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Nicaragua È necessaria la solidarietà internazionale con la lotta delle masse popolari PDF Stampa E-mail
luned 03 settembre 2018

Nicaragua

È necessaria la solidarietà internazionale

con la lotta delle masse popolari

 

 

 

Dichiarazione della Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale

La storia del popolo nicaraguense per la sua liberazione ha fatto vibrare il mondo intero per quasi un secolo. Nel 1928 stimolato dalla Lega Antimperialista delle Americhe,1 è stato costituito il «Comitato Mani Fuori dal Nicaragua», con sede in Messico, questo è stato uno sforzo congiunto con l’obiettivo di fornire solidarietà politica, economica e militare alla lotta del «piccolo esercito pazzo», l’Esercito difensore della sovranità nazionale del Nicaragua, che stava combattendo contro l’intervento militare degli Stati Uniti in Nicaragua. Nella campagna agiscono leader politici come il cubano Julio Antonio Mella, il peruviano Victor Raul Haya de la Torre, e i pittori messicani David Alfaro Siqueiros e Diego Rivera.
Morto e tradito Sandino, viene ristabilita col ferro e col fuoco la dittatura della dinastia Somoza. Nuove campagne di solidarietà sono state necessarie per sostenere la lotta dei combattenti per la libertà. Nel 1969-1970 è stata necessaria una vasta campagna di solidarietà per evitare la deportazione e l’assassinio certo di Amador Carlos Fonseca, fondatore del Fronte sandinista di liberazione nazionale, in quel momento prigioniero nelle carceri del Costa rica, nella campagna hanno partecipato gli intellettuali e i premi Nobel francesi Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre.
Il movimento di solidarietà a favore della lotta del popolo del Nicaragua non ha fatto altro che crescere man mano che la dittatura della famiglia Somoza entrava in crisi. Dal 1978 era ovvio che era in incubazione una rivolta popolare contro la dittatura. Oltre al sostegno politico e logistico che aumentava di giorno in giorno, la rivoluzione nicaraguense ha riacquistato una notevole tradizione internazionalista, quella delle brigate internazionali dei combattenti volontari. Hanno partecipato alle brigate il costaricense Carlos Luis Fallas e il panamense Victoriano Lorenzo, oltre ad innumerevoli volontari.
Anche la nostra corrente, la Lega internazionale dei lavoratori, ha organizzato una brigata di combattenti volontari, la brigata Simon Bolivar, che ha combattuto nella liberazione di Blufields.
La rivoluzione nicaraguense del 1979 ha sollevato una nuova ondata di speranza internazionale: appena dopo la sconfitta militare statunitense in Vietnam, ancora una volta un piccolo Paese vinceva militarmente una dittatura sanguinosa armata fino ai denti con il finanziamento dell’imperialismo. La rivoluzione sembrò diffondersi a macchia d’olio nel resto dell’America centrale, oppressa e disonorata come il Nicaragua.
La solidarietà internazionale era ora concentrata nelle grandi giornate di alfabetizzazione, nella ricostruzione delle campagne, a partire dal 1983 nella lotta contro la controrivoluzione, aiutata e finanziata dal governo degli Stati Uniti.
Le masse del Nicaragua e dell’America centrale fecero tutto ciò che era in loro potere per sconfiggere l’imperialismo, morirono e sacrificarono le loro vite in decine di migliaia, poche guerre furono tanto cruente come la rivoluzione centroamericana del 1979-1990.
Tuttavia, la rivoluzione centroamericana non fu sconfitta principalmente dall’aggressione imperialista, questo era un fattore: il problema principale fu la concezione del processo rivoluzionario che l’Fsln e tutte le organizzazioni castriste hanno dato al processo.
L’Fsln dopo la caduta di Somoza, ha concepito i compiti della rivoluzione come la costruzione di un governo di «unità nazionale», cioè un governo borghese, il cui compito principale è stato quello di ricostruire lo Stato, la polizia e l’esercito borghese ora dominato dai sandinisti. Il governo cubano ha usato la sua autorità per dire che il Nicaragua non poteva seguire la strada della Rivoluzione a Cuba nel 1959 espropriando il capitalismo. Questa è l’origine degli organismi dell’attuale esercito e degli attuali paramilitari.
Allo stesso modo, il compito economico era lo sviluppo della «economia mista», un’economia capitalista con intervento statale. Non ci si doveva muovere verso il socialismo, né si doveva avanzare nella riforma agraria. La rivoluzione non doveva essere «esportata», si dovevano rispettare i confini artificiali degli Stati nazionali.
Cioè, la rivoluzione fu presto soffocata e infine strangolata dalla sua stessa direzione politica. Per raggiungere questi obiettivi, l’Fsln aveva fin dall’inizio trasferito la sua forma militare, la sua forma di partito-esercito nella società. Non ha permesso nessuna opposizione, nemmeno tra le fila delle forze rivoluzionarie. Prima ha espulso la brigata Simon Bolivar e l’ha consegnata alla polizia panamense. Poi si è incaricato di «sterilizzare» il resto della sinistra comunista, trotskista e maoista.
Il sandinismo accetta solo subordinazione politica o opposizione protetta, qualsiasi organizzazione politica che consideri seriamente la lotta e la competizione con il sandinismo, è combattuta fino alla morte.
Come parte della cultura militare portata nel movimento popolare, sarà sua abitudine annettere e «nazionalizzare» le organizzazioni sindacali e popolari. Sia la Centrale sandinista dei lavoratori, sia l’Associazione dei lavoratori dei Campi o le federazioni studentesche, sono state trasformate in organizzazioni semi-statali, dominate da burocrazie totalitarie e corrotte.
Queste caratteristiche dittatoriali sono state giustificate durante la guerra, dal rigore dello scontro con gli Stati Uniti e gli oppositori, ma la verità è che il soffocamento del movimento di massa era funzionale alla sconfitta della rivoluzione.
Il sandinismo lascia il governo nel 1990, dopo aver perso le elezioni. La rivoluzione fu sepolta con accordi elettorali e in una nuova corruzione (la «piñata») che ha avviato la costruzione di una nuova borghesia sandinista. Il sandinismo «governa dal basso» tra il 1990 e il 2006. Il suo controllo sul movimento di massa gli consente di negoziare luoghi sicuri per un nuovo processo di accumulazione capitalista. Comincia a occupare le strutture dello Stato, la polizia, l’esercito, i giudici.
L’ascesa e il sostegno del chavismo, consente all’orteghismo di svilupparsi come una nuova dittatura familiare, ripetendo la storia del somozismo.
Svuotato il sandinismo storico, eliminate le opposizioni di sinistra e di destra, la famiglia Ortega e il suo dominio privilegiato dello Stato hanno permesso di costruire una nuova dinastia familiare, legata alle società di comunicazione e al commercio di petrolio. Il governo di Daniel Ortega è stato un governo applaudito dal Fmi, dalla Chiesa cattolica, dalle chiese pentecostali, dall’esercito americano, dai gruppi minerari e dagli uomini d’affari centroamericani. Fino all’inizio della crisi politica dell’aprile 2018.
Da aprile 2018 è iniziato un nuovo processo di ribellione popolare, che ha seguito lo schema di un secolo di ribellioni. Una rivolta dei giovani e degli impoveriti contro una dinastia familiare, che garantisce le attività dei grandi capitalisti, che si appoggia sulla polizia e sull’esercito per governare, che manipola e mente.
Da allora non sono mai cessate le mobilitazioni popolari e i boicottaggi contro il governo di Daniel Ortega, che come ogni dittatura ha risposto con un bagno di sangue che ormai supera i 450 morti, migliaia di feriti, centinaia di dispersi. È iniziata una nuova ondata di rifugiati politici verso il Costa Rica. La dittatura è stata particolarmente crudele nell’uso della violenza della polizia e dei paramilitari per contrastare manifestazioni e picchetti.
Gli uomini d’affari e la Chiesa cattolica che per molti anni hanno tollerato il tiranno, dovevano solo cominciare a opporsi. La stessa cosa il governo americano e le sue organizzazioni internazionali.
A differenza di quanto dicono Castro e il Forum di San Paolo, in Nicaragua non c’è nessuna cospirazione in corso, ma un’autentica ribellione popolare.
E come in altre rivoluzioni che il Nicaragua ha vissuto, ci sono forze che attentano contro il suo trionfo. In primo luogo il governo cubano, i partiti comunisti e il Pt in Brasile, che sostengono il massacro del popolo del Nicaragua, in difesa del governo «progressista» di Ortega.
Poi gli imprenditori, il governo degli Stati Uniti e le organizzazioni internazionali, che hanno protetto Daniel Ortega per lungo tempo e ora che ha perso il controllo, lo criticano per ricomporre la situazione. Le parole rumorose contro il regime non nascondono che la politica del Dipartimento di Stato e dell’Oea è: il dialogo con la dittatura e le elezioni anticipate.
Il popolo nicaraguense per sconfiggere la dittatura ha bisogno della solidarietà internazionale come ne ha avuto bisogno in passato, ha anche bisogno di organizzare la sua autodifesa per sconfiggere la dittatura e lottare in modo indipendente dalle agenzie dell’imperialismo e dagli imprenditori che cercano solo di reindirizzare la lotta verso un patto con la tirannia. Per trionfare, è necessaria la più ampia solidarietà delle organizzazioni sociali, specialmente della classe operaia. È necessario che i sindacati e le altre organizzazioni diano il loro sostegno politico e materiale alla lotta delle masse popolari nicaraguensi per la loro liberazione dalla dittatura e per la costruzione di un nuovo Stato sotto il dominio e il controllo dei lavoratori e delle loro organizzazioni, con nazionalizzazione delle principali aziende, pianificazione dell’economia e controllo statale del commercio estero, in modo che la ricchezza prodotta sia destinata alle necessità delle masse, e in modo che questa volta la lotta porti alla vittoria finale delle masse popolari del Nicaragua.

 

Note

1) Una specie di «fronte unico antimperialista» promosso dai primi zig zag dell’Internazionale Comunista.

 

(Traduzione di Laura Sguazzabia dallo spagnolo)

 
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