Un autunno di lotta!
mercoledý 08 ottobre 2008

Un autunno di lotta!

Per lo sciopero generale e di massa fino alla cacciata del governo Berlusconi

 

Antonino Marceca

 

Il cinque agosto scorso, per la prima volta nella storia trentennale della Finanziaria, la camera approva, con la fiducia su un decreto legge, la manovra finanziaria triennale, una stangata di 36,2 miliardi di euro ed è già in programma una seconda manovra per l’autunno, collegata ad un disegno di legge sul federalismo fiscale. Parallelamente alla politica del governo, dopo la firma del contratto separato del Commercio da parte di Cisl e Uil, si muove la trattativa sul modello contrattuale tra i maggiori sindacati - Cgil, Cisl, Uil - e la Confindustria. Un tavolo il cui scopo è quello di depotenziare la funzione e il ruolo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (Ccnl) quale strumento di solidarietà e unificazione dei lavoratori e, se efficacemente utilizzato, di difesa del salario.

 

La manovra estiva

 

La manovra estiva, combinata con l’inflazione programmata (1,7% per il 2008 ed 1,5% per il 2009) stabilita nel Dpef (documento di programmazione economico-finanziaria), costituisce un putrido intreccio che comprende: razzismo, attacco ai lavoratori, agli studenti e alle masse popolari; sostegno ai poteri forti e all’imperialismo italiano; schizzi di cultura cattolica ipocrita e compassionevole; nel mirino i lavoratori pubblici e i lavoratori precari. Nei confronti dei lavoratori pubblici attraverso il Decreto legge 112 del 25.06.2008 (convertito nella Legge 6 agosto 2008, n. 133), che anticipa la manovra finanziaria, viene prima tagliato il salario accessorio (legato alla produttività) del 10% per gran parte della pubblica amministrazione, poi vengono tagliati i fondi (di circa 400 milioni) per il rinnovo del contratto per il triennio 2009-2011. Non meno pesante è l’attacco in tema di diritti e tutele: nuove regole per malattie (taglio dello stipendio per i primi dieci giorni di malattia, viene corrisposto solo il trattamento economico fondamentale) e permessi retribuiti (per esempio quelli a tutela delle persone portatrici di handicap); modifica del part-time che da diritto individuale diviene facoltà discrezionale dell’amministrazione; si deregolamenta la disciplina sugli orari di lavoro e sui riposi tra un turno e l’altro; si avvia l’indennità di disoccupazione nella pubblica amministrazione indicando la volontà di mettere in esubero i dipendenti; riduzione degli organici e mancata stabilizzazione del personale precario; ampliamento della fascia di reperibilità a tutta la giornata, in caso di malattia per le visite di controllo (dalle 8 alle 20, con pausa dalle 13 alle 14).

Nei confronti del lavoro precario la manovra passa come un rullo sulle poche norme a garanzia dell’arbitrio padronale: in presenza di contratti irregolari (Poste, Rai, Mediaset, call-center, turismo e commercio) non ci sarà più la possibilità di vedersi riconosciuto il diritto al contratto stabile da parte del giudice del lavoro, ma solo un indennizzo; i contratti a tempo determinato potranno essere utilizzati per la normale attività aziendale; vengono introdotte deroghe al tetto di 36 mesi ed al diritto di precedenza; la durata del contratto di apprendistato viene estesa fino a sei anni; viene reintrodotto il lavoro a chiamata; infine attraverso il libro unico del lavoro si indebolisce la lotta al lavoro nero e si cancellano le tutele contro le dimissioni in bianco.

Da parte loro le imprese avranno il 40% in meno di oneri tributari e di previdenza, mentre banche e imprenditori bipartisan si stanno spartendo i resti di Alitalia, al prezzo di migliaia di licenziamenti.

In tema di tagli, dopo che il governo Prodi ha assestato un duro colpo alla previdenza pubblica, ed in attesa che la revisione dei coefficienti di calcolo della pensione a fine 2008 abbassi ancora i rendimenti pensionistici, si colpisce la sanità (ticket a carico anche per gli esenti, chiusura di ospedali e riduzione dei posti letto, taglio del personale sanitario, finanziamenti alle strutture private), gli enti locali (la gestione dei servizi dovrà essere conferita in via ordinaria ad imprenditori) e sopratutto la scuola e università. In tema di istruzione è veramente un massacro: chiusura delle scuole in piccoli comuni, riduzione in tre anni del personale di 129.500 unità, di cui 87.000 docenti e 42.000 Ata (amministrativo, tecnico, ausiliario), insegnante unico alle elementari, finanziamenti alle scuole private e cattoliche. Le università, dopo le scuole, potranno trasformarsi in fondazioni di diritto privato, e le banche già si preparano a gestirle.

Il quadro della manovra è infine completato da un’operazione di facciata e caritatevole: la social card finanziata in parte con la Robin Tax (un’addizionale Ires del 5,5% alle imprese che operano nel settore dei prodotti petroliferi e dell’energia elettrica che hanno conseguito nel periodo di imposta precedente un volume di ricavi superiore a 25 milioni di euro). Va da sé che in regime di oligopolio le imprese la scaricheranno sul prezzo finale.

La social card, cioè la borsa di spesa, verrà concessa ai soli residenti poveri di cittadinanza italiana, così come l’assegno sociale agli aventi diritto, solo se dimostrino di aver soggiornato in Italia per almeno dieci anni. Il governo ha voluto escludere con intento razzista gli immigrati da queste misure compassionevoli, inoltre dopo aver tentato di imporre agli immigrati l’obbligo delle impronte digitali sulla carta d’identità, ha dovuto estenderlo a tutti. Questa misura, così come la presenza dei militari nelle strade è espressione di una cultura politica reazionaria che intende ridurre il malessere sociale a questione di ordine pubblico.

Nella manovra estiva non sono previsti solo tagli, infatti non mancano i finanziamenti per i contratti per armi tecnologicamente avanzate, come, ad esempio, il Joint Strike Fighter, e per il finanziamento delle missioni imperialiste all’estero, con la fetta più consistente per Libano ed Afghanistan.

 

Solo la lotta paga

 

La manovra estiva è stata accompagnata dal cosiddetto “Libro verde” sul welfare, scritto dal ministro Sacconi, dove si prospetta un ulteriore peggioramento del sistema pensionistico pubblico e un rilancio della previdenza privata, nonché l’estensione dei fondi privati alla sanità (si veda l'articolo all'interno). Più in generale, attraverso il principio di sussidiarietà si equipara pubblico e privato nell’erogazione dei servizi essenziali. Su questo tema una ricerca di Unioncamere (2008) ha evidenziato come l’apertura al mercato delle utilities locali ha determinato un aumento delle tariffe dal 1998 al 2007 del 40,4% (44,6% per l’acqua potabile, 49,6% per i rifiuti, 37,8% per il gas, 28,7% energia elettrica, 30,4% trasporti urbani). Accanto a questi nel corso dell’anno sono aumentati, e sono in continuo aumento, anche i prezzi degli alimenti (il pane 13%, la pasta 25%) e dei carburanti (benzina 13,1%, gasolio 31,4%) che, sommati agli affitti ed ai mutui per la casa, ha visto un enorme ed insostenibile incremento dell’indebitamento delle famiglie.

Evidentemente la manovra del governo ed il tavolo sul modello contrattuale si propongono di dissociare quella che è stata definita dalle banche centrali la spirale prezzi/salari, mentre la pace sociale verrà garantita dosando l’azione della burocrazia sindacale, l’azione intimidatrice contro i lavoratori più combattivi, come dimostrano il licenziamento di Dante De Angelis e degli altri ferrovieri, l’intervento delle forze di repressione fra cui l’esercito.

L’unica via d’uscita da questa tenaglia è la rottura del tavolo sul modello contrattuale e la costruzione dello sciopero generale. Il sindacalismo di base (Rdb-Cub, Sdl, Confederazione Cobas) nell’assemblea nazionale di Milano del 17 maggio ha lanciato la proposta dello sciopero generale fissando del 17 ottobre: tale appuntamento deve significare la confluenza delle mobilitazioni in atto (dei lavoratori, degli studenti, degli immigrati, delle masse popolari) in una grande vertenza generale, sulla base di una piattaforma unificante, contro il governo ed il padronato. Anche la Rete 28 aprile in Cgil ha posto la necessità di “una vasta mobilitazione per il salario e per i diritti, fino allo sciopero generale”. Il momento è arrivato: dopo il 17 ottobre, costruiamo un grande sciopero generale unitario e di massa fino alla cacciata del governo.