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Non una di meno a causa di aborti a rischio! PDF Stampa E-mail
lunedž 28 settembre 2015
Non una di meno
a causa di aborti a rischio!
 
Dichiarazione della Segreteria Internazionale delle donne – Lit-Quarta Internazionale
Premessa a cura di Laura Sguazzabia (*)
 
scelta donne

 
Ancora oggi in molti Paesi del mondo, del sud del mondo in particolare, vige una legislazione punitiva e repressiva relativa ai diritti riproduttivi delle donne, con la quale non solo si nega loro la possibilità di abortire, ma anche di accedere ad una corretta educazione sessuale e alla contraccezione per limitare il ricorso all’aborto. Voler imporre ad una donna di accettare passivamente un fatto fisico e psichico tanto delicato quanto la maternità, è un crudele atto di violenza, è la negazione che la donna sia un essere umano completo in grado di decidere cosa è bene per se stessa.
Le statistiche dimostrano che ciò che le leggi impongono influisce poco o nulla sul numero di aborti, ma incide tragicamente sulle condizioni di sicurezza in cui l’intervento è realizzato: infatti nei Paesi dove l’aborto è illegale, le donne ricorrono alla clandestinità incorrendo spesso in situazioni di rischio. In altre parole, la penalizzazione dell’aborto non implica che le donne desistano dall’abortire, ma solo che lo faranno in condizioni meno sicure e con conseguenze molto gravi, a dimostrazione che le donne sanno scegliere ciò che è bene per loro.
Nei Paesi dove la legislazione è apparentemente meno coercitiva sul tema, abortire non è comunque facile. In Italia l’interruzione volontaria di gravidanza è tutelata dalla L. 194/78, considerata ancora oggi dai legislatori borghesi una delle leggi sul tema più avanzate a livello europeo con la quale l’IVG viene riconosciuta come una pratica legale, libera, gratuita ed assistita. Tuttavia, la reale applicazione della 194 è oggi ostacolata da una serie di attacchi trasversali tra i quali in particolare vanno menzionati i definanziamenti ai consultori causati dai continui tagli alla spesa pubblica con conseguente riduzione dei servizi erogati o addirittura con la chiusura di molti presidii, e la possibilità per il personale medico, infermieristico e ausiliario di avvalersi dell’obiezione di coscienza, ossia di astenersi dalla pratica abortiva in virtù di convinzioni ideologiche o religiose. Su quest’ultimo punto in particolare dati ufficiali rilasciati dal ministero della salute parlano chiaro: in Italia la scelta dell’obiezione è in continuo aumento e più del 70% dei ginecologi non pratica interruzioni di gravidanza, con punte anche dell’85% in alcune regioni del centro sud. Questa situazione impedisce l’applicabilità della legge, anche secondo quanto denunciato dal Consiglio europeo, e contribuisce ad alimentare il mercato degli interventi illegali: molte donne scelgono di andare all’estero o di affidarsi a ginecologi che previo pagamento effettuano IVG privatamente. Si parla di circa 15.000 aborti clandestini, cifra evidentemente sottostimata che non tiene conto ad esempio delle donne immigrate che spesso non si avvicinano alla sanità pubblica, soprattutto se clandestine, e che assumono farmaci impropri dalle conseguenze a volte mortali o si affidano alle cure di neo-mammane.
L’attacco all’autodeterminazione femminile è oggi più violento che mai e risponde a precise logiche di indirizzo sociale e di gestione economica della crisi: attraverso questa ed altre manovre si cerca di relegare la donna alla gestione dell’ambito familiare e di delegare alla famiglia funzioni fino a ieri assolte dal sistema di welfare, quali la cura dei malati e l’accudimento di anziani e bambini. Limitare o azzerare la libertà di scelta delle donne è un ottimo strumento di controllo dell’ordine sociale per cui una classe riesce a dominarne un’altra. Il diritto ad una procreazione e ad una sessualità libere e responsabili deve essere difeso per tutte le donne, attraverso la lotta per un’educazione sessuale laica e libera da pregiudizi; accesso gratuito alle misure anticoncezionali; aborto libero, gratuito e sicuro.
 
(*) resp. Commissione lavoro donne Pdac
 

Pubblichiamo di seguito, in traduzione dallo spagnolo, la Dichiarazione della Segreteria internazionale delle donne della Lit-Quarta Internazionale per il 28 settembre 2015
 
Il 28 settembre è una giornata di lotta per denunciare gli Stati, i governi, la Chiesa cattolica e le altre chiese, tutti responsabili della morte evitabile di migliaia di lavoratrici e di giovani per aborti non sicuri, praticati in clandestinità. È una giornata di lotta per gridare che essi sono complici del business delle lussuose cliniche private, dove le classi superiori pagano una fortuna per un aborto sicuro. E che sono anche responsabili della violenza esercitata contro altre migliaia di donne costrette a portare avanti gravidanze frutto di stupri, e contro milioni costrette a diventare madri in situazioni di sottomissione e povertà brutali.
 
Povertà e violenza
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OM) segnala che ogni anno vengono praticati nel mondo 42 milioni di aborti per maternità non desiderate, 20 milioni dei quali sono insicuri. Circa 68.000 donne muoiono ogni anno a causa di aborti insicuri; tra i 2 e i 7 milioni subiscono gravi conseguenze. Quasi tutti gli aborti insicuri (98%) avvengono in Paesi dove l’aborto è illegale o è penalizzato e/o dove le risorse sanitarie o i metodi anticoncezionali non sono disponibili. (1)
America Latina e Caraibi sono la regione con maggior disparità al mondo, in cui il 95% degli aborti sono insicuri, e le gravidanze adolescenziali continuano ad aumentare. L’aborto è legale solo a Città del Messico (Distretto federale) e in quattro Paesi: Cuba, Guyana, Porto Rico e Uruguay. In tutto il resto, si può pagare con la vita e con il carcere l’essere poveri e dover abortire. Sette dei nove Paesi del mondo che criminalizzano l’aborto in qualunque circostanza sono in questa regione: El Salvador, Cile, Nicaragua, Honduras, Repubblica Dominicana, Haiti e Suriname.
Ma anche negli altri, che hanno leggi più o meno restrittive, la mancanza di regolamentazione dell’aborto non punibile mette a rischio costante la sua applicazione. L’86% delle donne più povere di America Latina e Caraibi vivono sotto leggi molto restrittive.
In Argentina, per esempio, sebbene una sentenza della Corte Suprema di Giustizia del 2012 abbia chiarito le eccezioni alla criminalizzazione dell’aborto e i suoi requisiti, molte province continuano a non applicarla. In Perù, dopo 90 anni dalla depenalizzazione dell’aborto terapeutico, soltanto nel luglio 2014 è stato adottato un protocollo per regolarlo, ma non comprende i casi di aborto per stupro o rischio per la salute psicologica delle donne. In Colombia, in cui anche c’è il diritto all’aborto terapeutico, una gran numero di medici sceglie l’obiezione di coscienza per non praticarlo; in aggiunta, la disinformazione e la negligenza dello Stato fanno sì che il 98% siano aborti clandestini.
Allo stesso tempo, America Latina e Caraibi sono la seconda regione con più gravidanze adolescenziali, secondo l’ultimo rapporto dell’Unicef. Oggi, una su 3 giovani è madre prima di compiere 20 anni. Queste gravidanze sono collegate alla mancanza di informazione e opportunità, all’emarginazione, alla violenza sessuale. Tra i 15 e i 19 anni la mortalità materna si classifica come una delle principali cause di morte. Questo rischio raddoppia in stato di gravidanza prima dei 15 anni. (2)
 
Governi “progressisti” e “socialisti”: da che parte stanno?
All’inizio del XXI secolo ci sono stai grandi processi rivoluzionari in America Latina. In loro risposta, o per prevenire nuovi focolai, i governi hanno cercato misure per alleviare la situazione di miseria dei popoli.
Ma le politiche demagogiche in alcuni casi, e l’assenza di bilanci statali sufficienti, diventano critiche quando si tratta dei diritti delle donne, in particolare quando si tratta del fatto che una donna possa decidere quando essere madre.
A Rafael Correa [Ecuador] non è stato sufficiente ripetere che non avrebbe mai depenalizzato l'aborto. Nel 2014 ha annullato il suo piano ENIPLA (Strategia Nazionale Intersettoriale per la Pianificazione Familiare e la Prevenzione della Gravidanza Adolescenziale), la cui principale iniziativa era la distribuzione gratuita di contraccettivi tra i giovani, per il fatto che si trattava di un "errore totale" e parte di un "programma pro-aborto e gay ", come ha detto.
Evo Morales [Bolivia] ha dichiarato nel 2013 che "l'aborto è un crimine". L'illegalità dell'aborto è stata ratificata dalla Corte Costituzionale Plurinazionale della Bolivia nel 2014.
Nel repressivo Venezuela, Nicolas Maduro prosegue sulla strada tracciata da Hugo Chavez durante la sua campagna presidenziale 2012: "Chiamatemi conservatore, ma non sono d'accordo con l'aborto per fermare una nascita”.
Allo stesso modo la pensano le tre presidenti donne Dilma Rousseff, Cristina Kirchner e Michelle Bachelet. In Cile solo ora si sta discutendo la legalità dell'aborto terapeutico, solo ora è stata approvata la depenalizzazione in caso di stupro.
Può sorprendere che governi che si autodefiniscono come "progressisti" o anche "socialisti" corrispondano ai settori più conservatori della società e della Chiesa. Ma, nella pratica, tutti loro condividono l'interesse padronale e imperialista di mantenere sottomesse le donne, la metà della classe operaia, cosa che serve per sfruttare di più e meglio l’insieme del proletariato.
 
Francesco e il perdono dei peccati
Il Papa ha stabilito che durante il 2016, anno del Giubileo della Misericordia, tutti i sacerdoti del mondo potranno assolvere chi si pente di aver commesso il peccato di aborto. Una misura che non costa nulla. Allevia il complesso di colpa che molte donne provano a causa delle loro convinzioni religiose, ma non modifica in nulla le loro terribili condizioni materiali di vita.
L'autorizzazione papale è stata celebrata dai governi e dai media. Ma non rappresenta un cambio di posizione della Chiesa. Francesco reagisce alla grande pressione sociale a favore della depenalizzazione, che esiste in molti Paesi in cui l'aborto non è legale, soprattutto in America Latina e nei Caraibi. Anche a situazioni in cui la destra borghese e la Chiesa hanno cercato di far retrocedere la legalizzazione e sono stati sconfitti dalla mobilitazione, come è accaduto nello Stato spagnolo con la legge Gallardón, e in Uruguay.
 
Lottare come in Uruguay e nello Stato spagnolo
In entrambi i Paesi ci sono stati grandi trionfi che sono stati il risultato di una lotta di organizzazioni politiche, sindacali, studentesche, gruppi femministi e dell'intera popolazione. Questo dimostra che è necessaria una grande mobilitazione sociale per vincere la battaglia.
Le donne povere che praticano aborti illegali e muoiono sulla porta dell’ospedale al quale, per paura di essere prese, si rivolgono quando è troppo tardi; quelle che vengono violentate e rimangano incinta; quelle che non hanno accesso all'educazione sessuale né ai contraccettivi; le operaie che lavorano sotto contratto e sarebbero licenziate se proseguissero la loro gravidanza, non devono essere perdonate. Hanno bisogno di educazione sessuale per prevenire, di contraccettivi per evitare l'aborto e del diritto all'aborto legale, sicuro e gratuito, per non morire.
Come LIT-Quarta Internazionale diciamo che questo non è e non può essere una questione affrontata esclusivamente dalle donne, come sostengono le femministe, e anche altri settori della sinistra.
Con le donne in prima linea, si deve discuterne ora in tutte le organizzazioni sindacali e nei centri studenteschi, gruppi di donne, dei diritti umani, della società, di quartiere, per richiedere che i sindacati e le federazioni studentesche lo includano tra le loro richieste. Così come l’obbligo per lo Stato di garanzie ampie e sufficienti per le donne che desiderano essere madri: salario, occupazione e alloggio dignitosi, asili nido e scuole materne, accesso alla sanità e all'istruzione.
Nel momento in cui la crisi globale attacca con forza, la lotta contro questa e tutte le violenze verso le donne deve essere parte della lotta contro i piani di controriforma. Non è possibile rispondere alle esigenze dei lavoratori e dei popoli, senza richiedere ai governi di fermare la truffa del debito estero. Non pagare è la parola d’ordine del momento in modo che le risorse siano investite per i bisogni dei lavoratori e dei poveri.
È il momento di lottare per la seconda e definitiva indipendenza, per governi di lavoratori in cammino verso il socialismo. La società socialista darà alla donna ciò che nemmeno lo Stato capitalista più avanzato ha concesso.
 
(1) Dati dell’Istituto Guttmacher, "Dati sull'aborto in America latina e nei Caraibi," Gennaio 2012.
(2) Unicef, "Esperienze e storie di gravidanze adolescenziali: un approccio ai fattori culturali,
sociali ed emotivi a partire da uno studio in sei paesi della regione", Pagina 12, 15/02/2015.
 
 
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