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Le lotte operaie e la necessità del partito PDF Stampa E-mail
gioved 19 aprile 2018
Le lotte operaie
e la necessità del partito
Intervista a Diego Bossi, operaio Pirelli
 
le_lotte_operaie_diego
 
A cura della redazione web
"Contrattazione collettiva, rappresentanza sindacale, il Fronte di Lotta No Austerity e… perché entro nel Pdac", questo il sotto-titolo che riassume il senso dell'intervista a Diego Bossi, operaio alla Pirelli di Bollate (Milano), attivista della Cub e del Fronte di Lotta No Austerity e da qualche settimana militante del Pdac. Diego, partiamo dalla mobilitazione che interessa la tua categoria: dallo scorso autunno i lavoratori del settore gomma-plastica sono in lotta, puoi spiegarci perché?
I lettori di Progetto Comunista e del sito del Pdac sono già informati sulla lotta dei lavoratori del settore gomma-plastica, ma vale la pena ricordarne in sintesi gli aspetti salienti. L’articolo 70 del Ccnl di categoria prevede che gli aumenti salariali siano subordinati all’andamento inflattivo, questo fa sì che ogni anno, qualora l’inflazione reale sia minore di quella prevista, i padroni siano titolati a riprendersi le monetine concesse; e così hanno fatto quest’anno, ritirando 19,06 dei 30 euro (lordi) di aumento spettanti dal primo gennaio 2018. Questi i fatti da cui scaturisce una lunga serie di considerazioni da fare.
Siamo curiosi…
La prima è di carattere quantitativo: gli aumenti salariali di cui stiamo parlando sono una miseria se rapportati ai costi di vita che un operaio deve sostenere. Ridurre ulteriormente i già esigui aumenti previsti dal contratto nazionale, credo squalifichi più i padroni che i lavoratori. Detto questo, vi sono senza dubbio questioni di maggiore rilevanza che fanno emergere contraddizioni difficilmente ignorabili. La domanda da porsi è perché i sindacati confederali abbiano proclamato, ad oggi, trentadue ore di sciopero per protestare contro l’effetto di ciò che loro stessi hanno sottoscritto nel contratto nazionale. Dopo anni di pace sociale, oggi chiamano alla guerra. È evidente che si sono trovati in una situazione alquanto imbarazzante, per non dire vergognosa: prima si presentano nelle assemblee a dire ai lavoratori che riceveranno degli aumenti e su quelle deboli basi chiedono la benedizione all’ipotesi d’accordo; poi quegli aumenti non arrivano così com’erano stati pattuiti. E il conto da pagare per i lavoratori continua a crescere…
A quanto ammonta il conto che i lavoratori stanno pagando?
Rimanendo nell’ambito dell’ultimo rinnovo del contratto nazionale, ai venti euro di cui sopra vanno aggiunti altri sessantadue euro che abbiamo perso nel trattamento economico minimo (nel triennio 2019/2021 si partirà da 1844 anziché da 1906) e un venticinquesimo di mensilità relativo alla festività soppressa del 4 novembre. Insomma, una cifra importante che non entrerà più nelle nostre tasche per rimanere in quelle dei padroni. Ma la vera posta in gioco è un’altra…
Quale sarebbe?
Dalle notizie che abbiamo, in diverse realtà hanno cercato di compensare questa perdita salariale con soluzioni al ribasso a livello aziendale. Questo gioco svela la strada che i padroni e le burocrazie sindacali percorreranno in futuro: spostare il baricentro della contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale, dove i lavoratori saranno divisi e di conseguenza più deboli.
Spiegati meglio.
Dopo anni di proclami dei sindacati confederali sul valore della contrattazione nazionale come unico strumento per tutelare i lavoratori della categoria, sarebbe stato difficile pubblicizzare il rafforzamento del contratto aziendale. Quindi hanno fatto in modo che quel rafforzamento divenisse un’esigenza dovuta all’indebolimento del contratto nazionale.
E come avrebbero indebolito il contratto nazionale?
Prevalentemente con due mosse: una contrattuale e una tattica. Quella contrattuale è, appunto, legare l’aumento salariale all’andamento inflattivo, nello specifico all’indice Ipca che non computa i prezzi dei carburanti, in questo modo si elimina la certezza dell’aumento salariale creando l’esigenza di ricorrere al secondo livello (quello aziendale) per ottenere i soldi negati dalla contrattazione nazionale; la mossa tattica, invece, consiste proprio nell’aver concretizzato tale esigenza siglando soluzioni aziendali e decimando inevitabilmente le forze in campo nella vertenza nazionale sugli scostamenti inflattivi.
Perché le forze in campo sarebbero decimate?
Perché man mano che i lavoratori ottengono, parzialmente, il maltolto con un accordo aziendale, questi non solo non avranno più interesse a mobilitarsi per il contratto nazionale, ma lo stesso contratto aziendale porrà come condizione la rinuncia a qualsiasi mobilitazione sull’art.70.
Del resto il rafforzamento della contrattazione di secondo livello è un obiettivo tanto caro ai padroni da almeno vent’anni e il nuovo accordo, il cosiddetto “Patto per la fabbrica”, va proprio in quella direzione.
Parlaci di questo “Patto per la fabbrica”.
Per un buon approfondimento sul tema, rimando all’ottimo articolo (1) di Alberto Madoglio pubblicato sul sito del Pdac e al testo/volantino (2) preparato dai compagni del Fronte di Lotta No Austerity il cui titolo mi pare già di per sé esplicativo: “Patto per la fabbrica: il peggio degli ultimi vent’anni in un solo accordo”.
Alla Pirelli di Bollate, dove lavori tu, si sono appena svolte le elezioni per il rinnovo della Rsu e la Cub non ha firmato il cosiddetto accordo vergogna sulla rappresentanza. Come lavoratori iscritti Cub, qual è stata la vostra linea in merito alle elezioni?
La nostra linea è quella che la Cub ha in tutto il territorio nazionale. Riteniamo che l’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014, sottoscritto da Confindustria e dalle burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil, sia antidemocratico e limiti il diritto di sciopero, per questo la linea dei nostri iscritti, in tutti i rinnovi delle Rsu disciplinate da quell’accordo, è il boicottaggio delle elezioni e in quel senso vanno le nostre indicazioni ai lavoratori.
Facciamo gli avvocati del diavolo: lo sciopero è un diritto costituzionale di tutti i lavoratori e l’accordo non lo mette in discussione.
È ovvio che sul piano formale non sia messo in discussione il diritto di sciopero; altrettanto ovvio è che sul piano sostanziale ne sia limitata la capacità di esercizio.
Puoi spiegarti meglio?
Dobbiamo distinguere le formalità giuridiche, spesso usate come specchietto per le allodole nella retorica borghese, dal mondo del lavoro reale. Sul piano formale un lavoratore precario ha lo stesso diritto di sciopero di un lavoratore assunto a tempo indeterminato, così come il lavoratore di una grande azienda e quello di una piccola impresa da cinque dipendenti. Sappiamo tutti in realtà che questi lavoratori non possono esercitare il diritto di sciopero in eguale misura: ci sono lavoratori, oggi, nell’Europa del 2018, che rischiano il posto di lavoro per la semplice rivendicazione di un diritto. Il Testo Unico sulla Rappresentanza del 2014 (Tur) non solo ha messo fine alla democrazia sindacale nei luoghi di lavoro, ma ha privato i lavoratori del loro principale strumento di lotta, impegnando le organizzazioni sindacali firmatarie a rinunciare al conflitto in cambio di un posto esclusivo al tavolo dei padroni. In sintesi: i lavoratori hanno il loro diritto formale allo sciopero, ma – specialmente dove non sono presenti sindacati di base non firmatari dell’accordo – devono proclamarlo autonomamente, con tutte le difficoltà del caso. In quante realtà credete sia possibile questo?
Però anche alcune direzioni dei sindacati di base hanno scelto di firmare il Tur…
Questa scelta di alcune dirigenze sconfessa totalmente la natura conflittuale della loro base. Firmando l’accordo del 2014 sulla rappresentanza, queste organizzazioni sindacali perdono l’opportunità storica di distinguersi dalle grandi burocrazie sindacali e di costituire un’alternativa credibile alla triade confederale.
Personalmente credo che sia una scelta a dir poco mortificante per dei sindacati che si autoproclamano di base e di classe. Per dirla con una metafora calcistica, hanno preferito essere panchinari nella squadra avversaria che titolari nella propria: una scelta che non ha nulla a che vedere con gli interessi di classe dei lavoratori che rappresentano. Ma le panchine si sa, sono comode; e se la paga è buona, perché alzarsi?
Un giudizio molto duro, il tuo.
Da operaio con ventidue anni di turni in fabbrica alle spalle, vi dico: è l’unico giudizio possibile. Sono consapevole che le conquiste dei lavoratori sono determinate dai rapporti di forza e sono sempre disponibile ad accettare i risultati dopo aver profuso tutte le energie possibili, ma ci sono delle cose – pare persino banale dirlo – che non possono essere concesse al padrone. Il diritto dei lavoratori a scegliere i loro rappresentanti, il diritto dei rappresentanti di candidarsi con il sindacato da loro scelto, il diritto di un’organizzazione sindacale di proclamare sciopero in qualsiasi momento lo ritenga opportuno per la difesa dei lavoratori o il diritto dei rappresentanti a esercitare liberamente il loro ruolo, non possono essere oggetto di trattative. L’accordo del 10 gennaio 2014 cancella tutti questi diritti.
Il precedente accordo del ’93 non era da meno: prevedeva un terzo della Rsu riservata a Cgil, Cisl e Uil. Eppure era accettato anche dai sindacati di base. Puoi spiegarci perché?
L’accordo interconfederale del 1993 apriva le porte di 2/3 della Rsu anche ai sindacati non firmatari mediante una ripartizione proporzionale dei seggi, mentre il restante terzo era riservato alla triade. Un’ingiustizia, senza dubbio; ma una volta entrati in Rsu ogni delegato poteva fare sindacato come meglio credeva. Per dirla ancora con una metafora calcistica, con l’accordo del ’93 si entrava in campo, ma la partita cominciava con tre goal di vantaggio per Cgil, Cisl e Uil e la loro squadra era da 14 giocatori contro 8 della tua; con l’accordo del 2014 si hanno due possibilità: o si sta fuori dal campo o si entra a giocare la partita con le catene ai piedi e senza poter fare tiri in porta. Noi siamo stati fuori.
E dove siete andati?
In curva, sugli spalti, a spiegare ai tifosi che la partita è truccata, che i calciatori hanno fatto un vergognoso accordo coi signori in doppio petto della tribuna vip.
Quindi è giusto dire che quest’accordo del 2014 ha diviso i sindacati di base e ha portato, per due anni consecutivi, a due scioperi generali separati in quindici giorni?
È più corretto dire che l’accordo sulla rappresentanza ha fornito ai sindacati di base l’alibi per concretizzare le loro pulsioni settarie ed autoreferenziali. Molti lavoratori nei luoghi di lavoro non comprendono e non accettano questa frammentazione delle lotte perché disperde le energie e crea seri problemi di gestione degli scioperi, oltre che essere demotivante.
Perché scioperare insieme se si hanno visioni inconciliabili del sindacato e del conflitto? Come potrebbero, per esempio, un sindacato firmatario dell’accordo e uno no, avere un percorso comune se le loro strade vanno in direzioni diverse?
Questo è il punto dirimente della questione: unità d’azione non significa piattaforma unitaria. Due scioperi in due settimane svuotano di significato il concetto stesso di sciopero generale.
Oggi come ieri abbiamo la responsabilità di costruire un fronte unico contro i padroni e i loro governi. La frammentazione sindacale non deve necessariamente tradursi in frammentazione della classe, credo che diversi soggetti provenienti da differenti e svariati percorsi che hanno acquisito diverse esperienze ed operano in diversi ambiti, possano e debbano coordinarsi per non entrare in conflitto tra loro e mantenere una rotta comune contro il nemico di classe, e possano farlo senza rinunciare alle proprie parole d’ordine.
Questo è quanto stanno facendo le compagne e i compagni del Fronte di Lotta No Austerity, un processo di unificazione delle lotte in continua evoluzione e al quale sono orgoglioso di partecipare.
Parlaci di questo tentativo di unificazione delle lotte. Perché, oggi, uno dovrebbe aderire al Fronte di Lotta No Austerity?
Beh, direi che la fase del “tentativo” è superata da anni, oggi il Fronte di Lotta No Austerity è una realtà consolidata in molte lotte italiane e conosciuta nel panorama internazionale.
Quando, al termine della nostra prima conferenza nazionale, abbiamo deciso di darci un anno di tempo per arrivare alla seconda conferenza con una bozza di statuto che fosse in grado di armonizzare la strutturazione organica e i princìpi del fronte, sapevamo che sarebbe stata un’impresa difficile e ambiziosa. Dovevamo redigere un documento che sulla base dei principali valori della lotta allo sfruttamento, come l’anticapitalismo, l’antifascismo, la solidarietà di classe, l’internazionalismo, il contrasto al razzismo, al maschilismo e all’omofobia, sancisse il metodo della democrazia operaia e partecipativa; al contempo avevamo l’esigenza di garantire la massima autonomia delle realtà aderenti.
Oggi questi obiettivi sono stati raggiunti, il Fronte di Lotta No Austerity si distingue da altri progetti simili per una serie di motivi che potrei così sintetizzare: 1) nasce dalla base lavoratrice e militante, non è frutto di una riunione a tavolino fra burocrati; 2) si rivolge in prima istanza alle lavoratrici e ai lavoratori indipendentemente dalla loro collocazione sindacale, ciò significa che a nessuno viene chiesto di lasciare un sindacato per un altro, ma di condividere dei contenuti; 3) il Fronte non è l’insieme aritmetico delle realtà che lo compongono, ha organi propri, decide e delibera autonomamente; 4) dispone di un’efficiente rete di comunicazione dotandosi di un sito internet ed è presente sui social con account Facebook e Twitter, inoltre offre un’interlocuzione continua tra le realtà aderenti tramite una propria mailing list; 5) aderisce alla Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta.
Credo che oggi il Fronte di Lotta No Austerity sia il miglior strumento di connessione delle lotte contro il capitalismo. Voi mi chiedete perché uno dovrebbe aderire al Fronte di Lotta No Austerity, io, francamente, mi chiedo perché non dovrebbe farlo.
Oggi quali sono le possibilità di organizzazione e difesa sindacale dei lavoratori e quali aspetti le distinguono tra loro?
La prima distinzione da fare è quella tra i lavoratori e le dirigenze. Questa è la madre di tutte le distinzioni, di qui muove qualsiasi altro ragionamento sulle organizzazioni dei lavoratori. Una volta assodato questo, possiamo sicuramente dire che il panorama di scelte cui si trova davanti un lavoratore è ampio e articolato: sindacati confederali e concertativi, di base, autonomi, movimenti e organizzazioni varie… Non ci sono organizzazioni ottimali e risolutive, la degenerazione burocratica, il settarismo, l’autoreferenzialità sono alcuni tra i principali problemi a cui la classe operaia deve far fronte nelle proprie organizzazioni. Per questo credo sia opportuno evitare di parteggiare per un’organizzazione piuttosto che un’altra: il campanilismo sindacale non dà risultati ed è controproducente. Quello che dobbiamo fare è riconoscere i problemi e fornire ai lavoratori, in particolar modo agli attivisti, gli strumenti necessari a contrastarli.
Quindi dal punto di vista politico eviteresti di veicolare i lavoratori in determinati sindacati?
Non esiste una regola, ogni caso è a sé e va valutato come tale. L’obiettivo non è il proselitismo sindacale, ma la costruzione di una pratica sindacale fondata sui princìpi di democrazia, partecipazione e solidarietà di classe, un sindacato fatto dai lavoratori per i lavoratori, perché nessuno può sostituirsi alla classe e agire per conto di essa. I lavoratori devono essere protagonisti e artefici del loro destino: devono scegliere, non subire le scelte.
Per questo sostengo che è importante una valutazione specifica relativa a ogni situazione. In alcuni casi sarà opportuno proporre ai lavoratori l’iscrizione al sindacato, in altri sarà invece importante sostenerli nei loro sindacati. Se pensassimo che la nostra azione sindacale si risolvesse nel tesseramento non saremmo diversi dalle tante organizzazioni presenti oggi e ci priveremmo della possibilità di interagire con migliaia di lavoratori; dobbiamo essere capaci di mantenere un’interlocuzione continua con l’intera classe e con le basi di ogni sindacato.
Spesso non si tiene conto che cambiare sindacato non solo non è cosa dovuta o obbligatoria, ma soprattutto non è cosa semplice come cambiare gestore telefonico, è un percorso che richiede i suoi tempi e il suo grado di maturazione della scelta e io credo anche che sia un percorso che un lavoratore debba fare se, quando e come vuole senza pressioni o forzature.
Non tutti i sindacati sono uguali però…
Non tutte le burocrazie sindacali lo sono; e siccome esse hanno un’influenza sui lavoratori e operano in categorie diverse nel mondo del lavoro e con fasce e settori diversi del proletariato, possiamo dire che anche le loro rispettive basi tendono a distinguersi. Ma queste differenze noi dobbiamo valutarle solo per calibrare al meglio il nostro intervento, perché l’unica vera distinzione, come ho detto prima, è quella tra le dirigenze dei sindacati e i lavoratori. Non dobbiamo commettere l’errore di identificare i lavoratori con le scelte delle loro strutture sindacali, altrimenti subentra quella che io chiamo la sindrome del tifoso, ossia quell’atteggiamento e quell’approccio alla sfera sindacale propri delle tifoserie sportive, quelle dinamiche di attaccamento alla maglia e denigrazione delle altre squadre che mortificano il pensiero e dividono la classe.
Nel corso della mia esperienza sindacale dentro e fuori dalla Pirelli, ho conosciuto lavoratori di un’onestà intellettuale rara che hanno lottato con determinazione contro i padroni e in difesa dei loro colleghi e militavano in altri sindacati, poi ho conosciuto opportunisti, egoisti e razzisti nel mio sindacato; ho visto quanto arrivino ad assomigliarsi le burocrazie sindacali quando si sentono minacciate e messe in discussione, e come esse siano capaci di travalicare i confini di classe e allearsi coi padroni mandando lavoratori contro altri lavoratori; ho visto e vissuto quanto le condizioni di sfruttamento e le esigenze di emancipazione siano uguali tra i lavoratori di ogni luogo, sotto qualsiasi padrone, organizzati in qualsiasi sindacato. La società è divisa in classi tra loro in conflitto e all’interno della nostra classe c’è una linea trasversale che buca i confini geografici e le collocazioni sindacali e sociali: è la linea della degenerazione burocratica che avanza e infetta le organizzazioni proletarie. È nostro dovere respingerla con forza, perché essa è arma e strumento della classe dominante per domare il conflitto e controllarci.
Lasciamo ora il piano sindacale e parliamo del partito: a settembre dell’anno scorso hai deciso di aderire al Pdac. Puoi raccontarci il percorso che ti ha portato a questa importante scelta?
Devo premettere che questa è la mia prima esperienza politica, ho 42 anni e più di metà della mia vita l’ho passata in fabbrica, ho sempre fatto attività sindacale, e la mia esperienza in Cub e nel Fronte di Lotta No Austerity costituiscono tuttora i pilastri della mia formazione sindacale.
Aderire al partito per me ha significato dare un senso e una prospettiva al mio impegno sindacale: perché dovrei impegnarmi a vincere tante singole battaglie e non pensare contemporaneamente a vincere la guerra di classe? Che senso ha lottare contro i padroni senza lottare contro il sistema economico capitalista? L’impegno sindacale nei luoghi di lavoro non è scorporato dall’impegno per una società diversa da quella attuale basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Aderendo al partito ho deciso di dare al mio impegno sindacale una prospettiva politica, di ordinare e subordinare le tattiche a un indirizzo strategico.
Per me questa è una scelta importante e una tappa fondamentale della mia crescita politica, diciamo che dopo anni che mi misuro con le insidie della giungla del lavoro, seguendo e partecipando a lotte sindacali di categorie e organizzazioni diverse, ho deciso di non rinunciare a trovare una via d’uscita e mi sono dotato di una bussola e di una mappa: non importa quanto sarà lunga la strada da percorrere; l’importante è che la strada vada nella direzione giusta e che ci sarà sempre qualcuno a percorrerla insieme a noi e dopo di noi.
Che cosa puoi dirci sulla strada indicata dal Pdac?
Sono l’ultimo arrivato, ci sono persone più titolate e competenti di me per fornire spiegazioni esaurienti. Quello che posso dirvi sono gli elementi principali sulla cui base ho deciso di aderire al Partito. A portarmi a questa scelta hanno pesato la convergenza pressoché totale in politica sindacale, il contrasto alle burocrazie, l’idea che non si possa arrivare al socialismo rimanendo all’interno del sistema economico capitalista.
Queste sono le motivazioni più importanti che mi hanno portato qui, del resto non sono il tipo di persona che pretende che un partito collimi perfettamente con le mie aspettative, prima di cominciare un percorso nuovo è normale avere dubbi e titubanze, ma credo che quando ci siano le condizioni favorevoli, certi capitoli della propria vita politica (e non solo) debbano essere iniziati. Se così non fosse, non sarei entrato in Cub, non avrei aderito al Fronte di Lotta No Austerity e non avrei deciso di militare nel Pdac. Sarei oggi un’altra persona, con meno esperienze e più rimpianti.
Il Pdac è la sezione italiana della LIT-Quarta internazionale. Perché è indispensabile costruire contemporaneamente un partito e un’internazionale?
Dobbiamo partire dal fatto incontrastabile che la borghesia tutela e fa accrescere i suoi profitti servendosi di un’organizzazione globale e centralizzata. Non possiamo pensare di affrontare il capitalismo rimanendo nei confini nazionali e muovendoci in maniera eterogenea e scoordinata. Il partito è necessario per la formazione di quadri operai su un programma di rottura col capitalismo, per l’organizzazione e la propaganda; ma senza un’internazionale, tutto il lavoro del partito sarebbe inutile, poiché verrebbero meno le condizioni organizzative per il raggiungimento dei suo scopi.
Per questo è sbagliato pensare che un’organizzazione internazionale sia semplicemente un aspetto importante del partito, un valore aggiunto che è meglio avere. L’internazionale è fondamentale per un partito rivoluzionario. L’internazionale è il partito e il partito è l’internazionale: due elementi complementari e inscindibili che formano un unico soggetto.
L’incontro col PdAC è per te anche un incontro con i “classici” del marxismo rivoluzionario. Stai partecipando a momenti di formazione e stai leggendo Marx, Lenin. Trotsky. Perché pensi sia importante la formazione anche teorica?
La formazione teorica è necessaria e lo dico, a ragion di più, da lavoratore che ha fatto un percorso di crescita molto lungo, partendo, anni fa, da posizioni molto arretrate. La lettura e l’approfondimento di autori quali Marx, Lenin e Trotsky è un’esperienza che consiglio vivamente a tutti i lavoratori attenti e sensibili alle loro condizioni. La prima cosa che colpirà i lettori sarà l’attualità di quei testi scritti oltre un secolo fa, troveranno descrizioni di dinamiche sindacali, sociali e politiche identiche a quelle odierne, dove verranno articolati ragionamenti che porteranno a conclusioni interessantissime sia dal punto di vista storico sia sotto l’aspetto della pratica presente e delle prospettive future.
Sulla formazione teorica ci sono due considerazioni importanti che mi sento di fare: in primo luogo è necessaria perché la formazione empirica, da sola, è insufficiente; in secondo luogo credo che il partito sia fondamentale per la costruzione di un corretto percorso formativo. E questo aspetto è molto importante perché ci troviamo di fronte a una grande mole di testi e autori che non può essere affrontata in modo scriteriato e confuso.
Diego, siamo arrivati alla fine di questa nostra lunga chiacchierata. Quest’anno compirai ventitré anni di anzianità alla Pirelli di Bollate: ventitré anni da operaio tra gli operai. Quanto ti lasciano dentro questi anni?
Lasciano dentro tutto, hanno segnato ogni parte di me, questa è la domanda più bella e al contempo la più brutta, perché tocca le mie corde emotive e in politica le emozioni offuscano l’obiettività di giudizio, contrastano la ragione; ed io in questa risposta non saprò trattenerle, perdonatemi quindi questa debolezza.
In molti di noi entrarono in Pirelli verso la metà degli anni ‘90, eravamo giovani e spensierati, ricordo che l’impatto coi turni a ciclo continuo fu tremendo, a quell’età era difficile lasciare il divertimento per entrare in fabbrica nel weekend e la notte, ho perso il conto di quante volte ci siamo detti e ridetti che avremmo cercato un altro posto, che non si poteva passare la gioventù in fabbrica mentre fuori il mondo e la società procedevano con ritmi diversi dai nostri. Erano ancora gli anni in cui eravamo la preoccupazione dei nostri genitori e a colpi di primo, secondo e notte, quasi senza accorgercene, ci siamo ritrovati ad essere preoccupati per i nostri figli.
Abbiamo condiviso gioie e dolori, abbiamo attraversato un lungo periodo di cassa integrazione e abbiamo temuto tutti per l’incertezza del nostro futuro; abbiamo pianto colleghi che ci hanno lasciato prematuramente, tutto questo lo abbiamo fatto insieme.
A riguardar le centinaia di foto scattate durante gli scioperi, sono fiero della nostra partecipazione alle lotte. Il nostro striscione che sfila durante i cortei nel centro di Milano, il blocco della Comasina e del Viale Sarca, il corteo automobilistico da Bollate a Bicocca e dalla fabbrica al Comune di Bollate, il sit-in in San Babila, seduti per strada in mezzo a Corso Venezia, gli speakeraggi e i volantinaggi… Immagini evocative che riportano la mente e il cuore a tantissime altre foto in bianco e nero di nostri colleghi, scattate negli anni d’oro della contestazione, che ritraggono operai come noi. La storia dei lavoratori Pirelli, Fiat, Falck, Breda, Marelli, Alfa Romeo, è la storia del movimento operaio italiano, la nostra è un’eredità importante e credo che abbiamo saputo darle la giusta continuità: nei momenti importanti ci siamo sempre stati. Non dobbiamo rapportarci e parametrarci alle mobilitazioni degli anni ’70, ogni generazione è figlia del suo tempo e noi, nel nostro tempo, abbiamo fatto un lavoro straordinario.
Ed eccoci ancora qui, le stesse facce con più rughe, meno capelli e brizzolati: sono passate mille vite. A fare da sfondo ci sono sempre quelle stesse macchine alla terza o quarta mano di vernice, stanche anche loro; perché è questo quello succede in questo matrimonio tra uomo e macchina: la fabbrica consuma noi, noi consumiamo la fabbrica. Un matrimonio intimo, perché ci priva pure dello sfogo di condividerlo con il mondo esterno, poiché le storie degli operai di produzione sono legate a lavorazioni e macchinari presenti solo nelle rispettive fabbriche, storie fatte di vocaboli astrusi difficili da pronunciare e da immaginare.
La Pirelli di Bollate produceva tre milioni e mezzo di pneumatici l’anno, impiegava 500 persone organizzate in cinque squadre di turnisti a ciclo continuo e una squadra di normalisti. Poi i lavoratori sono diventati 400 e ora siamo in 300; i turni, da 21 a settimana, sono diventati 19 e infine 15. Lavoriamo con una turnazione più estenuante e prendiamo meno soldi; la maggiorazione notturna, per esempio, per via di un altro “capolavoro” del contratto nazionale, è diminuita dal 40% al 28% (solo per gli operai!), perché il turno di notte al 40% spetta esclusivamente sui 21 turni settimanali, come se il nostro corpo riconoscesse il weekend e non il giorno e la notte, come se lavorare di notte fosse meno faticoso e destabilizzante nei giorni feriali.
Hanno tolto dei macchinari, ne hanno messi altri, ci hanno dato delle tute nuove e fatto delle nuove fotografie per rinnovare il badge aziendale, ci sono degli investimenti importanti dopo anni di nebbia fitta e passi piccoli col timore di sentire sulla pianta del piede l’orlo del precipizio, è vero. Ma credo che oggi tutti noi soffriamo la mancanza di un ricambio generazionale, quello che ebbero gli anziani ora pensionati quando entrammo noi vent’anni fa. L’età avanza, i nostri fisici non hanno più l’elasticità di prima e i tempi di recupero dallo scombussolamento dei turni aumentano sempre di più. Ma non è solo una questione d’invecchiamento e faticosità del lavoro, non vedere più l’arrivo di nuove generazioni dà un senso di solitudine, la sensazione di essere su un treno che sta facendo la sua ultima corsa e non farà più fermate fino al capolinea. E l’unico capolinea possibile e accettabile per noi sarà la pensione.
Ventitré anni da operaio tra gli operai: un’esperienza eccezionale. In un ipotetico bilancio dare/avere ho contratto un debito insanabile. Avrò sicuramente trasmesso qualcosa a qualcuno, ma ho ricevuto una quantità inestimabile d’insegnamenti preziosi che mi hanno arricchito e formato e che porto sempre con me. Ringrazio i compagni della Cub per avermi dato l’opportunità di fare esperienze sindacali importantissime e istruttive; ringrazio le compagne e i compagni del Fronte di Lotta No Austerity con cui sto condividendo un percorso straordinario che mi sta dando delle soddisfazioni immense, sia nazionali sia internazionali, come la partecipazione al terzo incontro della Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta tenutosi a gennaio a Madrid; ringrazio infinitamente le compagne e i compagni del Pdac e della Lega internazionale dei lavoratori-Quarta Internazionale che erano e sono al mio fianco nelle battaglie sindacali e saranno al mio fianco in questa mia nuova esperienza politica, dove cercheremo sicuramente d’incontrare e contattare operai Pirelli di altri stabilimenti nel mondo; infine, più di ogni altra cosa, ringrazio i miei colleghi della Pirelli di Bollate, con loro mi onoro di condividere un viaggio lungo una vita e che spero prosegua il più a lungo possibile.
La fabbrica è una palestra politica e di vita straordinaria, gli operai, per un comunista, hanno un’importanza assoluta: è su di loro che il capitalismo compie l’essenza del suo male e costruisce il nucleo dell’iniquità sociale. Gli operai sono gli unici ad avere nelle loro braccia il potere oggettivo di contrastare lo sfruttamento e sarà solo dal quel contrasto che potrà nascere la via proletaria per una società migliore.
“Utopia”, ci dicono. Ma “utopia” è una parola spesso usata come alibi per chi non vuole mettere in discussione lo status quo. Se pensassi che un mondo più giusto e libero dalle catene del capitale fosse irrealizzabile, non ci dedicherei neanche un minuto per ottenerlo e ad ogni modo preferisco chi vive inseguendo un sogno a chi sopravvive subendo passivamente un incubo. Perché la parte più bella del viaggio, è sempre il tragitto!
Viva la lotta di classe! Viva la rivoluzione!
 
Note
1 Accordo sulla contrattazione: nuovo regalo delle burocrazie ai padroni https://www.alternativacomunista.it/content/view/2538/1/
2 Patto per la fabbrica: il peggio degli ultimi vent’anni in un solo accordo
http://www.frontedilottanoausterity.org/index.php?action=viewnews&news=top_1521291677
 
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