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Le affinità elettive tra lega e cinque stelle PDF Stampa E-mail
gioved 05 luglio 2018
Le affinità elettive
tra Lega e Cinquestelle
 
  le_affinita
 
di Salvatore De Lorenzo
 
 
 
Il successo elettorale di due forze apertamente reazionarie, come Lega e M5S, è la risultante di due principali fattori. Da un lato vi è la protesta, incanalata nell'alveo del parlamentarismo borghese, di larghe masse contro le tradizionali forze politiche (Pd, Fi) che per lungo tempo hanno governato il Paese, scaricando sulla classe operaia e sui ceti medi i costi della crisi economica. Dall'altro un ulteriore arretramento nella coscienza di classe di larghi strati di classe operaia e ceto medio, conseguenza del tradimento delle organizzazioni sindacali e politiche del movimento operaio.
Ciò non significa, ovviamente, che le forze uscite sconfitte dalle elezioni e che avevano governato il Paese, in primis il Pd, non fossero esse stesse delle forze parimenti reazionarie, tutt'altro. E' però assolutamente evidente che Lega e M5s hanno conquistato il voto di larghi strati sociali usando parole d’ordine apertamente xenofobe e razziste. 
Agitando strumentalmente lo slogan “prima gli italiani”, sia Salvini che Di Maio hanno soffiato sul fuoco delle paure che attanagliano larghi strati popolari, convinti, anche grazie ad un sistema dell'informazione totalmente al servizio delle classi dominanti, che il problema della mancanza di lavoro o delle condizioni di lavoro sempre peggiori sia da attribuirsi alla concorrenza degli immigrati e non sia invece la risultante di una gigantesca crisi di sovrapproduzione prodotta dal sistema capitalistico e i cui costi sono stati scaricati per intero sul proletariato e sui ceti medi. Tale crisi, iniziata nel 2007 negli Stati Uniti, ha assunto caratteri particolarmente feroci nei Paesi a capitalismo avanzato, nei quali i costi di produzione delle merci risultano elevati rispetto ai Paesi emergenti. Per continuare il processo di accumulazione di capitali, le principali aziende degli Stati imperialisti europei hanno spostato gran parte dei mezzi di produzione nei Paesi emergenti, come l'Est europeo e i Paesi asiatici e imposto ai loro rappresentanti politici piani di ristrutturazione economica, finalizzati a riportare salari e condizioni di lavoro nei Paesi a capitalismo avanzato al livello di quelli dei Paesi emergenti. E’ quello che è avvenuto in Italia attraverso l'abolizione dell'articolo 18 e il jobs act e in Francia con l'introduzione della Loi Travail.
 
Caratteristiche particolari del sistema economico e produttivo italiano
Nel contesto europeo l’Italia presenta tuttavia una peculiare struttura economica e produttiva, principalmente basata su un tessuto di piccole imprese. I dati Eurostat 2013, ad esempio, fotografavano un sistema di 3,77 milioni di imprese italiane contro i 2,2 milioni della Germania, i 3 milioni della Francia, i 2,3 milioni della Spagna (1).
Secondo i dati del rapporto Istat del 2017 sulla competitività (2), dal 2011 al 2014 si è verificata una pesante contrazione del numero di imprese italiane, con la scomparsa di circa 30.000 aziende manifatturiere e di 64.000 aziende di costruzioni. Complessivamente, nel periodo che va dal 2011 al 2014, si è verificata la chiusura di circa 200.000 imprese e una perdita di oltre 800.000 posti di lavoro (dai 16.1 mln del 2011 ai 15.3 mln del 2014), per poi verificarsi una lentissima fase di ripresa che però non ha riportato i livelli occupazionali ai valori pre-crisi. La ripresa dei profitti di impresa è stata possibile consentendo ai capitalisti piccoli e grandi di estrarre una maggior quantità di plusvalore dallo sfruttamento del lavoro, anche attraverso l'abbattimento dei salari e la riduzione delle tutele dei lavoratori (3).
La caratteristica peculiare del sistema economico italiano si deduce, immediatamente, dal confronto con quello tedesco. Pur avendo 20 milioni di abitanti in meno, quello che emerge dall'analisi dei dati Istat 2017 (2) è che in Italia vi sono attualmente circa 800.000 aziende in più rispetto alla Germania.  La spiegazione di questo apparente paradosso è nell’immensa differenza nel numero di imprese con meno di dieci dipendenti, che sono quasi il triplo in Italia. Viceversa in Germania sono il triplo quelle al di sopra di 250 dipendenti. L’Italia è quindi, tra le nazioni europee, quella con la più elevata densità di ceti piccolo-borghesi e, contemporaneamente, con la più elevata molecolarizzazione del lavoro salariato. Questa caratteristica rende più difficile per questi lavoratori percepirsi come parte della più ampia classe del proletariato mondiale. Come sosteneva difatti Lenin (4): “nel sistema generale dei rapporti capitalistici, l'operaio di fabbrica, a causa della sua situazione, diventa il solo campione dell'emancipazione della classe operaia, perché soltanto lo sviluppo del capitalismo, la grande industria meccanica, crea le condizioni materiali e le forze sociali indispensabili per questa lotta. Tali condizioni materiali non esistono in nessun altro luogo come forme inferiori di sviluppo del capitalismo: la produzione è frazionata in migliaia di piccolissime aziende (che non cessano di essere aziende frazionate, nonostante le forme più ugualitarie di possesso comune della terra), lo sfruttato possiede ancora, nella maggior parte dei casi, una minuscola azienda e si lega perciò al sistema borghese contro il quale dovrebbe lottare[..] Lo sfruttamento minuto, frazionato, isolato tiene i lavoratori legati al luogo di residenza, li divide, non permette loro di prendere coscienza della loro solidarietà di classe, di unirsi, di comprendere che la causa della loro oppressione non è questa o quella persona, ma tutto il sistema economico.”
 
Lo scontro interborghese
Nei giorni di fibrillazione che hanno preceduto l'insediamento del governo Conte, le tensioni tra il presidente della Repubblica e il duo Di Maio-Salvini sulla scelta del ministro dell'economia hanno svelato, per l'ennesima volta, l'esistenza di uno scontro tutto all'interno alla borghesia, tra settori di piccola e media impresa, da un lato, che sostengono che solo attraverso la diluizione del pagamento dei debiti contratti con le banche la crescita (dei profitti del capitalismo, ovviamente) può ripartire per effetto della ripresa dei consumi,  e, dall'altro i rappresentanti del capitalismo finanziario che esigono che i debiti contratti dagli Stati imperialisti con le banche europee vengano onorati secondo le regole esistenti.
Questi scontri in realtà si verificano da diversi anni, come testimonia la vicenda del salvataggio, con una pioggia di miliardi di soldi pubblici, di diverse banche tra cui Mps. L'analisi dei fattori che hanno condotto alla crisi finanziaria di queste banche dimostra, principalmente, le difficoltà del sistema di impresa di onorare i debiti con il capitalismo finanziario. Questa crisi del credito è stata in parte alleviata dall'intervento della Bce, che ha pompato oltre 2000 miliardi di euro nel sistema finanziario europeo a tassi di interesse bassi, attraverso il cosiddetto Quantitative Easing (QE). Ciò ha consentito al sistema finanziario di fornire crediti alle imprese a tassi più bassi e a queste di riprendere a produrre. Iniziato nel 2015, assieme alle operazioni di riduzione dei salari e dei diritti dei lavoratori attraverso il jobs act, il QE ha in parte consentito una flebile ripresa della crescita delle imprese italiane. Ma questa crescita asfittica, inferiore all'1%, evidenzia chiaramente la difficoltà del sistema economico italiano, basato principalmente su un tessuto di piccole imprese, a reggere la competizione con il grande capitale industriale che ha carattere multinazionale. E' questo scontro tutto interno alla borghesia che produce le fibrillazioni dei mercati finanziari e le minacce, da parte di Salvini, di un ritorno agli Stati nazionali. Questi scontri, in realtà, certificano esclusivamente la grande difficoltà del sistema della piccola impresa a perpetuare il suo processo di accumulazione. I segnali di una ripresa della crisi, come il recente crollo della produzione industriale in Germania evidenzia, suonano le campane a morto per un sistema di produzione imputridito, che solo la rivoluzione proletaria potrà riporre nei libri di storia.
Diversi esponenti caricaturali della “sinistra” sovranista (5) hanno appoggiato quei settori borghesi che, attraverso Lega e M5s, chiedevano, un allentamento dei vincoli di bilancio. Ovviamente, la classe operaia, che è ugualmente sfruttata dai piccoli e dai grandi imprenditori, non ha nulla da guadagnare da questo scontro.
 
Il fenomeno della disoccupazione di massa nel meridione italiano
Un altro aspetto che emerge dall’analisi dei dati economici è la polarizzazione nel Nord del Paese della concentrazione delle imprese, che costituisce la causa principale della differenza nei tassi di disoccupazione tra Nord e Sud.
Il tasso di disoccupazione in Italia è attorno all'11%, il più elevato in Europa dopo Grecia (21%) e Spagna (12%), più elevato del tasso medio europeo (8.5%) e molto più elevato di quello tedesco (3.8%).  Grazie all'introduzione del jobs act, inoltre, tende a scomparire il lavoro a tempo indeterminato; rispetto al 2008 vi è stato un aumento di circa 800 mila contratti a tempo determinato a fronte di un calo di circa 100 mila unità di lavoro a tempo indeterminato (6).
Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, infine, nonostante la discesa dello 0,9% registrata a marzo del 2017, essa resta al 31,7%, più del doppio della media del Vecchio Continente (15,6%) e quasi dieci punti sopra il livello di dicembre 2008.
Ma se si analizza la distribuzione geografica di questi dati ci si accorge che la situazione, che già di per sé non è per nulla rosea, assume contorni particolarmente drammatici nel Meridione. Difatti mentre il Nord ha tassi di disoccupazione comparabili con le economie degli Stati imperialisti più forti, l’esatto opposto accade nelle regioni meridionali, dove il tasso di disoccupazione varia tra il 18% e il 28%, a seconda dell'area geografica, ben più elevato della media nazionale (11%) e più alto di tutti i Paesi europei, Grecia inclusa. Il Meridione italiano è cioè il più grande serbatoio di sottoproletariato e di proletariato altamente precario d'Europa.
 
La natura piccolo-borghese del M5s
Il M5s, per ammissione del suo stesso guru, il comico miliardario Beppe Grillo, è quella forza politica che si è proposta di incanalare nell’alveo della contesa parlamentare borghese, e quindi di disinnescare, il legittimo sentimento popolare di protesta e di rabbia verso gli sprechi, la corruzione, i vitalizi parlamentari, i  privilegi economici degli strati parassitari, la disoccupazione di massa e l'impoverimento di strati sempre più larghi di popolazione. Contemporaneamente il M5s ha lavorato all’interno dei movimenti di protesta, dai No Tav ai movimenti ambientali, proponendo una sponda istituzionale a queste istanze e creando anche legami con i centri sociali dell’area dell’autonomia (si pensi ad esempio al legame tra Askatasuna e Appendino a Torino) (7) e importanti settori delle aristocrazie operaie, come si deduce dai suoi ormai storici rapporti con Usb all'Ilva di Taranto (8).
Il progetto politico dei 5 stelle nasce dall’attento studio della compagnia di marketing del suo ideologo Casaleggio, da cui emergeva abbastanza chiaramente, già agli inizi del nuovo secolo, il sentimento di crescente rigetto delle masse popolari verso tutti quei partiti, dalla destra berlusconiana alla “sinistra radicale”, che si erano resi responsabili del generale peggioramento sia nelle condizioni materiali di vita che della disoccupazione e dell’impoverimento di massa, del clientelismo diffuso nella pubblica amministrazione e della devastazione dell'ambiente.
Lo slogan “né di destra né di sinistra”, abilmente lanciato dai grillini, serviva a fare piazza pulita del vecchio e corrotto apparato politico, con l'obiettivo però di salvare il mandante di quella classe politica, quel sistema capitalistico italiano nel quale la Casaleggio Associati continua a fare lauti profitti. Difatti mentre il M5s agitava opportunisticamente le masse assurgendo a paladino dei “cittadini” contro il capitalismo finanziario che si riuniva a Bildeberg, Casaleggio frequentava contemporaneamente i salotti buoni dell’alta finanza, come quelli di Cernobbio, dove veniva apprezzato persino da Mario Monti.
Analogamente, dopo essersi accreditato alle masse popolari, attraverso il blog di Beppe Grillo, come una forza pacifista ostile alla Nato, il M5s mandava Di Maio in Israele a rassicurare delle sue reali intenzioni di fedeltà ai patti atlantici le istituzioni criminali sioniste. Ovviamente, di contraddizioni tra la predica anti-sistema e la pratica pro-sistema del M5s se ne potrebbero segnalare infinite.
Nella sua scalata verso la presa del potere, tuttavia, il M5s non ha mai nascosto di voler diventare il rappresentante degli interessi della piccola e media impresa italiana, considerate il motore dell’economia italiana. Sia le favolette, ripetute a mo’ di mantra da Di Battista &co, del rilancio del “made in Italy” che la trovata demagogica di recuperare denari dal taglio degli stipendi dei parlamentari grillini per sostenere la piccola impresa, sono stati tutti espedienti mediatici funzionali al consolidamento di questo legame con la piccola borghesia italiana in crisi.
Dunque la forza “antisistema” altro non era, come ovvio, che una forza interessata esclusivamente a sostituire, all'interno di quel sistema di potere, la vecchia classe politica per proseguire nella stessa logica affaristica di tutte le organizzazioni politiche che l'avevano preceduta, come le recenti vicende emerse nella costruzione dello stadio della Roma calcio testimoniano.
Il M5s è cioè un partito politico funzionale agli interessi più generali della borghesia, molto attento tuttavia a presentarsi come il rappresentante politico degli interessi della piccola borghesia in crisi.
Ciò detto, il M5s non sarebbe diventata la principale forza politica del Paese senza sfondare anche nell'elettorato del Centro-Sud. Per questa ragione, sin dall'inizio della sua storia ha agitato la parola d'ordine del reddito di cittadinanza, che lo ha reso vincente agli occhi del sottoproletariato e del proletariato, quello meridionale in particolare. Larghi strati di proletariato impoverito o costantemente sotto il ricatto del licenziamento, sullo sfondo del tradimento delle organizzazioni politiche e sindacali tradizionali del movimento operaio, sono stati fagocitati dalla demagogia del M5s.
 
L’ascesa della Lega
L’altra forza che ha riscosso un importante successo alle recenti elezioni, raggranellando milioni di voti persino al Sud, è la Lega di Salvini. Questo partito è la versione moderna della ex Lega Nord, partito che solo pochi anni fa conduceva una battaglia contro i “meridionali che puzzano” e che oggi è diventata il riferimento politico di milioni di quei meridionali.
Salvini, che ha capitalizzato la crisi di leadership di un Berlusconi ormai bollito, ha condotto una battaglia tutta tesa a guadagnare, in primis, il consenso della piccola e media borghesia e del proletariato del Nord, agitando la boutade della “flat tax”, la proposta cioè di una riduzione generalizzata del carico fiscale per lavoratori e imprenditori. Come si è poi visto nei primi giorni del governo, la proposta fiscale si è immediatamente tramutata in una tassazione antisociale, bassa per i ricchi e alta per i poveri, che lo stesso Salvini e Di Maio sostengono a spada tratta, affermando che sarebbe l’unico modo per consentire agli imprenditori di avere maggiori profitti da investire in occupazione. Purtroppo non sono affermazioni comiche ma tragiche e prima o poi il proletariato sarà costretto a fare tesoro dei suoi errori di valutazione.
Il principale cavallo di battaglia di Salvini nella conquista del proletariato e del sottoproletariato, in particolare al Sud, è stato quello di fomentare una indegna guerra contro gli immigrati, di scatenare l’odio di quelle grandi masse meridionali in fase di sottoproletarizzazione, che ormai vivono di stenti e di lavoro a nero, contro chi scappa da scenari terribili di guerra e povertà. Usando tutto il peggior armamentario nazionalista e razzista, Salvini ha conquistato il dominio di intere periferie degradate dei centri urbani, contese alle forze dichiaratamente fasciste di Casapound e Forza Nuova con cui il suo partito è in ottimi rapporti.
Peraltro la tecnica di fomentare l'odio razziale, combinata con la svolta autoritaria e repressiva del ministro degli interni Salvini, sono gli strumenti con cui Lega e M5s cercano di sviare i loro stessi elettori dalle promesse di regalie varie (flat tax, reddito di cittadinanza) fatte in campagna elettorale, che molto difficilmente potranno essere mantenute, persino in minima parte, all'interno dell'attuale assetto economico europeo e su cui lo stesso Tria, ministro dell'economia del governo Conte, è ovviamente costretto a prendere tempo.
L'omicidio del sindacalista Sacko Soumalya, il respingimento di Aquarius, la nave carica di 629 immigrati che solo dopo tragiche peripezie nel Mediterraneo è riuscita a trovare accoglienza in Spagna e altri episodi di simile barbarie, che si susseguono costantemente in questi giorni, sono il risultato del clima di odio creato ad arte da Lega e M5s e che pervade purtroppo ormai larghi strati di massa.
 
Prospettive
Agitando demagogicamente parole d'ordine che hanno prodotto illusioni e speranze nel grande proletariato italiano sottoccupato, come il reddito di cittadinanza o la riduzione delle tasse per tutti, M5s e Lega sono riusciti a incanalare in una reazione “democratica” contro le vecchie forze politiche il malcontento delle masse. Questo inganno durerà poco poiché non esiste alcuna risposta soddisfacente per la classe operaia e il ceto medio all'interno dell'attuale assetto economico. Poiché però la classe operaia, ad oggi, ha una percezione molto bassa del suo ruolo rivoluzionario, non si può a priori escludere che altre forze, come lo stesso Pd o le organizzazioni riformiste e opportuniste di sinistra, attualmente fuori gioco, possano recuperare consensi.
Solo la ripresa di una stagione di mobilitazioni di massa, che non può essere affatto esclusa nel quadro attuale, potrebbe riaccendere la lotta di classe. Ecco perché è impellente la costruzione del partito rivoluzionario, l'unico in grado di dirigere la classe operaia verso la presa del potere e il soddisfacimento dei suoi bisogni materiali. E' a questo obiettivo che lavora, costantemente, il Pdac, sezione italiana della LIT- Quarta Internazionale.
 
Note
(1) http://www.linkiesta.it/it/article/2016/04/20/il-modello-della-piccola-impresa-italiana-e-tramontato/30035/
(2) https://www.istat.it/storage/settori-produttivi/2017/Rapporto-competitivita-2017.pdf
(3) https://www.alternativacomunista.it/content/view/2549/1/
(4) G.E. Zinov'ev,  La formazione del partito bolscevico 1898-1917 (Graphos Storia).
(5) https://www.lospecialegiornale.it/2018/05/28/discorso-mattarella-parla-diego-fusaro-salvini-e-di-maio-eroi/
(6) https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/02/lavoro-disoccupazione-ue-torna-ai-livelli-2008-italia-il-tasso-resta-piu-alto-di-4-punti-e-ci-sono-750mila-precari-piu/4327941/).
(7) https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/01/g7-torino-arrestato-leader-askatasuna-consigliera-m5s-libero-subito-renzi-che-figuraccia/3888394/
(8) http://www.laringhiera.net/ilva-taranto-il-m5s-seduce-i-sindacati/
 
 
 
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