lavoratrici che perdono il posto di lavoro (i servizi sono, infatti, i settori a più alto tasso lavorativo femminile), e poi come donne che, in quanto madri o figlie, si devono occupare di bambini ed anziani in mancanza dei servizi da cui sono state estromesse; inoltre, il loro diritto all’autodeterminazione in tema di scelte riproduttive è minato sia dall’obiezione di coscienza che impedisce una corretta applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza sia dalla trasformazione dei consultori da luoghi pubblici, gratuiti e aperti a tutti, a luoghi privati e confessionali. Sono solo alcuni dei limiti che le donne incontrano quotidianamente e che le spingono sempre più a dipendere dagli uomini e a restare a casa, privandole della possibilità di partecipare alla vita politica, sociale e culturale.

 

Eppure in molti potrebbero portare esempi di donne che hanno raggiunto nella vita politica, sindacale e professionale traguardi di grande visibilità: Angela Merkel, ad esempio, è una donna e, al contempo, riveste l’incarico politicamente più importante d’Europa. Come rispondi a questi esempi?

Rispondo che quest’esempio è fumo negli occhi. Angela Merkel, e le altre donne che raggiungono gli apici a livello professionale, anche in campi fino a qualche tempo fa d’esclusiva competenza maschile, come banche e grandi multinazionali, oppure diventano leader d’importanti Paesi o d’organizzazioni di massa, sono usate quali rassicuranti esempi del fatto che la parità tra uomini e donne è possibile. Infatti, secondo la teoria tutta borghese della “differenza di genere”, tra uomini e donne esiste una differenza che rende ad oggi la condizione femminile particolarmente difficile ma le donne sarebbero sulla strada di una possibile, seppur ardua e complicata, emancipazione.
La realtà dimostra che non è possibile porre fine alla disuguaglianza all'interno di questo sistema, anche se ci sono donne che hanno accesso a posti di potere: come donne borghesi, accettando le dinamiche di questo sistema, non possono essere considerate un esempio perché complici dell'oppressione e dello sfruttamento che impongono alla maggioranza delle donne lavoratrici. Tutte le conquiste e i passi avanti in direzione dell'uguaglianza che le donne ottengono, sono continuamente minacciati perché ogni volta che il sistema ha bisogno di uscire dalle sue crisi, utilizza l'oppressione sulle donne e su altri gruppi sociali per dividere la classe lavoratrice e sfruttarla maggiormente. Le condizioni materiali di una società basata sul profitto e sullo sfruttamento della maggioranza dell’umanità causano l’oppressione femminile, che nessun’ideologia ugualitaria, nessuna propaganda, nessun progetto solidale potranno mai superare. L'emancipazione della donna dalla doppia oppressione capitalista non potrà vedere la luce se non attraverso la lotta che pone al centro la questione operaia: l'emancipazione della donna e l'emancipazione della classe operaia vanno di pari passo, non si possono realizzare se non insieme, attraverso una lotta che ha per obiettivo la rivoluzione della classe del proletariato.

 

In base a questa visione d’obiettivo, comune tra uomo e donna, come affrontare il problema del maschilismo, manifestazione dell’oppressione di un sesso sull’altro? 

In realtà le due idee non si escludono, anzi sono intimamente connesse. Non neghiamo certo che uomini e donne siano diversi. Questa differenza di per sé non sarebbe un problema, se non fosse utilizzata per sottomettere o mettere in svantaggio le donne nella società attuale: nel ridicolizzarle, nelle varie forme di violenza (sessuale, verbale, psicologica, fisica), nella mercificazione del corpo femminile, nella svalorizzazione delle donne nel mondo del lavoro, nella trasformazione della donna in “angelo del focolare”, nel considerare legittime le pressioni psicologiche degli uomini nei confronti delle donne, nel giudicare i loro comportamenti (ad esempio sessuali) con criteri diversi rispetto agli uomini, ecc.
Noi riteniamo che il maschilismo non sia una condotta individuale adottata da alcuni uomini e da altri no, ma un’ideologia utilizzata nell’odierno sistema capitalista per giustificare l’oppressione delle donne, soprattutto ricorrendo ad alcuni stereotipi trasmessi dalla scuola, dalla famiglia, dalla religione, attraverso i mezzi di comunicazione e da tutte le istituzioni. Perciò fin dalla nascita comportamenti, gusti e inclinazioni maschili e femminili sono modellati in conformità a ciò che è culturalmente e socialmente accettabile: in questo modo le donne, già da bambine, sono educate per ricoprire i ruoli di mogli e madri, dedicate alle responsabilità del lavoro domestico e alla cura dei familiari.

Gli uomini lavoratori che praticano atti di maschilismo e difendono quest’ideologia finiscono, più o meno consapevolmente, per difendere i padroni. Quando un lavoratore smette di praticare atti maschilisti ed assume le rivendicazioni contro l’oppressione femminile, indebolisce l’obiettivo dei padroni di dividere per sfruttare. Ad ogni diritto che è strappato alle donne, è commesso un sopruso in più ai danni dei diritti di tutti i lavoratori. Per questo le organizzazioni dei lavoratori devono assumere come proprie le rivendicazioni delle donne.

 

Qualcuno potrebbe chiedere se le militanti e i militanti del Pdac siano immuni dal subire o praticare atti di maschilismo…

Le pressioni del sistema sono tali per cui nemmeno i militanti sono immuni a questo condizionamento. Tuttavia, lo studio e la formazione ci aiutano per ostacolare, nel partito, pratiche maschiliste. All’interno del partito è stato avviato un lavoro “didattico” rivolto sia alle compagne sia ai compagni, di recupero della tradizione bolscevica e dei classici marxisti-leninisti, strutturato in giornate di formazione e d’approfondimento; sul sito, sul giornale e sulla rivista teorica del partito sono sempre presenti contributi inerenti alla condizione femminile, attuale e del passato.
Le compagne impegnate nella battaglia politica sono uniformemente distribuite ad ogni livello gerarchico, dalla semplice militanza alla dirigenza, anche se rimangono ancora in numero esiguo. Il numero inferiore di compagne militanti donne rispetto al numero di compagni è tuttavia spiegabile con le pressioni che molte donne, che vorrebbero avvicinarsi alla politica e al nostro partito, ricevono nella sfera privata e sociale perché l’attività politica mal si concilia con altri impegni cui la società, come dicevamo, delega le donne.

 

Quindi, possiamo affermare che il tema della condizione femminile è al centro del lavoro politico del PdAC, anche in periodo extra congressuale.

Certo, e negli anni il lavoro su questo tema si sta rafforzando. Allo scorso congresso, ad esempio, il tema dell’oppressione femminile era affidato ad un breve contributo d’analisi della condizione delle donne a livello globale. Oggi, in questo IV Congresso del Pdac, al tema è dedicato un intero documento che rappresenta anche uno degli assi centrali della nostra battaglia politica, attuale e futura. E’ la realtà storica di questo periodo che ce lo impone. In più parti del mondo stiamo assistendo ad eventi rivoluzionari che hanno spesso per protagoniste le donne: le rivoluzioni in Nord Africa e Medio Oriente, le lotte in Brasile, in Palestina, in  Spagna ma anche nella stessa Italia, pur se in tono minore,  hanno visto le donne in prima fila nella lotta per la tutela dei propri diritti e dei diritti della classe lavoratrice nel suo insieme. E’ stata l’analisi di questi eventi a determinare la convinzione che le questioni femminili non possono, e non devono, restare relegate alle scadenze da calendario ma che occorre intervenire in ogni contesto di lotta evidenziando il legame tra l’oppressione di classe e quella delle donne. Alla Commissione Lavoro Donne è demandato il coordinamento di questo lavoro tra le proletarie ma, per i motivi che ho esplicitato prima, tale intervento deve essere supportato dal partito nel suo insieme con la sua struttura e la sua organizzazione. In questo lavoro non siamo sole ed è importante ricordare sempre che il nostro partito è sezione italiana della Lit-Qi, La Lega internazionale dei lavoratori-Quarta Internazionale e le compagne militanti di tutti gli altri partiti della Lit-Qi sono impegnate nel medesimo lavoro, e con loro ci scambiamo le nostre esperienze e lavoriamo su questo tema in tutti i Paesi dove siamo presenti, con lo stesso obiettivo.
In Italia è da segnalare, inoltre, il contributo che, come compagne e compagni del Pdac, offriamo alla costruzione del coordinamento di lotta No Austerity, anche attraverso i collettivi di Donne in lotta: in alcune città sono nati gruppi di donne che, pur tra mille difficoltà, stanno prendendo coscienza del legame tra la loro condizione e l'attuale sistema economico, donne desiderose di impegnarsi nella battaglia contro la privazione dei diritti lavorativi e sociali, una battaglia comune tra uomini e donne proletari.

 

 

Aprile 2015