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Dove finisce realmente il denaro pubblico PDF Stampa E-mail
sabato 10 febbraio 2018
Dove finisce realmente
il denaro pubblico
 
 
di Alberto Madoglio
denaropubblico

 
«Non è il tempo di scardinare i pilastri del nostro sistema, da quello pensionistico a quello fiscale», così il premier Gentiloni si è espresso lo scorso 18 gennaio durante una conferenza stampa. A ulteriore sostegno delle parole del presidente del consiglio, il Fondo Monetario Internazionale così si è pronunciato: «il voto non freni le riforme» (Corriere della Sera del 23/1/2018).
Le ragioni di queste prese di posizione, che chiudono ogni possibilità di modifica nelle politiche di austerità fino a oggi seguite, si fondano, per chi le esprime, sostanzialmente su due elementi: una crescita economica molto più debole rispetto a quella dei Paesi più sviluppati, e l’enorme debito pubblico (oltre 130% del Pil) che grava sulle finanze statali. Specialmente per quanto riguarda il rapporto debito-Pil, la vulgata comune è che la popolazione italiana abbia per molto tempo vissuto "al di sopra delle proprie possibilità": quindi ora sarebbe giunto il tempo di fare i conti con la realtà e decidersi a fare i necessari sacrifici, anche se dolorosi.
Siamo sicuri che le cose stiano realmente così? Noi non crediamo e ci sforzeremo, nel breve spazio di questo articolo, di dimostrarlo. Sono quattro le voci che analizzeremo a supporto della nostra tesi.
 
I dipendenti pubblici
La prima riguarda il numero dei dipendenti pubblici in Italia.
Secondo uno studio del parlamento europeo, il numero dei dipendenti pubblici in Italia (al 2015) è sì leggermente superiore alla media dell’Ue, ma il loro numero è in costante calo dal 2005 (circa il 6% in meno). Per quanto riguarda il costo di questo personale, secondo la relazione della Corte dei conti del 2016, nel quinquennio 2010/2014 si è avuta una riduzione di oltre il 5%, alla quale, sempre secondo la magistratura contabile, si deve aggiungere un altro 1% circa tendenziale per il 2015. Questo taglio è dovuto alla cosiddetta spending review, che ha bloccato per oltre un decennio il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici. Non abbiamo dati relativi al costo dei dirigenti della pubblica amministrazione, ma possiamo immaginare, anche da svariate notizie (nella maggior parte dei casi di stampo scandalistico) apparse sui mezzi di informazione, che per questa categoria il trend sia stato assolutamente differente, quindi deduciamo che il taglio dei salari relativo ai livelli inferiori sia stato superiore al 6% indicato dalla Corte dei conti.
 
La sanità pubblica
La seconda voce riguarda le spese per la sanità pubblica.
Anche in questo caso i dati non lasciano molto spazio ai dubbi e alle interpretazioni. Gli aggiornamenti al Def prevedono per il periodo che va dal 2017 al 2020 lievi aumenti nella spesa per la sanità pubblica. Tuttavia quando si passa ad analizzare il rendiconto di quanto effettivamente speso, si nota che tra il 2015 e il 2018 si verificherà una riduzione del finanziamento a favore del Ssn di circa 11 miliardi di euro. Il dato più allarmante lo fornisce però l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Secondo questa agenzia, che fa capo all’Onu, nel 2020 la spesa in questo settore rapportata al Pil, scenderà per la prima volta sotto il tetto del 6,5%. Per l’Oms sotto questa soglia si mette in discussione la tenuta stessa del sistema e oltre alla qualità e alla quantità dell’assistenza, si riduce anche l’aspettativa di vita delle persone. Stiamo parlando di quello che certamente accadrà fra tre anni in una delle maggiori potenze imperialiste mondiali. Questo mentre continuano ad aumentare i finanziamenti diretti e indiretti alla sanità privata. Se questa è la situazione, la scelta della Cgil di continuare a siglare rinnovi contrattuali in cui è previsto il ricorso alla sanità integrativa attraverso polizze ad hoc (come recentemente fatto dalla Fiom, la cui accettazione della polizza Metasalute rompe con un tabù del passato in materia), sono dei veri e propri crimini contro i lavoratori. Le polizze sono una sorta di cavallo di troia per smantellare la salute pubblica. E cosa resterà ai lavoratori e soprattutto ai pensionati quando il Ssn sarà ridotto all’osso e le assicurazioni private non saranno più in grado di garantire il rimborso delle spese mediche perché ciò intacca i loro lauti profitti?
 
L'istruzione pubblica
Il terzo settore riguarda l’istruzione pubblica.
Un articolo apparso sul Sole24Ore del 23 gennaio informa che in Italia la spesa pubblica per l’istruzione è pari al 4% del Pil, uno dei dati più bassi in Europa, mentre la spesa per l’istruzione privata raggiunge il 3%. Quale sia il reale interesse, al di là della propaganda, dei vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni lo possiamo vedere dalle innumerevoli riforme che hanno distrutto la scuola pubblica: dalla riforma Gelmini alla cosiddetta "buona scuola", abbiamo assistito a un continuo e drastico peggioramento della qualità della pubblica istruzione. Edifici fatiscenti, blocco dei salari, licenziamenti e deportazioni di insegnanti da una parte all'altra del Paese. Questi sono i lasciti di centrodestra e centrosinistra. Da ultimo, le decine di migliaia di licenziamenti che si preannunciano tra i maestri elementari sono la prova definitiva di quale sia l’interesse in materia di padroni e governo: tagli e ancora tagli.
 
Le pensioni
Per ultimo, il tema che negli ultimi venti anni ha per certi versi monopolizzato il dibattito politico e sindacale in Italia: quello riguardante le pensioni.
Sul tema della “riforma” del sistema pensionistico si sono avute, specialmente alla metà degli anni Novanta, importanti momenti di mobilitazione e di lotta da parte delle masse lavoratrici. Sia contro la riforma Berlusconi del 1994 che di quella Dini del 1995 abbiamo avuto la dimostrazione di come il crinale che divideva i contendenti fosse quello di classe, non il fantomatico conflitto generazionale.
Lo sciopero che fece crollare come un castello di carte il primo governo di centrodestra vide schierati giovani e lavoratori, studenti, pensionati e disoccupati dalla stessa parte della barricata, contro il tentativo di governo e Confindustria di far pagare alle classi subalterne il prezzo della crisi che dal ’92-‘93 aveva travolto il Paese. Se la sconfitta del nostro avversario di classe non fu definitiva, tant’è che la riforma Dini del ‘95 raggiunse gli obiettivi richiesti dai padroni, fu solo grazie al tradimento sindacale, della Cgil in primo luogo. Per non opporsi frontalmente ad un governo di centrosinistra, il sindacato anziché chiamare nuovamente alla mobilitazione i lavoratori, scelse la via indolore del referendum per giudicare l’accordo raggiunto con esecutivo e padroni. E quanto fu chiaro che il risultato sarebbe stato negativo per l’apparato sindacale, non si esitò a truccarne il risultato.
Negli anni poi ci furono varie ulteriori contro-riforme del sistema pensionistico, fino ad arrivare alla famigerata legge Fornero. Anche in quel caso la scusa fu quella di salvare il Paese dal crack finanziario. In realtà vennero salvati gli interessi della grande borghesia mentre operai e impiegati videro aumentare dalla sera alla mattina, letteralmente, l’età per poter andare in pensione.
La risposta delle burocrazie a questo brutale attacco la ricordiamo tutti: tre ore di sciopero generale e niente più. Nonostante tutto questo, nonostante la risposta operaia non sia stata per nulla paragonabile a quella di venticinque anni fa, né minimamente adeguata alla posta in gioco, è sul tema delle pensioni che il sindacato, o meglio i suoi gruppi dirigenti, si confrontano con la sfiducia e la rabbia operaia. Tutti riconoscono che a sette anni dalla riforma Fornero-Monti, in ogni assemblea sui posti di lavoro, i funzionari di Cgil, Cisl e Uil si devono scontrare con la rabbia di chi si è sentito tradito dagli stessi soggetti verso cui aveva riposto speranze. E questo nonostante anni di martellante campagna sul già citato, fantomatico "scontro generazionale".
Fatta questa non breve, ma crediamo necessaria, premessa, cerchiamo di capire quale sia realmente lo stato del sistema pensionistico nazionale.
Già oggi l’età in cui può accedere alla pensione un lavoratore italiano è la più alta di tutta l’Unione europea.
La percentuale di spesa per le pensioni (circa il 15% del Pil, maggiore che in altri Paesi) si riduce, secondo uno studio fatto da un esperto della materia, Massimo Brambilla, a circa il 12 se si tolgono le voci relative all’assistenza, che dovrebbero essere a carico della fiscalità generale. In proposito non sono assolutamente fondate le posizioni di chi, come Giuliano Cazzola (ex dirigente sindacale di area craxiana, poi passato al berlusconismo più combattivo, approdato successivamente sulle sponde del montismo, fino a trovare oggi un porto sicuro nell’area di Renzi) sostiene che queste somme sono comunque versate all’Inps ogni anno dallo Stato. Se la separazione tra previdenza e assistenza fosse attuata, sarebbe molto più difficile per governo e padroni affermare che le pensioni dei lavoratori non sono finanziariamente sostenibili senza una serie infinita di tagli. Così come sarebbe molto più complicato nel caso i circa 100 miliardi di euro di trasferimenti apparissero come fabbisogno statale giustificare i continui sgravi fiscali di cui, in vari modi, beneficiano grandi gruppi industriali, banche e assicurazioni.
Tutto quello che fino ad ora abbiamo ricordato si traduce in un dato incontestabile, fornito direttamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef). Secondo il dicastero di via XX Settembre, l’Italia dal 1995 al 2014 ha avuto un avanzo primario di bilancio (cioè la differenza tra entrate e uscite prima del pagamento degli interessi del debito pubblico) per 19 su 20. Nessuno dei maggiori Paesi d’Europa (Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna) ha mai raggiunto simili livelli di “disciplina fiscale”.
Questo dimostra, lo ripetiamo, che la grave situazione in cui si trova la finanza pubblica tricolore non è assolutamente dovuta a un eccesso di generosità a favore di lavoratori, studenti, pensionati.
Allora, come mai il debito pubblico aumenta di continuo, non solo in termini relativi (rispetto al Pil) ma anche assoluti?.
 
Perché il debito pubblico aumenta?
La risposta la forniscono due inchieste che, negli ultimi mesi, sono apparse su l’Espresso (che ha svolto un buon lavoro di indagine) e sull’inserto economico di Repubblica (Affari e Finanze).
L’inserto in questione nel numero del 22 gennaio riportava uno studio dell’ex commissario alla spendig review, in cui, sorprendentemente, si notava come il debito pubblico sia destinato a salire da qui al 2020 di 55 miliardi (al netto di 17 preventivati da una serie di privatizzazioni). Si viene poi a scoprire che a contribuire a questo aumento non sono le spese sociali, ma i 20 miliardi dati alle banche in occasione degli ultimi salvataggi effettuati e i circa 60 causati dall’uso di derivati.
Nel primo caso la vulgata comune vuole che i soldi dati alle banche siano stati dati non per salvare i grandi azionisti, ma lavoratori e piccoli risparmiatori. Niente di più falso. I risparmiatori, lavoratori che avevano messo da parte piccole somme dopo una vita di lavoro, hanno visto nella quasi totalità dei casi azzerati i loro risparmi. Per quanto riguarda i lavoratori delle banche, ricordiamo solo la riduzione di posti di lavoro nel settore (circa 50.000 nello scorso decennio e altri 20.000 o forse più nel giro di pochi anni) e i tagli di salario che hanno dovuto subire.
Nel secondo caso, i governi dal 2011 hanno utilizzato alcuni strumenti finanziari (derivati) per prevenire gli effetti negativi sul debito negli anni più duri delle crisi. Ciò che però non dicono è che, a quanto risulta, altri Paesi europei avevano usato strumenti simili, e nessuno ha dovuto registrare perdite di tali dimensioni, anzi in alcuni casi si sono registrati minimi guadagni. Dirigenti del ministero, poi diventati ministri, come nel caso di Grilli e Siniscalco, sono ora alti papaveri di banche che hanno guadagnato enormi somme di denaro dall’aver sottoscritto questi contratti con il Tesoro. La stessa magistratura borghese li ha messi sotto inchiesta, quantificando un danno per lo Stato di oltre 4 miliardi. Di fronte a questi fatti incontrovertibili, il governo come ha reagito? Ha fatto appello al segreto di Stato, anche nei confronti del Parlamento, rifiutandosi di rendere pubbliche le clausole sottoscritte con le banche, e nonostante le gravissime accuse a suo carico, ha mantenuto al posto di responsabile del Dipartimento del Debito Pubblico, Maria Cannata. Rispetto a questo caso viene da sorridere pensando a quale trattamento verrebbe assoggettato qualsiasi operaio o impiegato semplicemente sospettato di aver rubato una biro o una risma di carta. E qui parliamo di miliardi di euro di proprietà dei lavoratori. Ma perché stupirsi? Un mandante non denuncia mai l’esecutore materiale di un crimine, anche se presunto.
 
La democrazia delle casseforti
La lezione da trarre da tutto questo è molto semplice. Nonostante la martellante propaganda orchestrata dai partiti e dai governi di centrodestra e centrosinistra, nonostante l’insipienza di sindacati, partiti o raggruppamenti elettorali (pensiamo a Potere al Popolo) che direttamente o indirettamente accettano il sentimento comune, i lavoratori non sono in nessun modo responsabili della sfascio delle finanze statali, ma al contrario sono i soli a pagarne le conseguenze.
Abbiamo inoltre la prova, ulteriore, di quanto la democrazia borghese sia un inganno di cui beneficiano banche e grandi gruppi borghesi. In nome di un inesistente "interesse nazionale" (basti pensare che sono coperti da segreto di Stato anche i contratti che regolano le concessioni autostradali), il governo si rifiuta di rispondere delle sue azioni davanti al Parlamento che, secondo i cantori della democrazia al di sopra delle classi, dovrebbe essere il solo garante della sovranità. E i parlamentari, di ogni schieramento, abbozzano.
È più che mai ovvio quindi che questo Stato non è uno strumento neutro, che regola il vivere civile di una nazione, ma il comitato di affari della borghesia, per i cui interessi agisce a scapito della maggioranza della popolazione, composta da lavoratori e sfruttati in genere.
E' per questo che lo Stato non può essere riformato ma può e deve essere rovesciato. I segreti che lor signori difendono noi li respingiamo in quanto coprono truffe, inganni, ruberie ai danni di milioni di proletari. I nostri soldi, la sanità, l’istruzione, le pensioni, sono finiti nei forzieri di banche e assicurazioni. Solo con una lotta rivoluzionaria vittoriosa ci riapproprieremo una volta per tutte del maltolto, e solo così creeremo uno Stato nuovo, uno Stato dei lavoratori per i lavoratori, che non avrà segreti di sorta da opporre al 99% che oggi continua a essere vessato fino all’ultima goccia di sangue.
 
Note
La rivista L’Espresso ha prodotto una serie di articoli sulla questione derivati e debito pubblico. Ne citiamo due:
- Derivati, in un libro il perché dello scandalo. S. Vergine 13/02/2017
- Buco dei derivati, finalmente qualcuno pagherà. L. Piana 10/07/2017
 
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