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Sul “Partito comunista” di Marco Rizzo PDF Stampa E-mail
venerd 19 gennaio 2018
Sul “Partito comunista” di Marco Rizzo
Lo stalinismo che ritorna
 
 
 

di Mauro Buccheri
 
 
 
foto_rizzo

 
Parecchi giovani e compagni in buona fede mostrano il proprio disorientamento davanti alla pluralità di sigle che si richiamano al comunismo. Allo stesso tempo, esprimono comprensibilmente il desiderio che i comunisti si uniscano in un grande partito rivoluzionario. Questa aspirazione è positiva nella misura in cui nasce dall'esigenza di risolvere il problema dei problemi, quello della crisi della direzione rivoluzionaria. Tuttavia, rischia di risolversi in una grossa ingenuità se rimuove un principio basilare su cui, non a caso, si costruì il Partito bolscevico, cioè il principio leniniano per cui “prima di unirsi occorre delimitarsi chiaramente dal punto di vista organizzativo e programmatico” (1).
Marx ci ha insegnato che ognuno di noi è ciò che fa, non ciò che dice di essere; e che, pertanto, non basta definirsi comunisti per essere tali. A partire da questa premessa necessaria, ci occupiamo nel presente articolo del “Partito comunista” guidato da Marco Rizzo. Lo facciamo, come è nel nostro stile, usando il metodo della polemica politica, cioè il metodo dei marxisti rivoluzionari. Riteniamo infatti che la polemica sia uno strumento necessario per orientare il dibattito politico e per fare emergere eventuali contraddizioni. E pensiamo, nello specifico, che chiarificare la natura del partito in questione sia utile per mettere in guardia quei giovani e quegli attivisti in buona fede che, per un motivo o per un altro, si accostano o esprimono l'intenzione di accostarsi ad esso.
 
Lo stalinismo come riferimento ideologico
Va subito rimarcato come il partito di Marco Rizzo sia uno di quei gruppi che rivendicano la tradizione staliniana e stalinista. Ci sembra dunque doveroso, prima di procedere oltre, ricordare qual è il modello politico a cui i rizziani si richiamano.
La borghesia negli ultimi decenni ha costruito la propria campagna diffamatoria nei confronti del marxismo sulla base della falsa identificazione fra comunismo e stalinismo. Il crollo degli Stati dell'Est Europa alla fine degli anni'80 del secolo scorso fu salutato dai mass media di regime di tutto il mondo come la fine del socialismo, la morte dell'“utopia” comunista. In realtà, si trattò del crollo dello stalinismo, cioè del più grande apparato controrivoluzionario della storia. Sebbene infatti lo stalinismo si fosse presentato (e i suoi epigoni continuino a presentarlo) come l'erede della Rivoluzione d'Ottobre, come il baluardo contro il fascismo e l'imperialismo, i fatti dimostrano chiaramente in che modo siano andate le cose.
Per i bolscevichi l'Ottobre del 1917 doveva essere la leva per promuovere la rivoluzione a livello internazionale, ben sapendo che qualora la rivoluzione fosse rimasta isolata in Russia il socialismo non avrebbe potuto trionfare, nemmeno a livello nazionale. Stalin, da parte sua, una volta prese le redini del potere dopo la morte di Lenin, elaborò la teoria del “socialismo in un solo Paese”, secondo cui l'Urss avrebbe potuto arrivare al socialismo senza bisogno di una rivoluzione su scala mondiale. Era una “teoria”, profondamente antimarxista, funzionale alla conservazione della cricca burocratica di cui egli era a capo, dato che la rivoluzione in altri Paesi avrebbe costituito una minaccia per il mantenimento dei privilegi della nuova casta al potere in Urss.
Questa “teoria” si concretizzò in una politica di coesistenza pacifica con l'imperialismo. Il primo patto siglato da Stalin con le potenze imperialiste fu quello con Hitler, nel 1939, un patto di non aggressione e di spartizione di aree di influenza. Mentre promuoveva questa politica, Stalin procedeva con la calunnia, l'isolamento e poi la soppressione fisica di tutti quanti si opponevano al tradimento della causa rivoluzionaria, a partire dall'intero gruppo dirigente che aveva fatto la rivoluzione d'Ottobre, eliminato fisicamente (con l'unica eccezione di Stalin ovviamente) in seguito ai processi farsa di Mosca e attraverso una terribile caccia all'uomo a livello internazionale (Trotsky verrà ucciso nel 1940 in Messico da un sicario staliniano).
Tornando ai rapporti di Stalin coi nazifascisti, va detto che agli inizi degli anni '30 del Novecento il leader dell'Urss, per motivi di competizione con la socialdemocrazia, si era opposto all'unità della classe operaia tedesca nella costruzione di un fronte unico di lotta per contrastare il nazismo, cosa che di fatto favorì lo sviluppo di quest'ultimo. Tale rifiuto fu giustificato con la nota “teoria” del “socialfascismo” che, rimuovendo la dialettica materialista, mirava a mettere sullo stesso piano socialdemocratici e fascisti. È utile altresì ricordare che la politica oscillante di Stalin lo porterà da lì a poco a cambiare radicalmente approccio: si passerà così dalla “teoria” del socialfascismo a quella dei “fronti popolari” (metà anni '30), che si concretizzò in alleanze elettorali con le forze socialdemocratiche - quelle che poco prima erano considerate alla stregua dei fascisti! - “in funzione antifascista”, cioè in una politica di collaborazione di classe.
In Urss Stalin impose un regime similare a quelli fascisti, un regime di polizia in cui venne rimosso ogni spazio di democrazia operaia. I primi ad essere repressi e soppressi fisicamente, come detto, erano gli stessi comunisti che si opponevano: tanto che Stalin riuscì a meritarsi il primato nella classifica dei più grandi sterminatori di comunisti della storia.
L'accordo con Hitler, da cui avrà origine la seconda guerra mondiale, verrà meno solo quando il “fuhrer”, alla fine del giugno del 1941, invaderà la Russia, azione che porterà il regime “sovietico” ad entrare in guerra a fianco di Inghilterra e Stati Uniti (2). Con queste potenze imperialiste Stalin firmò poi, sul finire della guerra, i patti di Yalta e Potsdam, funzionali alla spartizione del mondo in aree di influenza e ad arginare di comune accordo l'ascesa delle lotte che si sviluppavano a livello mondiale nel secondo dopoguerra (così furono soffocati i tentativi rivoluzionari in Francia, Italia, Grecia). Fu in questo quadro che Stalin, d'accordo con Churchill, decise di liquidare la Terza Internazionale, sciogliendola formalmente nel 1943 dopo averla svuotata di significato.
Potremmo scrivere nell'estremo dettaglio rispetto a ciò che fu lo stalinismo, delle sue politiche maschiliste che annullarono le straordinarie conquiste raggiunte dalle donne dopo l'Ottobre, del sostegno dato da Stalin al nascente Stato sionista che promosse la pulizia etnica dei palestinesi, dell'oppressione delle nazionalità minoritarie e della loro russificazione forzata, dei legami sempre più stretti intrecciati con le potenze imperialiste che porteranno poi le burocrazie “sovietiche” alla restaurazione del capitalismo nei loro rispettivi Paesi. Ci sembra tuttavia che questa sintesi sia sufficiente per dare l'idea di chi sono i maestri di Rizzo e soci.
Qualche compagno in buona fede ci chiede che senso abbia oggi parlare ancora dello stalinismo e ci chiede di andare oltre queste differenze. Noi rispondiamo che questa discussione è assolutamente attuale e che non si può fare a meno di riproporla, per tutta una serie di motivi. In primo luogo perché demistificare lo stalinismo vuol dire ristabilire la verità storica e rendere onore ai tantissimi compagni che ne furono vittima. Poi perché smascherare il regime staliniano e i suoi omologhi vuol dire contrastare la propaganda borghese anticomunista che, come detto, pretende di “dimostrare” il fallimento del marxismo sulla base di una sua illegittima identificazione con lo stalinismo. E va da sé che, all'opposto, difendere (o comunque tacere, come fa qualcuno, su) lo stalinismo equivale a dar forza, fosse pure involontariamente, alla canea borghese antimarxista.
Inoltre, la discussione è essenziale perché implica una netta demarcazione in merito al progetto politico che perseguiamo. Per dirla in termini più diretti, la discussione ci permette di fare emergere con chiarezza ciò che ognuno di noi vuole costruire e, allo stesso tempo, ciò che non vuole costruire. E la differenza non è da poco, non è qualcosa su cui si possa soprassedere. Parliamo infatti di due poli opposti.
 
Dalla teoria alla prassi: chi è Marco Rizzo
Una volta ricordata la tradizione culturale di riferimento di Marco Rizzo e del suo gruppo, ci sembra utile ricordare anche quello che è il loro biglietto da visita. Riteniamo, infatti, che quando si valutano personaggi e forze politiche sia importante innanzitutto vedere chi sono e cosa hanno fatto nel loro percorso politico. Facendo quest'altra breve disamina, le referenze che emergono sono abbastanza eloquenti.
Parlamentare dal 1994 al 2004, Marco Rizzo, allora in Rifondazione comunista, sostenne il governo Prodi I (1996-98), quello che – fra le altre cose - istituiva i lager per i migranti e sdoganava, col Pacchetto Treu, il lavoro interinale. Nel 1998, assieme a Cossutta, fece la nota scissione da destra contro la maggioranza del Prc, per il fatto che questa aveva deciso di ritirare la fiducia al governo Prodi, e fondò il Partito dei comunisti italiani (Pdci), la cui ragion d'essere riposava nella necessità di sostenere i governi borghesi di centrosinistra “contro le destre”: da qui il sostegno di Rizzo al governo imperialista di D'Alema e ai suoi bombardamenti su Belgrado.
Dal 2004 al 2009 Marco Rizzo ha ricoperto la carica di europarlamentare, e proprio nel 2009 finì la sua esperienza nel Pdci in seguito a un duro scontro con Oliviero Diliberto che porterà alla sua espulsione. L'accusa nei confronti di Rizzo fu di avere fatto propaganda elettorale a Italia dei valori in occasione delle elezioni europee del 2009, mentre lui rispose sostenendo la collusione di Diliberto con ambienti piduisti. Insomma, beghe interburocratiche fra personaggi ben integrati nel sistema che porteranno, durante lo stesso anno, Marco Rizzo a fondare un nuovo soggetto politico, Comunisti-Sinistra popolare, da cui poi, nel gennaio 2014, nascerà l'attuale “Partito comunista” (che d'ora in poi, per comodità, indicheremo con l'abbreviazione “Pc”).
La collaborazione di classe con la borghesia e i suoi governi, in contrasto con i principi basilari del marxismo, è una caratteristica delle organizzazioni che si richiamano alla politica staliniana che, come detto, implicava la coesistenza pacifica con l'imperialismo. Non si tratta dunque di una peculiarità di Marco Rizzo. Si pensi, giusto per fare un altro esempio, che il Kke (“Partito comunista greco”), partito greco gemellato col Pc di Rizzo, nel 1989 arrivò a partecipare a un governo di “unità nazionale” assieme alle forze socialdemocratiche e al partito di destra “Nuova democrazia”, uno dei principali terminali dell'Europa delle banche. Operazione opportunistica che gli si rivolgerà contro, dato che buona parte dell'elettorato gli volterà le spalle (effetto non di poco conto per una formazione votata all'elettoralismo). Per intenderci, il Kke è lo stesso partito che nel 2011, assieme alla polizia, realizzò un cordone a difesa del Parlamento greco ad Atene contro le masse inferocite che lo ponevano sotto assedio...
 
Da ieri all'oggi: si può parlare di una svolta nell'azione politica di Rizzo?
Negli ultimi anni Marco Rizzo ha cercato di rifarsi una verginità politica e di fare dimenticare i suoi pregressi. In questo senso, ha cercato – almeno a parole – di smarcarsi dalla sinistra riformista e dal centrosinistra, cioè dai soggetti ai quali è sempre stato organico.
Qualcuno potrebbe farci notare che nella vita è sempre possibile progredire e che gli errori, sia pur gravi, fatti nel passato non escludono la possibilità di rimettersi sulla giusta carreggiata. Facciamo finta che si tratti effettivamente di errori (una valutazione in realtà scorretta, come proviamo a mostrare in questo articolo) e dimentichiamo per un attimo che la storia non ci riporta esempi di personaggi e forze politiche organici al sistema che siano poi passati alla politica rivoluzionaria. Fatte queste premesse, e dato che, restando nell'assurdo, in astratto l'ipotesi di un ravvedimento non è da escludere, ci sembra utile analizzare la politica attuale di Marco Rizzo e del suo gruppo, per vedere se gli odierni proclami antisistema corrispondono o no a una politica coerentemente rivoluzionaria, se cioè Rizzo ha cambiato davvero indirizzo rispetto al passato.
Lo spazio che i mass media di sistema gli dedicano spesso e volentieri nelle tv e sui giornali non è certo un argomento a suo favore. Ma per avere una risposta certa al nostro quesito dobbiamo analizzare, sul piano teorico e pratico, la politica del “Partito comunista” rizziano.
Il primo dato che balza agli occhi è l'assenza totale di un'azione di opposizione alle microburocrazie sindacali: al di là infatti dei proclami combattivi e della sbandierata necessità della costruzione del sindacato di classe, appare evidente che più che alle lotte operaie e alla loro unità i dirigenti del Pc si dimostrano interessati a mantenere relazioni amichevoli con le varie microburocrazie, ad esempio con quella di Sgb. Cioè con dirigenti che – a rimorchio di Cgil, Cisl e Uil - hanno firmato l'accordo vergogna sulla rappresentanza sindacale con la Confindustria (su cui il Pc di Rizzo non ha ritenuto di dover spendere troppe parole) e che comunque hanno nell'autoreferenzialità un tratto caratteristico del proprio modus operandi, un settarismo che costituisce oggi un problema rispetto alla mobilitazione unitaria dei settori più combattivi della classe lavoratrice, concretizzandosi ad esempio nella prassi ahinoi consolidata degli sciopericchi spezzatino in date contrapposte che  contribuiscono ad indebolire le lotte in Italia (e pensare che queste microburocrazie autoreferenziali ed allergiche alla democrazia operaia per il Pc di Rizzo starebbero costituendo “l'embrione del sindacato di classe nel nostro Paese”!) (3).
 
Le posizioni politiche del “Partito comunista”
Nel gennaio 2017 si è tenuto il congresso del Pc. Una lettura al documento congressuale votato in quell'occasione è molto significativa per comprendere ciò di cui stiamo parlando. Nel documento in oggetto si può leggere intanto la ricostruzione che il Pc fa della storia, una ricostruzione funzionale alla legittimazione del regime staliniano, considerato il legittimo continuatore del bolscevismo, rispetto al quale il XX Congresso del Pcus (1956) e Kruscev costituirebbero una cesura sostanziale. Una lettura, come già detto, facilmente smentita dai fatti.
Nel documento congressuale, così come negli articoli teorici elaborati dal Pc, è possibile leggere mille altre gravi distorsioni della storia e altrettante ambiguità.
Verso Togliatti, ad esempio, massimo rappresentante dello stalinismo in Italia, leader di quel Pci (Partito comunista italiano) che contribuì in maniera determinante a disarmare la Resistenza italiana e a ricostruire lo Stato capitalista italiano dopo il crollo del fascismo, le valutazioni del Pc sono molto ambigue, al di là di qualche accenno critico. La teoria portata avanti è che “la temperie in cui Palmiro Togliatti dirige il PCI post-resistenziale era innegabilmente avversa ad una reale possibilità di ‘fare la rivoluzione’ in Italia” (4). Insomma, sulla base del vecchio ritornello opportunista relativo alla presunta “assenza dei rapporti di forza” (ritornello peraltro molto discutibile se applicato a una delle più grandi fiammate rivoluzionarie mai conosciute dall'Italia, cioè alla Resistenza), si giustifica in fondo l'operato di Togliatti: cioè la costruzione, in ossequio alla linea staliniana e in contrasto all'impostazione bolscevica, di un partito di massa piuttosto che di militanti, un partito nel cui statuto si leggeva che il comunista “deve essere rispettoso del culto religioso e delle istituzioni”; e ancora: la collaborazione con la monarchia, il rinvio della rivoluzione a un tempo indefinito, la collaborazione al governo con le forze borghesi, inclusi i fascisti rinnegati di Badoglio, la restituzione delle fabbriche occupate ai capitalisti, e poi ancora il decreto che amnistiava i fascisti ecc. (l'elenco potrebbe essere molto lungo).
Anche rispetto a Berlinguer, altro importante leader del Pci, le valutazioni sono superficiali e ambigue. Da un lato se ne denuncia (per fortuna) la distanza dal marxismo ma dall'altro lato lo si considera una “persona onesta” (!?), cioè dotata “di una statura morale assolutamente imparagonabile alle miserie dei politici attuali” (5). Affermazioni che da un lato tradiscono una malcelata impostazione istituzionale e borghese (in che cosa consisterebbe l'”onestà” di chi in nome del “comunismo” difende il capitale?), dall'altro lato costituiscono un'ipocrita formula di compromesso funzionale al tentativo di non turbare troppo i tanti che a sinistra sono stati educati dalle forze riformiste al culto di Berlinguer e di altri noti dirigenti del Pci.
L'ambiguità di valutazioni, in fondo, permea intimamente il giudizio che il Pc di Rizzo dà, più in generale, del Partito comunista italiano, cioè – dicevamo - di quell'enorme tappo riformista che contribuì in maniera decisiva a soffocare le potenzialità rivoluzionarie dell'Italia repubblicana.
Se dall'analisi storica ci spostiamo a temi di attualità le ambiguità e le contraddizioni risultano altrettanto evidenti. Sulla questione dei migranti, ad esempio, nel documento congressuale del Pc leggiamo che bisogna sì contrastare la xenofobia ma che occorre anche “rifiutare il buonismo e il moralismo della sinistra borghese”, concetto che non viene approfondito e spiegato. Ci si limita a dire che la soluzione è l'abbattimento del capitalismo (ovviamente), ma rispetto all'oggi si evita di tirare le conclusioni a partire dalle premesse fatte, e che dunque restano fluttuanti nell'aria. Tuttavia, è facile leggere fra le righe reticenti una pericolosa torsione nazionalista, la stessa che portò ad esempio Marco Rizzo a difendere i marò italiani responsabili dell'omicidio di due pescatori in India (6).
Anche sul tema immigrati, insomma, le posizioni di Rizzo sono molto ambigue e pericolosamente tendenti al nazionalismo e alla xenofobia, anche se arrampicandosi sugli specchi si cerca di negare quelle pulsioni (7). Il fatto poi che il Pc di Rizzo dica chiaramente di essere disinteressato ai “diritti civili” degli immigrati e che si batta unicamente per i “diritti sociali” tradisce un'ulteriore deformazione del marxismo. Se è vero infatti che i meri diritti civili rimangono nel quadro delle logiche borghesi, è pur vero che lo stesso vale per i diritti sociali e che in ogni caso i marxisti portano avanti una lotta che si snoda su tutti i livelli e che intreccia le esigenze immediate con quelle non immediate. Motivo per cui rimuovere le rivendicazioni immediate, democratiche, civili si traduce in un massimalismo meramente parolaio e sganciato dalla realtà, in ultima analisi nella rimozione del materialismo dialettico.
Ed è sulla base di queste deformazioni, evidentemente, che i già citati alleati greci di Marco Rizzo, cioè i parlamentari del Kke, hanno votato, fino a tempi molto recenti, contro i diritti delle persone omosessuali, assieme ai partiti di centro destra e ai fascisti di Alba dorata. Un voto coerente con diverse esternazioni pubbliche in cui il Kke, in questi anni, con argomentazioni tipicamente destrorse e clericali, ha difeso la “famiglia eterosessuale” e respinto le rivendicazioni della comunità lgbt. Certamente il Kke, in questo modo, dimostra di essere pienamente in linea con l'insegnamento di Togliatti, difensore della morale cattolica, nonché di Stalin, noto persecutore degli omosessuali.  
 
La politica internazionale
Il dire le cose a metà, il nascondersi, il mentire sono metodologie tipiche dei dirigenti del Pc, applicate tanto a livello locale (8) quanto a livello nazionale. Lo stesso vale per le questioni di politica internazionale, su cui adesso diremo qualcosa.
Intanto, sul piano del metodo, occorre precisare che il Pc di Rizzo non fa parte di alcuna organizzazione internazionale reale, ma si limita ad intrattenere rapporti con altri partiti “marxisti-leninisti” (espressione coniata da Stalin e usata dagli stalinisti). Non fa parte cioè di un'organizzazione internazionale concepita in senso leninista, che realizza congressi, ha gruppi dirigenti democraticamente eletti, organi di stampa, politiche attuate a livello mondiale sulla base del centralismo democratico ecc., quanto piuttosto di “coordinamenti” che si risolvono in gruppi di discussione.
Passando dal piano del metodo (cioè la disorganizzazione e la rimozione del concetto di “Internazionale” in senso leninista) a quello del merito, abbiamo già anticipato in precedenza alcuni temi discussi e alcune posizioni avanzate da questi soggetti politici, per cui adesso ci soffermiamo più specificatamente sulle posizioni politiche espresse sul contesto mondiale.
Coerentemente con la deformazione campista tipica delle forze che si richiamano allo stalinismo, il Pc di Rizzo e i suoi alleati, com'è noto, sostengono politicamente i regimi nazionalisti-borghesi dell'America latina, da Morales in Bolivia a Maduro in Venezuela, spacciandoli per socialisti o antiimperialisti. Il campismo consiste nel prendere posizione a favore di una delle forze borghesi in competizione anziché porsi chiaramente dalla parte delle masse proletarie e degli oppressi. Così, ad esempio, in Venezuela, anziché opporsi tanto al chavismo quanto all'opposizione borghese della Mud, e lavorare conseguentemente alla costruzione di un'opposizione sociale di classe, i nostri “marxisti-leninisti” difendono a spada tratta il regime antisociale e repressivo di Maduro nonostante preservi il regime capitalista e continui a pagare religiosamente il debito estero, alimentando così la favola della “rivoluzione bolivariana” (9).
Il campismo si spinge fino a negare la realtà dei fatti (si nega ad esempio l'evidenza che a Cuba sia avvenuta, e da tempo, la restaurazione capitalistica!) oppure sino a deformare la realtà stessa e a scivolare su posizioni complottiste. Ad esempio, è vero e scontato che l'imperialismo americano ingerisca nella vita politica degli altri Paesi e che cerchi di controllarne o influenzarne le politiche. Ma questa verità scontata viene distorta fino a giungere a posizioni imbarazzanti anche da un punto di vista logico, oltre che politico, come quando, ad esempio, si arriva a sostenere – più o meno apertamente - che le sollevazioni nei Paesi arabi (note nel complesso come “primavera araba”), così come quelle più recenti in Venezuela, sarebbero create artificialmente dagli Usa piuttosto che essere il prodotto della povertà di massa dilagante (10). Superfluo aggiungere che questi sedicenti marxisti rendono un pessimo servizio al marxismo e alle masse oppresse da loro demonizzate. Non si tratta di una novità, certo, dato che gli opportunisti travestiti da rivoluzionari si sono sempre caratterizzati per parlare di rivoluzione salvo poi tirarsi indietro quando le masse si ribellano ai loro aguzzini.
Queste deformazioni hanno portato il Pc di Rizzo a sostenere negli anni anche i regimi autoritari e antipopolari del Nord Africa e del Medio Oriente, a partire da quello di Gheddafi, incredibilmente considerati baluardi dell'antiimperialismo (!) sebbene – al contrario - avessero per decenni ben rappresentato gli interessi dell'imperialismo nelle loro aree territoriali di riferimento.
Così come si è dato sostegno al regime dinastico macchiettistico nordcoreano. E si badi bene: non parliamo del supporto che i marxisti devono giustamente fornire a un Paese e alle sue masse popolari che venissero aggrediti militarmente dalle forze imperialiste, ma di un sostegno politico a regimi che nulla hanno di socialista e di antiimperialista e che al contrario si connotano fortemente in senso antioperaio e antipopolare.
In questo delirio totale il Pc di Rizzo ovviamente non si è sottratto dal sostenere anche il regime “antiimperialista” siriano di Bashar Al Assad, responsabile di una guerra civile che dal 2011 ad oggi ha causato oltre 500.000 vittime, distruzioni ed atrocità inenarrabili (11). Una scelta dettata, anche in questo caso, da logiche campiste, dunque antimarxiste. In un contesto, come quello siriano, caratterizzato da competizioni interimperialistiche per il controllo del territorio e delle sue risorse, Rizzo e soci hanno scelto di prendere posizione per uno dei campi imperialisti in competizione (quello che aggrega Putin, Assad, l'Iran degli ayatollah, le milizie religiose libanesi degli hezbollah) anziché lavorare alla costruzione di un polo proletario rivoluzionario e sostenere la resistenza delle masse oppresse siriane, vittime allo stesso tempo dell'imperialismo occidentale, di quello putiniano, del regime genocida di Assad e dei tagliagole fascioislamisti di Isis e affini.
 
Se li conosci li eviti
Ovviamente, per fortuna, i rottami dello stalinismo oggi non hanno nemmeno lontanamente il peso enorme che ebbe a suo tempo a livello mondiale la burocrazia stalinista, quella che all'inizio di questo articolo abbiamo definito la più grande cappa controrivoluzionaria e antioperaia della storia. Ciononostante, gli epigoni dello zio Josef provano ancora oggi a svolgere il loro ruolo di agenti della borghesia nel movimento operaio.
Un'analisi precisa e puntuale ci permette di distinguerli dai partiti neoriformisti (tipo Syriza, per intenderci), che hanno matrici, riferimenti e posizioni diverse. Alla stregua di questi ultimi, tuttavia, i partiti come quello di Rizzo, che per semplificare definiamo neostalinisti, costituiscono un ostacolo alla crescita del movimento operaio e dell'organizzazione internazionale rivoluzionaria di cui i lavoratori e gli oppressi necessitano.
La verità è rivoluzionaria, l'ignoranza no. Uno studio approfondito della storia, un lavoro serio di formazione politica deve indicarci la strada da seguire. E quindi deve aiutarci a mettere ogni cosa al proprio posto. Ciò implica il saper collocare anche gli epigoni dello stalinismo nella loro legittima collocazione: la spazzatura della storia.
 
 
Note
1) Su Un passo avanti e due indietro, testo in cui Lenin esprime il concetto in questione, rimandiamo alla scheda di lettura contenuta nel numero 7 di Trotskismo Oggi, la rivista teorica edita dal Pdac. Per un'analisi più approfondita del partito di tipo bolscevico consultare invece il saggio L'attualità di un partito di tipo bolscevico sul numero 2 di Trotskismo oggi.
2) Sulla base di quanto sopra esposto, a quelli che tutt'oggi affermano dogmaticamente che "grazie a Stalin" il nazifascismo fu sconfitto, rispondiamo che semmai il nazismo si sviluppò grazie anche a Stalin e alle sue politiche; rispondiamo che coi nazisti Stalin fu alleato, oltre che corresponsabile nello scoppio della seconda grande guerra mondiale interimperialistica; che se Stalin andò contro Hitler fu solo perché questi attaccò la Russia e che semmai a sconfiggere il nazismo furono le masse popolari sovietiche mandate al macello della guerra, non certo Stalin. Diciamo inoltre che senza Stalin non solo il nazifascismo avrebbe faticato maggiormente ad affermarsi in Europa, ma ci sarebbero state delle condizioni molto più favorevoli per uno sviluppo della rivoluzione proletaria a livello internazionale, sviluppo che invece Stalin puntò sistematicamente a soffocare, riuscendo nel suo proposito.
Sullo stalinismo è possibile consultare parecchi articoli sul nostro sito. Fra gli ultimi in ordine di tempo:
https://www.alternativacomunista.it/content/view/2504/1/
3) http://www.lariscossa.com/2017/01/23/comunisti-congresso-un-partito-avanguardia-delle-lotte/
Sul tema in oggetto si legga nello specifico la parte apposita del documento congressuale del Pc di Rizzo.
4) http://ilpartitocomunista.it/2015/11/11/berlinguer-una-brava-persona-ma-non-comunista-articolo-di-marco-rizzo-su-lunita/
Per chi volesse informarsi sull'operato di Togliatti è possibile consultare diversi articoli sul nostro sito. Ne segnaliamo qualcuno:
https://www.alternativacomunista.it/dmdocuments/Stefanoni-%20Il%20partito%20nuovo%20di%20Togliatti.pdf
http://www.alternativacomunista.it/content/view/405/52/
https://www.alternativacomunista.it/dmdocuments/Stefanoni%20-%20Rubrica%20libri%20Togliatti.pdf
5)
http://ilpartitocomunista.it/2014/06/11/su-berlinguer-riprendiamo-un-articolo-di-marco-rizzo-e-una-tesi-del-nostro-congresso/
In merito, invitiamo a leggere il seguente articolo dal nostro sito, un articolo che, senza se e senza ma, ci riporta in maniera chiara quella che fu la politica di Berlinguer:
https://www.alternativacomunista.it/content/view/2037/47/
6) Il segretario generale del Pc Marco Rizzo tempo fa scrisse sdegnato su twitter: “l'Italia non difende i suoi soldati: in Urss non sarebbe successo”. Chi si aspettava da lui (di certo non noi) una posizione marxista, dunque di classe, rimase deluso.
http://www.huffingtonpost.it/2015/08/25/rizzo-maro-urss_n_8036116.html
7) Molto indicativa, ad esempio, l'intervista a Rizzo ascoltabile al link indicato di seguito, in cui si mescolano semplificazioni e banalizzazioni a livello di analisi (l'immigrazione dai Paesi africani e asiatici è spiegata come mera “pianificazione” dall'alto operata dalle borghesie occidentali), difesa dei piccoli imprenditori che sfruttano i lavoratori immigrati e persino pregiudizi razzisti. Il tutto accompagnato dallo sdoganamento del linguaggio borghese in materia (per i marxisti, a differenza che per Rizzo, non esistono persone “clandestine”).
https://www.youtube.com/watch?v=UjCw7HOa-UU
8) Giusto per restare a livello di politica locale, è singolare ad esempio che Il Pc di Rizzo abbia diffuso un comunicato in occasione delle recenti elezioni regionali siciliane, in cui dice di prendere le distanze da tutti i contendenti all'ars, ma che non abbia fatto lo stesso qualche mese prima in occasione delle elezioni comunali di Palermo, appuntamento politico di rilevanza nazionale considerato che parliamo di un capoluogo di regione nonché di una delle più grandi città italiane. Un silenzio tanto più strano se si considera che a Palermo il partito in questione rivendica una presenza numericamente più cospicua rispetto a quella degli altri nuclei esistenti a livello regionale, e considerato che in quella città vivono e operano alcuni suoi militanti storici che hanno incarichi dirigenziali nel partito a livello nazionale. Forse non ci si voleva inimicare il gattopardo Leoluca Orlando?
A proposito di elezioni in Sicilia, ecco di seguito i links a un nostro articolo sulla recente tornata elettorale regionale in Sicilia e a un pezzo sulle elezioni comunali di Palermo: https://www.alternativacomunista.it/content/view/2494/1/
https://www.alternativacomunista.it/content/view/2438/47/
9) A questo link una lettera del Pc di Rizzo ai suoi sodali del Pc venezuelano, partito “marxista-leninista” che sostiene il Psuv di Maduro:
http://ilpartitocomunista.it/2017/06/22/messaggio-per-il-congresso-del-pc-venezuela/
10) Definiamo “complottiste” queste teorie fantascientifiche. Si tratta di teorie, ripetiamo, che non reggono da un punto di vista logico prima ancora che politico: in primo luogo perché non si comprende il motivo per cui gli Usa dovrebbero creare sollevazioni contro regimi che riescono a mantenere la stabilità nelle loro aree di riferimento, dato che l'imperialismo cerca proprio di evitare l'instabilità; in secondo luogo, perché non si capisce materialmente come farebbero a creare mobilitazioni oceaniche, diffuse e continue come ad esempio quelle che abbiamo registrato nel Magreb in questi anni. Le persone, è noto, non scendono in piazza facilmente e tanto meno sono disposte a esporsi alla repressione. Il materialismo dialettico marxista insegna che le masse oppresse si mobilitano, anche a costo di mettere a rischio la propria incolumità, quando hanno fame (non perché la Cia o qualcun altro faccia un fischio). L'intervento imperialista, che è innegabile, caso mai avviene dopo lo sviluppo delle mobilitazioni, ed avviene semmai per provare a soffocare le mobilitazioni stesse oppure, quando ciò risulta difficile, per incanalarle verso binari che preservino gli interessi dell'imperialismo (che è ciò che è avvenuto in Libia e negli altri Paesi del Magreb).
In merito a Cuba o al Venzuela è possibile consultare parecchi articoli sul nostro sito, sia di natura storico/teorica sia relativi ad eventi più attuali. Fra gli altri: https://www.alternativacomunista.it/content/view/2499/45/
https://www.alternativacomunista.it/content/view/2090/45/
https://www.alternativacomunista.it/content/view/2501/45/
11) http://ilpartitocomunista.it/2013/08/27/solidarieta-alla-siria-e-al-presidente-assad-con-i-popoli-e-gli-stati-che-resistono-allimperialismo/
 
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