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Uno stupro non va mai giustificato: basta scuse! PDF Stampa E-mail
martedž 04 agosto 2015

Uno stupro non va mai giustificato:

basta scuse!

 

 

 

Commissione Lavoro Donne – Pdac

Una partecipata manifestazione, numerose proteste e una campagna di solidarietà sono state l’indignata risposta all’assoluzione in secondo grado di sei ragazzi accusati – e condannati in primo grado– per aver stuprato una ragazza di 22 anni, a Firenze il 26 luglio 2008, in località Fortezza da Basso.
Dopo la denuncia per stupro gli imputati vennero arrestati e il processo terminò nel 2013 con la
sentenza di condanna per sei dei sette accusati a 4 anni e 6 mesi di reclusione.

I difensori dei sei condannati ricorsero in appello e la nuova sentenza ha rovesciato la condanna in primo grado: i sei imputati sono stati tutti assolti con formula piena perché «il fatto non sussiste»; la procura generale di Firenze non ha presentato ricorso in Cassazione e i termini sono scaduti lo scorso 18 luglio.

La manifestazione di fine luglio contro la sentenza (e le numerose altre proteste in diverse forme) denuncia che l’assoluzione è intrisa di motivazioni che rappresentano giudizi morali sulla vita privata e sessuale della ragazza. In pratica le motivazioni dell’assoluzione spostano l’inaudita gravità di quanto successo su un altro piano: l’aggressione e lo stupro di gruppo non appaiono più come una violenza praticata ad un soggetto non consenziente e in uno stato di inferiorità psichica ma l’accusa diventa infondata, essendo, la ragazza, “un soggetto femminile fragile, ma al tempo stesso disinibito, creativo, in grado gestire la propria (bi)sessualità, di avere rapporti fisici occasionali...”

Secondo la difesa l’assoluzione è il risultato “di giudizi morali” sulla vita della ragazza, giudizi che si sono spinti a descrivere la vita della ragazza come «vita non lineare»

La vittima ha risposto a questa assoluzione con una toccante lettera pubblica nella quale rivendica la sua vita e le sue scelte, quella vita e quelle scelte che sono servite ai giudici per motivare l’assoluzione dei ragazzi che lei continua con forza ad accusare di essere i suoi stupratori: “… sono femminista e attivista lgbt e fin dai 15 anni lotto contro questo schifo di patriarcato….se per essere creduta e credibile come vittima di uno stupro non bastano referti medici, psichiatrici, mille testimonianze oltre alla tua, le prove del dna, ma conta solo il numero di persone con cui sei andata a letto prima che succedesse, o che tipo di biancheria porti, se usi i tacchi, se hai mai baciato una ragazza, se giri film o fai teatro, se hai fatto della body art, se non sei un tipo casa e chiesa e non ti periti di scendere in piazza e lottare per i tuoi diritti, se insomma sei una donna non conforme, non puoi essere creduta… Essere vittima di violenza e denunciarla é un’arma a doppio taglio: verrai creduta solo e fin tanto che ti mostrerai distrutta, senza speranza, finché ti chiuderai in casa buttando la chiave dalla finestra, come una moderna Raperonzolo. Ma se mai proverai a cercare di uscirne, a cercare, pian piano di riprendere la tua vita, ti sarà detto “ah ma vedi, non ti é mica successo nulla, se fossi stata veramente vittima non lo faresti”... Così può succedere quindi che in sede di processo qualcuno tiri fuori una fotografia ricavata dai social network in cui, a distanza di tre anni dall’accaduto, sei con degli amici, sorridi e non hai il solito muso lungo, prova lampante che non é stato un delitto così grave… Sono stata offesa come femminista e attivista lgbt quando la mia adesione a una manifestazione contro la violenza sulle donne é stata vista come “eccessiva” e non idonea a una persona vittima di violenza, essendomi mostrata troppo “forte”... Hanno offeso, con questa assoluzione, la mia condizione economica, di gran lunga peggiore della loro che, se hanno vinto la causa possono dir grazie ai tanti avvocati che hanno cambiato senza badare a spese, mentre io mi sono dovuta accontentare di farmi difendere da uno solo. E condannandomi a dovere essere debitrice a vita per i soldi della provvisionale che ho speso per mantenermi negli ultimi due anni, oltre al fatto che nessuno ripagherà mai il dolore, gli anni passati in depressione senza riuscire né a studiare né a lavorare, a carico dei miei, e tutti i problemi che mi porto dietro fino ad adesso. Rischio a mia volta un’accusa per diffamazione, anche scrivendo questa stessa lettera”.

Anche uno dei ragazzi assolti ha scritto una lettera pubblica nella quale dice di essere vittima e scrive: “Sono stato umiliato, estromesso, ostracizzato, mortificato, minacciato e insultato”.

Come compagne del Pdac siamo dalla parte della ragazza e di tutte le donne e gli uomini che in questi giorni hanno protestato contro la sentenza. Non siamo da questa parte per un bisogno di vendetta o per astio nei confronti del “maschio” ma perché siamo convinte sia necessario abbattere ogni forma di oppressione e di maschilismo: una ragazza alla cui denuncia si risponde scandagliando la sua vita privata, chiedendole conto delle manifestazioni a cui ha partecipato e delle sue scelte sessuali, è un ragazza violentata una seconda volta.

Della lettera scritta da uno degli accusati (e assolti) facciamo tesoro di questo passaggio: “Il giorno prima del mio arrivo, alla cella accanto un uomo si è impiccato alla porta con un laccio. Io penso con trasporto ai rasoi per la barba, nel bagno, ma poi scopro che è usanza comune tagliarsi con quelli: lo fanno i giovanissimi marocchini per protesta, e quelli che si fingono pazzi, per farsi spostare alla clinica psichiatrica”.

Questa triste vicenda potrebbe essere l’occasione per parlare e combattere contro questo sistema maschilista, oppressivo e ingiusto. Contro un sistema, il capitalismo, che in questo momento storico, in cui sta vivendo la sua mortale crisi, ci fa vedere il suo orrido volto anche attraverso l’aumento delle violenze sulle donne e sui bambini, anche attraverso la disperazione degli immigrati, dei senza tetto, dei disperati , anche attraverso l’orrore delle carceri che sono il contenitore di un disagio sociale crescente.

Siamo dalla parte della ragazza di Firenze e siamo dalla parte dei giovanissimi marocchini che si tagliano in carcere per protesta: le due facce di una stessa medaglia di orrore, paura, oppressione e ingiustizia sociale.

 

 
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