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Sicurezza sul lavoro: tredicimila morti in dieci anni La legge borghese non salverà nessuno! PDF Stampa E-mail
domenica 27 maggio 2018
Sicurezza sul lavoro: tredicimila morti in dieci anni
La legge borghese non salverà nessuno!
 
morti_lavoro
 
di Diego Bossi
 
Quest’anno il decreto legislativo 81/08 compie dieci anni, un periodo importante che impone un bilancio sui risultati della principale norma italiana costituente il Testo Unico per la Sicurezza sul Lavoro (Tusl).
Non è necessario fare analisi e ricerche approfondite che porterebbero via tempo e aggiungerebbero informazioni del tutto superficiali per quelli che sono gli obiettivi di quest’articolo. Ciò non significa che una disamina del Tusl e dei suoi effetti non sia utile per costruire un adeguato intervento sindacale nelle fabbriche come in tutti i luoghi di lavoro, ma qui noi vogliamo porre in risalto una questione politica che crediamo sia preminente ai contenuti del decreto: l’insufficienza e l’inadeguatezza della legge borghese per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori.
È sufficiente incrociare tre dati facilmente reperibili e verificabili: dieci anni di vigenza del decreto 81 (9 aprile 2008); tredicimila morti sul lavoro in dieci anni;(1) infine, sei punti percentuali di crescita della già enorme fetta di lavoro nero.(2)
 
Un eccidio senza fine
In un decennio sono state registrate tredicimila vittime sul lavoro, una media di milletrecento morti l’anno con una tendenza tutt’altro che in calo, come certa stampa borghese vuole far credere. Se andiamo a controllare le macabre tabelle dell’Inail,(3) riscontriamo che i totali annui d’infortuni mortali nel quinquennio 2012/2016 sono di 1370 (2012), 1252 (2013), 1175 (2014), 1294 (2015) e 1130 (2016). Dati concernenti i soli decessi, senza contare le decine di migliaia d’infortuni gravi e invalidanti e le malattie professionali; ma soprattutto, dati lontani da una reale rappresentazione della piaga perché andrebbero sommati ai numeri provenienti dal lavoro nero. Numeri difficilmente reperibili che ingrandirebbero radicalmente il dramma.
Insomma, nella sola Italia, teatro di un terzo degli infortuni mortali dell’Unione europea,(4) ogni giorno muoiono tre lavoratori, e quando parliamo di morti sul lavoro, parliamo di morti atroci: operai precipitati da ponteggi, asfissiati, intossicati, bruciati vivi, folgorati dall’alta tensione, falciati nei cantieri autostradali o schiacciati da macchinari e presse.
Questo è lo scenario che si cela dietro al profitto. Nessuna legge borghese salverà i lavoratori perché nessuna legge borghese sacrificherà il profitto per la sicurezza degli operai: le “morti bianche”, sono omicidi del capitale! 
 
Di cosa muoiono i lavoratori
Sulle cause politiche e sociali che producono centinaia di vittime sul lavoro, è utile affrontare il problema da un punto d’osservazione più alto possibile, che non si limiti a una macroanalisi del fenomeno, ma che dia ai nostri lettori un panorama ampio e chiaro dell’argomento.
Partendo dall’assunto – per noi insindacabile – che la società è divisa in classi fra loro in conflitto e che una classe, la borghesia, proprietaria dei mezzi di produzione, trae le proprie ricchezze dallo sfruttamento della forza lavoro, si pone la necessità di definire il ruolo di quello stato che, non a caso, noi chiamiamo “borghese”.
Come ebbe a scrivere Lenin in Stato e rivoluzione, lo Stato non è quell’entità terza e neutrale in cui trovano cittadinanza in egual misura gli interessi di tutti; al contrario: lo Stato è espressione e strumento della classe dominante e la sua funzione principale è proprio quella di assorbire il conflitto sociale deleterio per i profitti e gli interessi borghesi. Pertanto lo Stato dà legittimità allo sfruttamento e tutela i padroni attraverso il potere legislativo, giudiziario e coercitivo. Ne consegue che il decreto legislativo 81/08 non è avulso dall’intero apparato normativo dello stato, ma incarna un preciso tassello di un mosaico che nulla ha a che vedere con la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.
Ad esempio non potremo certo asserire che il Tusl sia una legge separata e in qualche modo conflittuale al Jobs act o alla Legge Fornero, come se esistessero leggi buone per i lavoratori e leggi cattive dei padroni che le contrastano. È evidente nonché logico che le leggi di cui parliamo siano legate da un unico filo, dove le norme che precarizzano i lavoratori ed eliminano le loro tutele svuotano di contenuti le norme che dovrebbero tutelare la loro sicurezza. Questo è un punto fondamentale da comprendere a monte di ogni riflessione di merito: il lavoratore, senza tutele e precario, è uno schiavo sotto ricatto che rinuncerà a rivendicare qualsiasi diritto sancito formalmente da qualsiasi legge. Lo stato con una mano attacca i lavoratori, con l’altra omette di difenderli. E le due mani sono coordinate e controllate da un’unica testa: il capitale.
È da qui che dobbiamo partire se vogliamo contrastare la piaga delle morti sul lavoro e qualsiasi altro problema che derivi dallo sfruttamento. La classe dominante attraverso i suoi organi di disinformazione diffonde nelle masse la propria cultura, inocula negli oppressi le mentalità funzionali agli oppressori col risultato che la cantilena padronale dopo ogni infortunio verte sulle responsabilità dell’infortunato. Un’operazione meschina che – e qui sta il paradosso – è possibile solo in forza di leggi borghesi come il Tusl, utili a creare quel doppio binario su cui viaggia il sistema: da una parte il binario formale, quello delle rigorose norme di sicurezza, dei corsi di formazione, dei Dpi, delle procedure lavorative, dei piani di evacuazione antincendio e di tutti gli altri gusci vuoti ad uso e consumo della borghesia per pulirsi la coscienza in sostanziale impunità al cospetto della sua stessa legge; dall’altra il binario reale, quello dei lavoratori sotto ricatto economico e occupazionale, sotto le pressioni di capi e capetti pronti a venderli al padrone dove nessun decreto interverrà a difenderli. Il binario dell’ortodossia antinfortunistica e quello dello stacanovismo corsaiolo alla caccia di plusvalore sono percorsi dallo stesso convoglio che viaggia spedito, investe e uccide milletrecento lavoratori l’anno.
 
Conflitto sociale e solidarietà di classe: le uniche parole d’ordine in grado di difenderci
Dobbiamo quindi prendere le distanze dalle leggi sulla sicurezza? Assolutamente no! Alcune leggi sono frutto di conquiste dei lavoratori che dobbiamo difendere e far progredire, al contempo è importante essere consapevoli che la sicurezza sul lavoro non può essere subordinata alla sola legge perché gli unici elementi che possono dare contenuto e sostanza alla nostra alla nostra incolumità sono il conflitto sociale e la solidarietà di classe. Non perdiamo occasione di dirlo e ribadirlo nelle fabbriche, nelle assemblee, nei cantieri e ovunque sia possibile: l’infortunio non è mai colpa del lavoratore, perché a nessuno piace ferirsi o morire sul lavoro. Dobbiamo imporre condizioni di sicurezza e ritmi di lavoro compatibili con esse, dobbiamo difendere la pelle con la lotta e la solidarietà di classe, tutti i lavoratori devono vigilare reciprocamente sulle loro condizioni e organizzarsi collettivamente per difendere la loro salute e la loro vita.
 

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