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Tunisia Mobilitazioni contro il bilancio del governo PDF Stampa E-mail
lunedì 29 gennaio 2018
Tunisia
Mobilitazioni contro
il bilancio del governo
 
 
 
 
 
di Gabriel Huland*
 
tunisia

 
Tunisi, vive una nuova ondata di proteste di massa. Cominciate nei primi giorni di gennaio, mese in cui si celebrano i sette anni della rivoluzione che cacciò Ben Ali, il dittatore che governò il Paese per oltre vent’anni e che attualmente risiede in Arabia Saudita dopo essere fuggito ad una condanna di 35 anni inflittagli da un tribunale tunisino.
Le proteste hanno assunto un carattere di massa con una grande partecipazione di giovani provenienti dai quartieri più poveri dei Tunisi e di altre città del Paese. Le manifestazioni sono state principalmente convocate dalla rete sociale del recentemente costituito movimento Fech Nestannew (in tunisino: Cosa stiamo aspettando?).
La principale richiesta dei manifestanti è l’immediata revoca della legge di bilancio 2018, entrata in vigore all’inizio di questo mese dopo essere stata approvata alla fine dello scorso anno con l’appoggio dei due partiti della coalizione che governa la Tunisia dal 2014, Nidaa Tounis (un miscuglio di rappresentanti del vecchio regime) e Ennhada (partito borghese auto dichiaratosi islamista moderato e che recentemente ha preso le distanze dal fondamentalismo islamico).
Il Fronte Popolare di sinistra, una coalizione elettorale formata da gruppi di diversa origine quali maoisti, nazionalisti arabi, stalinisti e altri, ha votato sorprendentemente a favore della controversa legge. Anche la direzione della Ugtt, la principale centrale sindacale del Paese, che prese perfino parte al primo governo di transizione post Ben Alì, ha dato il suo appoggio  questa legge, provocando l’indignazione di parecchi suoi attivisti.
 
Nuovo regime, vecchie modalità
La nuova legge finanziaria implica un aumento dei prezzi di prodotti di base come il gas e il cibo, nonché la sospensione dell'assunzione di nuovi funzionari da parte dello Stato. L’obiettivo della legge è quello di ridurre il debito pubblico che attualmente è al 6% del Pil e portarlo al 4,9% nel 2018. Le misure di austerità fanno parte del piano imposto dal Fmi (Fondo monetario internazionale, ndt) dopo il prestito di 2,9 miliardi di dollari e sono molto simili a quelle imposte ad altri Paesi del mondo come, Egitto, Grecia e Iran. Si tratta di una storia che conosciamo molto bene e che sappiamo già dove conduce.
La vita dei tunisini non ha fatto altro che peggiorare negli ultimi anni. Nonostante il cambiamento politico vissuto con l'approvazione della nuova costituzione nel 2014, la concentrazione di potere e ricchezza è rimasta nelle mani di una piccola élite economica legata al capitale statunitense, europeo e di altri Paesi imperialisti. I problemi che portarono allo scoppio della rivoluzione del 2010, sono ben lungi dall’essere risolti.
La disoccupazione riguarda il 15% della popolazione e più del 30% di giovani non ha un lavoro. Tra gli altri problemi molto sentiti dai tunisini, troviamo la corruzione, l’inflazione e i salari bassi. I giovani soprattutto, non vedono prospettive e molti di loro preferiscono rischiare la vita attraversando il Mediterraneo alla ricerca di una vita migliore in Europa.
Secondo un gruppo di ricercatori indipendenti, circa il 50% dell'economia tunisina è fuori dalle regole e si sviluppa nel lavoro nero. Gli imprenditori non pagano le tasse e i lavoratori non hanno un contratto regolare e nessun tipo di ammortizzatore sociale in caso di licenziamento. Altro fattore di instabilità economica è dato dalla crisi del settore turistico, uno dei più importanti del Paese, che prima della rivoluzione impiegava una parte considerevole della forza lavoro. Questo settore ha visto una decrescita del 60% dal 2011 a causa principalmente degli attentati terroristici che sono costati la vita a decine di persone.
D'altra parte, gli stessi oligarchi di sempre stanno ancora concentrando nelle loro mani la maggior parte della ricchezza e fanno profitti esorbitanti a spese della miseria e della disperazione della maggioranza della popolazione. Il cambio di regime che si è dato dopo la rivoluzione non ha fatto altro che ricollocare la vecchia classe dominante in nuovi partiti.
 
Il governo risponde alle proteste con le armi e la repressione
Le manifestazioni iniziate a gennaio e che continuano ancora oggi, stanno affrontando una brutale ondata repressiva da parte del governo e delle forze di sicurezza dello Stato. L’Onu ha pubblicato un rapporto pochi giorni fa - citato da AlJazeera - secondo il quale più di 800 persone sono state arrestate dall'inizio delle proteste, 200 dei quali giovani tra i 15 e i 18 anni.
La popolazione carceraria della Tunisia è una delle più numerose del mondo, arrivando all’uno per cento della popolazione totale. La criminalizzazione delle proteste è condotta attraverso una campagna governativa e mediatica che accusa le proteste di assumere una connotazione violenta e illegale. Il vero obiettivo di questa squallida campagna è quello di deviare l’attenzione dai reali problemi e dalle richieste dei manifestanti e di instaurare un clima di paura per limitare le libertà democratiche.
Il movimento Fech Nestannew ha preso chiaramente le distanze da ogni atto di vandalismo, infatti, ha denunciato la presenza di infiltrati al soldo del regime tra i manifestanti, allo scopo di incitarli alla violenza e giustificare così la repressione poliziesca. Si tratta di una pratica comune fin dai tempi di Ben Ali e viene applicata anche ai giorni nostri non solo in Tunisia ma anche in altri paesi come Egitto e Siria. In Cisgiordania, per esempio, l’esercito di Israele utilizza metodi simili per contrastare i palestinesi in lotta contro l’occupazione. Nella periferia di Tunisi, il confronto tra manifestanti e polizia avviene costantemente e quasi sempre la prima provocazione parte dalle stesse forze di sicurezza.
 
Cresce la sfiducia per il nuovo “vecchio” regime
La Tunisia è decantata in tutto il mondo, dalla stampa e dai governi interessati a mantenere le cose come stanno in Nord Africa, come l'unico paese del Medio Oriente e del Nord Africa dove la Primavera araba ha avuto un "lieto fine". Con lieto fine, intendono una transazione democratica che ha dato luogo alla creazione di un nuovo tipo di regime: moderno, liberale e in linea con supposti valori occidentali di democrazia, con libero mercato e libertà di espressione.
Niente di più lontano dalla realtà. Un cambio di regime c’è stato in realtà, si è passati da un sistema dittatoriale individuale e di fatto a partito unico, a un sistema pluripartitico con elezioni periodiche. Alcune concessioni democratiche sono state ottenute dal popolo tunisino grazie alla sua eroica rivoluzione. Il cambio di regime tuttavia, non è stato accompagnato da una reale trasformazione del sistema economico e dalla distribuzione della ricchezza. Come dicevo prima, il permanere di questo sistema altamente iniquo, farà emergere una serie di contraddizioni che porteranno inevitabilmente all’approfondirsi della crisi politica, economica e sociale.
Attualmente in Tunisia i due maggiori partiti politici sono Nidaa Tounis e Ennhada, entrambi presentano un programma molto simile e agiscono perché la Tunisia permanga un Paese dipendente dal capitale straniero: esportando materie prime ed importando prodotti industriali.
Nidaa Tounis è il partito che rappresenta la continuità col precedente regime, mentre Ennhada è allineato su idee di ispirazione fondamentalista, anche se si considera moderato e democratico. Nidaa Tounis vinse le elezioni ne 2014 e formò un governo di coalizione con Ennhada sotto la presidenza di Beji Caid Essebsi, una mummia politica di 90 anni.
Le attuali manifestazioni sono espressione di un avanzato processo di disillusione verso il nuovo sistema e i nuovi partiti. La percezione di una crescente parte della popolazione è che nulla sia cambiato dopo il 2011: inflazione, bassi salari, mancanza di prospettive per la maggioranza dei lavoratori, mentre gli stessi di sempre mantengono il potere e la corruzione dilaga. Nonostante le promesse di riforme economiche, ciò che il tunisino comune sente quotidianamente è un grande indebolimento del suo potere d'acquisto e l'impossibilità di trovare un lavoro..
Anche il partito che rappresenta la sinistra del regime, il Fronte Popolare, sembra non suscitare grandi illusioni nonostante abbia capitalizzato elettoralmente parte dello scontento sociale. Il più grande sindacato tunisino, la UGTT, ha avuto un ruolo deplorevole nel processo rivoluzionario tunisino (ed è per questo che ha vinto il Nobel per la pace), quello di negoziatore con i grandi partiti politici fungendo da freno al movimento.
L'esperienza con il nuovo regime avanza, ma non esiste ancora un'organizzazione con peso e inserimento sociale in grado di incanalare il malcontento in direzione rivoluzionaria, nella prospettiva di una profonda trasformazione del potere politico ed economico.
Il salafismo (movimento fondamentalista islamico ndt) è stato il grande beneficiario del malcontento sociale verso gli attuali partiti politici, come spiega Gilbert Achcar: “Il salafismo, ha iniziato a crescere dopo la rivoluzione tunisina a causa della frustrazione per le mancate aspettative dopo la caduta di Ben Ali, soprattutto perché il movimento operaio, guidato dalla potente unione sindacale generale tunisina, conosciuta anche con il suo acronimo francese Ugtt, che è di gran lunga il più organizzato il movimento sociale in Tunisia, e la sinistra tunisina (che è fusa nel Fronte popolare ed è diventato egemonico nella guida dell'Ugtt dal 2011) non sono riusciti a capitalizzare queste frustrazioni. Questo si è sommato ai dissensi comparsi all'interno della stessa Ennahda, tra i  moderati e i membri più sensibili alla pressione salafista.” (Achcar, 2016)
Queste correnti politico-religiose altamente reazionarie, che non possono mai essere considerate una valida alternativa democratica per il popolo tunisino, non sono le uniche, tuttavia, a mettere in discussione la coscienza e la direzione delle attuali lotte. Vi sono  alcuni gruppi indipendenti, come il già citato Fech Nestannew, che partecipano alle lotte e rappresentano un fenomeno progressivo che deve essere sostenuto e stimolato.
Queste manifestazioni sono parte di una nuova ondata di lotte che abbraccia tutta la regione, Iran, Marocco, Sudan, Palestina, Kurdistan e la stessa Tunisia. Una parte importante della popolazione di questi Paesi è di nuovo disposta a scendere in strada per rivendicare condizioni di vita decenti. Le rivoluzioni arabe, con i loro alti e bassi, sono ancora vive.
 
Fonti:
http://www.aljazeera.com/news/2018/01/protests-expected-tunisia-mass-arrests-180112122337505.html
Achcar, G., 2016, Morbid symptoms?: relapse in the Arab uprising, Stanford University Press.
 
(*) dal sito della Lit-Quarta Internazionale
(Traduzione dallo spagnolo di Massimiliano Dancelli)
 
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