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Sulla costante decrescita dei sindacati PDF Stampa E-mail
domenica 30 settembre 2018

Sulla costante decrescita dei sindacati

  

Dipartimento sindacale del Pdac

La recente indagine condotta da Demoskopika e ripresa da tutti i principali quotidiani nazionali, ritrae una situazione di forte declino dei sindacati confederali, dove negli ultimi due anni si registra una perdita di 450.000 iscritti di cui 285.000 nella sola CGIL.
Se da una parte questo decremento di centinaia di migliaia di iscritti può essere parzialmente spiegato con la crescente perdita di posti di lavoro e con pensionamenti sostituiti da lavoratori precari che temono ad affiliarsi ai sindacati, dall’altra non possiamo esimerci da una valutazione politica sull’operato sempre più prono e complice delle grandi burocrazie sindacali.
Di fatti non passa inosservato che le maggiori perdite le abbia avute la CGIL proprio nelle regioni guidate dal centrosinistra. Dato che rafforzerebbe la tesi per cui le politiche riformiste e neoriformiste, sia nei partiti sia nei sindacati, non hanno mai offerto prospettive di miglioramento delle condizioni operaie. Del resto il sindacato guidato da Susanna Camusso non ha mai nascosto la sua adiacenza politica col Partito Democratico (o alle sue diramazioni, come Leu) e ai lavoratori non è sfuggita la lunga serie di continuità carrieristiche che hanno interessato decine di noti e meno noti personaggi partiti dalle fila della Cgil e approdati allo stato maggiore del PD: Cofferati, Epifani, Rosati, Fedeli e così via discorrendo…
Non meno importante è stata la cogestione degli esuberi (ribadita nel recente Patto per la fabbrica siglato con Confindustria) che ha portato alla firma di accordi ignobili da cui sono scaturiti migliaia di licenziamenti: una pratica indegna per un sindacato che anziché difendere l’occupazione dei lavoratori ha preferito monetizzarla al ribasso.

 

I lavoratori rinunciano a organizzarsi: i limiti del sindacalismo di base

Se il calo d’iscrizioni registrato a danno dei sindacati concertativi può indicare una rottura – seppur molto contenuta e insufficiente – della classe con le burocrazie sindacali, a preoccupare sono principalmente due fattori: la crescente rassegnazione dei lavoratori nei sindacati (verso tutti i sindacati!) e la totale incapacità dei sindacati conflittuali di recepirla e convogliarla alle loro latitudini. Un binomio fatale per la lotta di classe, perché il primo fronte di conflitto diretto contro lo sfruttamento padronale è proprio quello sindacale, animato nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, in difesa dei diritti, dei salari e della salute. A causa di politiche settarie e autoreferenziali e della mancanza di strutture e dinamiche realmente democratiche il sindacalismo di base, ad eccezione di qualche realtà territoriale e categoriale, non solo non è attrattivo verso i lavoratori fuoriusciti da CGIL, CISL e UIL ma è ben lontano dal rappresentare un’alternativa credibile alla triade confederale.

 

Lottiamo nei sindacati per un giusto modello sindacale: Il Fronte di Lotta No Austerity

I lavoratori, quando sono organizzati, sono più forti e la loro lotta è più efficace. In tal senso non è importante in quale sindacato essi siano collocati, ma quali sono le loro prospettive sindacali: democrazia operaia, partecipazione, solidarietà di classe, anticapitalismo, antifascismo, contrasto a tutte le discriminazioni di genere, razza e orientamento sessuale, sono i valori su cui convergere e per cui lottare in ogni sindacato per la costruzione di un fronte unico di lotta. Un lavoro ambizioso che oggi sta svolgendo con successo il Fronte di Lotta No Austerity. Perché i sindacati devono essere dei lavoratori; e non il contrario.

 
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