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Maestre e maestri: la lotta continua! PDF Stampa E-mail
lunedì 15 gennaio 2018
Maestre e maestri: la lotta continua!
Prosegue massiccia la mobilitazione nella scuola
 
 
 
di Fabiana Stefanoni
 
maestre1
 (manifestazione a Milano)
 
A fine dicembre, alla vigilia delle vacanze natalizie, una sentenza del Consiglio di Stato, contraddicendo precedenti sentenze dei giudici, ha stabilito l’esclusione delle maestre e dei maestri che hanno conseguito il diploma magistrale entro il 2002 dalle graduatorie a esaurimento (le graduatorie che permettono una relativa stabilità nelle supplenze e che servono ai fini dell’assunzione in ruolo, cioè a tempo indeterminato). I maestri hanno definito questa sentenza una “sentenza politica”: a loro avviso nasconde la precisa volontà di licenziare decine di migliaia di maestri e maestre, con conseguente risparmio per le casse del governo. Si tratta di un risparmio che, non abbiamo dubbi, servirà a finanziare banchieri miliardari, grandi industriali e a foraggiare corrotti manager e politici borghesi carrieristi.
 
La protesta delle maestre e dei maestri
Sono diverse decine di migliaia i maestri che rischiano il licenziamento in tronco. Molti di loro avevano recentemente festeggiato l’assunzione a tempo indeterminato dopo anni di sacrifici: ora si trovano catapultati in un vero e proprio incubo. Ma sono tantissimi anche i precari che lavorano da anni e che vedranno sfumare qualsiasi possibilità di assunzione se il governo non interverrà per sanare questa situazione. E’ un attacco anzitutto alle donne: la stragrande maggioranza di loro sono donne. E’ un attacco anche agli studenti e alla qualità dell’istruzione pubblica: licenziare queste insegnanti significa provocare un danno enorme alle scuole e alla continuità dell’insegnamento.
La protesta è iniziata immediatamente dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato, senza fermarsi nemmeno durante le vacanze natalizie, quando le scuole sono chiuse. Subito dopo Natale sono state organizzate manifestazioni combattive in diverse città, le più massicce a Milano (grazie in particolare alla presenza dei combattivi “Lavoratori auto-organizzati della scuola” e del “Coordinamento 3 ottobre”) e a Torino (col supporto dei sindacati di base Cub e Cobas).
Ma il momento più importante della protesta è stato lo sciopero dell’8 gennaio: uno sciopero proclamato inizialmente da un sindacato pressoché sconosciuto (Saese), ma che per le maestre è diventato subito un’occasione di lotta da prendere al volo. Positivamente, anche la Cub e i Cobas hanno aderito allo sciopero, oltre al sindacato reazionario Anief (un sindacato opportunista che in questi anni ha guadagnato purtroppo consenso tra i precari della scuola illudendoli attraverso ricorsi legali che hanno riempito le casse del sindacato). L’adesione allo sciopero è stata significativa nella scuola primaria e dell’infanzia, ma soprattutto lo sciopero è stato accompagnato da presidi di protesta e manifestazioni partecipate e combattive. A Roma in migliaia hanno presidiato il ministero dell’Istruzione insieme con i sindacati aderenti allo sciopero. A Milano un’imponente manifestazione di insegnanti ha bloccato il traffico mandando in tilt la metropoli. Presidi partecipati e combattivi si sono svolti anche in altre città, come a Bologna, dove una delegazione degli insegnanti è stata ricevuta dal dirigente dell’Ufficio scolastico regionale. Al fianco degli insegnanti anche il Fronte di Lotta No Austerity, presente a Milano, Roma e Bologna.
 
Scuola: un fronte caldo
Ma quello delle combattive maestre non è l’unico fronte caldo nel mondo della scuola. Sono tanti i lavoratori del settore che stanno subendo gli effetti della vergognosa legge 107 (“Buona Scuola”), senza alcuna tutela da parte degli apparati burocratici (Cgil, Cisl, Uil, Snals, etc). Diverse decine di migliaia di precari (quelli cosiddetti di “seconda fascia”, che hanno già svolto carissimi e impegnativi corsi abilitanti ma sono stati estromessi dalle assunzioni in ruolo della “Buona scuola”) saranno costretti a fare un concorso regionale, che rischia di stravolgere le graduatorie già esistenti senza nessuna garanzia di assunzione in ruolo (il ministero parla di assunzione “entro 10 anni” dallo svolgimento del concorso!). Ancora peggiore è la condizione dei precari che svolgono supplenze brevi (detti di “terza fascia”), per i quali non esiste ancora nessuna certezza: la famigerata legge 107 prevede che dopo 36 mesi di lavoro i precari non possano più essere riassunti.
Ma anche il personale di ruolo non se la passa meglio. Anzitutto, sono decine di migliaia gli insegnanti che per essere assunti in ruolo sono stati deportati a migliaia di km lontano da casa (chi non accettava il trasferimento era automaticamente licenziato). Anche in questo caso a rimetterci sono state soprattutto migliaia di donne (la categoria degli insegnanti è a gran maggioranza femminile).
Infine, alla vigilia di Natale, è arrivata la vergognosa firma di un rinnovo contrattuale dei lavoratori del pubblico impiego che aumenta gli stipendi di poche briciole, aggravando le condizioni di lavoro di tutti gli statali. E’ in questi giorni in corso la contrattazione specifica per la scuola: si parla di un aumento di stipendio di pochissime briciole (poche decine di euro nette), che non serviranno minimamente a compensare l’aumento del costo della vita. Gli apparati sindacali burocratici stanno per siglare questo accordo truffaldino senza nemmeno aver proclamato uno sciopero.
L’auspicio è che la ripresa delle mobilitazioni nella scuola primaria serva a innescare una dinamica di lotta che coinvolga quanti più lavoratori di questo settore. La “Buona scuola” si sta rivelando una pessima scuola. E’ una scuola centrata su un’alternanza scuola-lavoro spesso priva di alcun valore formativo, funzionale ai profitti delle aziende, come hanno giustamente denunciato gli studenti nel corso delle mobilitazioni autunnali. E’ una scuola sempre più povera, che i tagli dei governi hanno ridotto alla miseria, mettendo a rischio persino la sicurezza di studenti e insegnanti (si pensi alle tante scuole letteralmente crollate nelle zone terremotate). E’ una scuola “meritocratica”, che cerca di dividere gli insegnanti tra loro: aumenti irrisori per la maggioranza e cospicui incrementi di stipendio (“bonus”) per pochissimi privilegiati individuati in modo discrezionale da dirigenti tiranni (profumatamente retribuiti). E’ una scuola, in poche parole, che mira a riprodurre il modello aziendale nell’ambito dell’istruzione: una scuola-azienda che dobbiamo rispedire al mittente con la mobilitazione.
 
Il prosieguo della lotta e gli ostacoli da superare
Come sempre in ogni mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori occorre fare i conti con i pompieri della lotta. In questo caso, è evidente – per fortuna anche agli occhi degli stessi maestri – il ruolo delle direzioni degli apparati sindacali burocratici (Cgil e Cisl in primis), che hanno deciso di lasciare al loro destino le maestre e i maestri, invitando (senza successo) le lavoratrici a non scioperare (persino la direzione del sindacato Usb ha attaccato lo sciopero dell’8 gennaio).
Tra i principali ostacoli che i lavoratori della scuola incontrano in questo momento ci sono le vergognose leggi antisciopero (a partire dalla legge 146 del 1990) che hanno reso illegale lo sciopero prolungato nel pubblico impiego e nei servizi cosiddetti essenziali: una legge (sostenuta dalle direzioni di Cgil, Cisl e Uil) che trasforma lo sciopero in un’arma spuntata, come sanno bene anche i lavoratori dei trasporti che spesso devono rinunciare alla possibilità di mettere in campo azioni incisive. Tutto ciò rimanda alla necessità di organizzare al più presto una mobilitazione unitaria per il diritto di sciopero, diritto che il governo Gentiloni ha più volte cercato di ridimensionare ulteriormente (si vedano gli interventi del ministro Delrio contro i recenti scioperi nei trasporti). 
Nonostante questi ostacoli, la mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola continua e non si lascerà ingabbiare facilmente. Nuove scadenze di mobilitazione e di sciopero sono in programma nelle prossime settimane: manifestazioni, presidi, scioperi, proteste. Ma sappiamo anche che la lotta delle maestre e dei maestri potrà vincere solo se si unificherà alla lotta degli altri settori di lavoratori: deve estendersi in primo luogo a tutte le lavoratrici e i lavoratori della scuola, per poi unificarsi alle lotte degli altri settori in mobilitazione e sciopero in queste settimane, dai trasporti al settore gomma-plastica, dalle telecomunicazioni alla logistica. E’ necessario che i lavoratori della scuola diffidino di quei politici borghesi (di destra e di sinistra) che ora, in campagna elettorale, fanno promesse ingannevoli ai lavoratori per raccogliere qualche voto: le uniche condizioni per vincere sono la mobilitazione a oltranza, l’unità e l’indipendenza di classe. 
 
 
maestre2
(manifestazione a Bologna)
 
 
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