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In ricordo di Nedda Petroni PDF Stampa E-mail
mercoledì 06 febbraio 2013

In ricordo di Nedda Petroni

militante trotskista

E' morta nei giorni scorsi la compagna Nedda Petroni, con cui per anni diversi compagni oggi militanti nel Pdac hanno condiviso la battaglia politica. Vogliamo ricordare Nedda pubblicando l'intervento che Patrizia Cammarata, dirigente del Pdac, ha fatto al funerale.

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Barbarano Vicentino, 5 febbraio 2013

 

E’ da tempo, da molto tempo, che le condizioni di salute di Nedda avevano interrotto la nostra abitudine, durata per anni, a sentirci, o vederci, quasi quotidianamente, nel nostro stretto rapporto fatto d’amicizia, affetto e militanza politica. E’ da qualche anno che trascorro le mie giornate senza una sua telefonata, senza un appuntamento con lei, senza la possibilità di chiederle un consiglio, un parere, su questo o quell’argomento, e senza poter ascoltare i ricordi della sua lunga vita.
Eppure non mi sono ancora abituata a vivere senza Nedda e, oggi, è un momento doloroso, di separazione, d’addio.

E’ importante ritrovarci qui insieme, noi tutti che le abbiamo voluto bene e che l’abbiamo stimata, insieme al figlio, alla sua famiglia, agli amici, alle compagne ed ai compagni.

Ho molte cose per le quali ringraziare Nedda, e la sento così vicina, così cara.

Ti ringrazio Nedda perché mi hai dato l’esempio di un tipo di donna alla quale attingere e che mi piacerebbe, a mia volta, riuscire a trasmettere alle donne giovani che incontro, e a mia figli
Sei stata una donna gentile e al contempo determinata, generosa ma attenta a non farti calpestare, sincera ma attenta alla sensibilità degli altri, coraggiosa e al contempo saggia e rispettosa, senza apparire mai conformista od ossequiosa.

Eri estrosa ma eri anche dotata di grande rigore logico e sei stata, soprattutto, una donna che nutriva, nei confronti delle altre donne, un’affettuosa solidarietà.

Mi stupivi sempre per la tua passione e il tuo entusiasmo, per l’energia che faceva scordare i tanti anni che già avevi, che faceva dimenticare che, invece, eri anziana, anzi “vecchia” come sottolineavi tu sempre, sfidando noi, più giovani, e spesso dimostrando che i vecchi eravamo noi quando ci dicevamo stanchi e la nostra pigrizia strideva vicino alla tua curiosità e alla tua vivacità. Ricordo con precisione il tuo rifiuto di usare le parole ipocritamente, il tuo rifiuto di usare parole diverse per edulcorare concetti che si ritengono negativi.

“La guerra è guerra” non è una “missione”- ci ricordavi - “i licenziamenti sono licenziamenti, non esuberi”. “Io sono vecchia”-mi dicevi, sorridendo- e oggi, qui, dobbiamo dire che Nedda è morta. Ma non è certo né vecchio né morto il tuo esempio, la tua passione, la tua energia che cercheremo di far riecheggiare in noi, nei nostri comportamenti, nelle nostre scelte.

Ti ricordo, un giorno, quando arrivasti a casa mia dicendomi che, sì, lo avevi fatto il volantino per la giornata del 25 Aprile e a me, che ti chiedevo: “ dammi il foglio che lo trascriviamo in computer” rispondevi: “l’ho scritto in testa, in auto, durante il tragitto Barbarano-Vicenza. L’ho tutto scritto dentro la mia testa. Accendi il computer che te lo dètto”. Io ti ascoltavo, incredula e allibita, mentre mi dettavi il volantino che avevi scritto “dentro la tua testa”, durante il viaggio Barbarano-Vicenza, con le virgole ed i punti, ma soprattutto con lo stile che ti era proprio, con il dono di saper esporre concetti importanti con parole semplici.

E ancora tanti altri ricordi…

Sai Nedda, quando sono titubante perché mi capita di dover affrontare un viaggio da sola, una situazione nuova, il tuo sorriso mi riappare, vicino, e ti vedo come allora, che guardi l’orario dei treni in qualche stazione, trascinando la tua valigia, o ti vedo arrivare con la tua auto, parcheggiando in modo improbabile, dopo aver fatto chilometri per strade sconosciute per arrivare in tempo, sempre puntuale, alla riunione, all’assemblea, alla conferenza, in qualche grande città o in qualche sperduto paesino.

Condividevamo l’esperienza d’essere donne e d’essere figlie, entrambe, di “un operaio specializzato” e condividevamo il fatto d’essere, entrambe, comuniste.

La malattia ti ha isolato, negli ultimi anni, da importanti avvenimenti politici e questo tuo forzato, ma purtroppo necessario, isolamento, ti ha impedito di vivere e poter comprendere fino in fondo, con la passione e la ricerca della verità che ti hanno sempre contraddistinto, l’evoluzione della situazione politica, sia nazionale sia internazionale, le scelte opportunistiche dei partiti vecchi e nuovi, dei sindacati, dei movimenti, lo scoppio della crisi internazionale del capitalismo, le rivoluzioni del Nord Africa e del Medio Oriente. Una situazione politica nuova che, io credo, ci avrebbe viste ancora insieme nella militanza politica.

Un giorno, eravamo a Roma, non ricordo per quale Congresso o assemblea o manifestazione, e Nedda mi "strappò" una promessa. Mi disse che le sarebbe piaciuto che, alla sua morte, fosse letto uno stralcio di una lettera che Pietro Tresso, il grande dirigente trotskista fondatore della Quarta Internazionale, scrisse nel 1942 alla cognata.
Nedda mi disse che le piacevano quelle parole e che nei concetti espressi da quelle parole si identificava.

Io mi ritrassi, come si fa quando si finge di non sapere che tutti dobbiamo morire e le dissi le solite frasi ipocrite del tipo: "perché pensi alla morte, che pensieri ti vengono”, ecc.. ma poi, data la sua insistenza, ricordo che la rassicurai in tal senso dicendole, in tono semiserio, che, va bene, se non fossi morta prima io, me ne sarei ricordata…

Oggi è arrivato il momento di ricordare e mantenere la promessa e, per le coincidenze che la vita spesso ci riserva, voglio anche ricordare che è proprio in questo 2013 che di Pietro Tresso si celebrano i 70 anni dal suo assassinio e i 120 dalla sua nascita, avvenuta il 30 gennaio 1893 a Magrè di Schio, in provincia di Vicenza.

Ecco, Nedda, in questa giornata, in cui ti salutiamo, possano riecheggiare, come desideravi, le parole del compagno Pietro Tresso:

 

…E’ proprio perché siamo ancora giovani che ci ritroviamo fuori dalle diverse chiese. Le stesse aspirazioni che ci hanno spinto, fin dalla giovinezza, all’interno di un partito, ce ne hanno spinto fuori quando si sono trovate in disaccordo con quelle che vengono definite le necessità pratiche. Se fossimo invecchiati avremmo ascoltato la voce dell’esperienza, saremmo diventati saggi, ci saremmo adattati, come molti altri, all’astuzia, alla menzogna, al sorriso ossequioso verso i vari “figli del popolo”,... Ma questo ci è stato impossibile. Perché? Perché siamo rimasti giovani. E per questo sempre insoddisfatti di ciò che è e sempre aspiranti a qualcosa di meglio. Quelli che non sono rimasti giovani sono diventati, in realtà, dei cinici. Per loro gli uomini e tutta l’umanità non sono che strumenti, dei mezzi che devono servire i loro scopi personali, anche se questi scopi vengono mascherati con frasi d’ordine generale; per noi gli uomini e l’umanità sono le sole vere realtà esistenti”.

 

 
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