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Ghouta: nuovo capitolo dell'olocausto siriano PDF Stampa E-mail
giovedì 01 marzo 2018
Ghouta: nuovo capitolo
dell'olocausto siriano
 
 
di Juan Parodi (*)
ghouta_siria

 
 
Va avanti da 52 mesi l'assedio di Ghouta, un distretto rurale della periferia di Damasco. Durante gli ultimi due anni i 350.000 abitanti sono sopravvissuti tra le rovine, essenzialmente attraverso il  contrabbando. La situazione è estrema, inimmaginabile: ci sono persone che muoiono di fame, malattie perfettamente curabili che si diffondono generando epidemie mortali… Negli ultimi giorni il regime di Assad con l'appoggio di Putin ha scatenato un'ondata violenta di bombardamenti massicci che preannuncia il possibile assalto finale. 
I numeri sono raccapriccianti. Nei primi quattro giorni di bombardamenti sono morte 322 persone, di cui 76 bambini. Il riassunto più efficace lo ha fatto con semplicità un abitante le cui dichiarazioni sono state raccolte da Reuters: “stiamo aspettando il turno per morire”.
Questo è un film già visto molte volte in Siria negli ultimi 6 anni, ad esempio ad Aleppo, Homs o Daraa. Assad sta piegando le zone che si erano liberate del suo controllo dopo l'esplosione della rivoluzione mettendo in atto un vero e proprio olocausto, con centinaia di migliaia di morti, milioni di rifugiati e il Paese devastato. 
La cosiddetta “Comunità internazionale” lascia fare, così come ha fatto dal primo momento, col suo personale diplomatico e quello delle ong che, ad appena un chilometro da Ghouta, osservano letteralmente i bombardamenti. Per rivelare la loro ipocrisia e impotenza basti ricordare soltanto che Ghouta era uno delle zone di “pacificazione” secondo gli accordi internazionali. 
La sinistra stalinista appoggia vergognosamente il regime e accetta il massacro delle masse popolari siriane sulla base di un supposto “intervento yankee contro Assad”, malgrado in questi anni si sia visto chiaramente come l'intervento yankee sia stato diretto contro Daesh. 
Nel frattempo, rimangono in Siria solo alcuni resti di quello che fu l'autonominato “Stato islamico”, ma ciò non ha fermato la guerra. Nella provincia di Idlib il regime scatena la sua furia contro l'ultima grande regione nelle mani di oppositori, e la Turchia si addentra militarmente nell'angolo curdo di Afrín, di fatto autonomo dall'esplosione della rivoluzione. 
Nonostante le diverse guerre incrociate che si sviluppano sul territorio siriano, c'è un consenso controrivoluzionario infrangibile: “Il sollevamento popolare e multi-etnico per la democrazia e la giustizia sociale deve essere schiacciato”. In questo sono d'accordo Assad, Putin, gli Usa, l'Arabia Saudita, Daesh, Iran ed Israele. 
Purtroppo le principali forze curde e dell'opposizione non hanno sviluppato una politica indipendente e hanno cercato di ottenere successo riducendosi a soci minori dell'agenda controrivoluzionaria dei diversi attori. In questo modo, finiscono con lo svolgere un ruolo reazionario, col soffocare le rivendicazioni popolari. Esempio di ciò il fatto che le forze islamiste conservatrici o liberali contrastano la mobilitazione rivoluzionaria popolare che si sviluppa dal basso o il fatto che il Pyd curdo collabora col regime. 
Il dramma della rivoluzione siriana è riconducibile all'assenza di un movimento o di un'organizzazione che possano rappresentare sul terreno politico e militare un'alternativa multi-etnica, con un programma di strutturazione e sviluppo democratico dal basso della rivoluzione (facendo riferimento ai consigli locali, ad esempio); e che leghino questo processo all'espropriazione delle ricchezze dei miliardari del regime e delle potenze straniere.
 
 
dal sito della Lit-Quarta Internazionale www.litci.org
(traduzione dallo spagnolo di Mauro Buccheri)
 
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