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E ora, cosa succede in Catalogna? PDF Stampa E-mail
mercoledì 13 dicembre 2017
E ora, cosa succede in
Catalogna?
 
 

 
 di Corrent Roig *
Dopo settimane di pagine piene sulla stampa borghese, nonché una gran quantità di articoli sui siti web della sinistra (spesso basati su una evidente mancata conoscenza dei fatti), è calato qui da noi un relativo silenzio sulla questione catalana. Ma là la vicenda non è per niente chiusa. Come ci spiegano i due articoli che proponiamo in questo dossier, scritti da Barcellona dai nostri compagni di Corriente Roja, sezione della Lit - Quarta Internazionale nello Stato spagnolo, protagonista in prima fila della lotta.
 
 
che_succede_in_catalogna
Dal referendum del 1 ottobre 
al 155 e alla serrata del 21 dicembre 
 
Siamo passati, in meno di due mesi, dal sollevamento popolare del 1-0 (1 ottobre) all'accettazione del 155 e delle elezioni di Rajoy. Non possiamo nasconderci che il movimento sovranista, al di là dei risultati che si avranno il 21 dicembre, ha subìto una severa sconfitta politica. E non per gli arresti o per il 155 bensì per la capitolazione disonorevole, senza lotta, della direzione indipendentista e per l'accettazione dei termini della resa, cioè, il ritorno all'ovile costituzionale. 
 
La direzione indipendentista  
In realtà, la direzione indipendentista non aveva mai pensato di proclamare la Repubblica catalana e, meno ancora, di difenderla. La sua politica, piena di messaggi di “serenità” e fiducia nel governo, non ha voluto mai andare oltre la volontà di forzare una negoziazione col regime per ottenere un nuovo “pizzo”. 
Erano convinti che l'1-0 non sarebbe passato da una sonora giornata di protesta e che dopo avrebbero potuto dire: “abbiamo fatto tutto ciò che abbiamo potuto, ora bisogna accumulare forze e sedersi a negoziare”. Ma le masse popolari, resistendo a una brutale repressione, hanno garantito il referendum. E, dopo di ciò, non è rimasto spazio per una capitolazione “rispettabile”, 
Per questo motivola direzione indipendentista ha fatto approvare una dichiarazione “simbolica” di indipendenza e dopo, col 155, ha consegnato le istituzioni, incominciando dai Mossos, senza alcuna resistenza. Per questo motivo, davanti a uno Stato spagnolo violento ha assunto, a nome del pacifismo, la via costituzionale, rinunciando alla Repubblica catalana, incompatibile con la Costituzione spagnola. Per questo motivo ha legittimato le elezioni illegittime del 21-D (21 dicembre), seppellendo il mandato del 1-0.  

La Cup  
La Cup si è posta sulla stessa linea, sebbene Anna Gabriel avesse detto che “l'opzione naturale sarebbe stata fare boicottaggio ai comizi”. Dice che lo ha fatto per “materializzare” una Repubblica… inesistente. La Cup ha una responsabilità importante in tutto quello che è successo perché aveva l'obbligo di dire la verità sulla frode che si stava commettendo e non l'ha fatto. Non è apparsa come un'alternativa bensì come l'ala sinistra della direzione indipendentista. 
Ora vuole che i CDRs si trasformino in una “rete di controllo dello scrutinio per il 21D”, è passata dal difendere il referendum e dall'essere protagonista degli scioperi del 3-0 e dell'8-N al fornire sindaci al PdCAT, Erc e Cup. Con questa politica, dopo il 21-D difficilmente rimarrà qualcosa di essi.  

I sindacati, i Comuni e Unidos-Podemos
La direzione ufficiale del movimento operaio, in particolare CCoo-Ugt, ha un'enorme responsabilità per l'attuale situazione, dato che sono stati contro il referendum, si sono opposti alla mobilitazione contro la repressione nelle imprese e hanno dato il benestare al 155. 
In quanto al sindacalismo alternativo, ha avuto un ruolo da protagonista nello sciopero generale del 3-0 contro la brutalità poliziesca, ma dopo è sparito dalla scena. Una buona parte di esso, in particolare Cgt, l'organizzazione che ha più peso nelle fabbriche, considera il conflitto nazionale come una cosa estranea alla classe operaia. 
I Comuni hanno difeso un referendum concordato impossibile e hanno impugnato la bandiera di una falsa neutralità. Unidos-Podemos non ha promosso la solidarietà nel resto dello Stato spagnolo né ha approfittato dell'operato vergognoso del re per attaccare la monarchia e difendere la repubblica. Il re e Rajoy non hanno trovato in Unidos-Podemos alcun ostacolo ai loro piani.  

Ed ora?  
Nel pieno ritorno all'ovile costituzionale non ha molto senso proporre un irreale “processo costituente di base popolare” ai settori della sinistra alternativa. Ora bisogna ricostruire il movimento su nuove basi. 
La lotta contro la repressione continuerà per le persone arrestate e processate ed anche per l'offensiva che si preannuncia contro gli attivisti dei Cdr. Bisognerà anche organizzare la difesa della scuola pubblica e degli insegnanti davanti all'attacco che si prevede. E sarà necessario riprendere con la massima forza la lotta per un programma di emergenza sociale (per l'annullamento delle controriforme del lavoro, per le pensioni, i salari minimi, contro gli sfratti, i tagli e le privatizzazioni...). Queste lotte, rispetto alle quali le marce della dignità hanno un ruolo importante, non solo ci uniscono al resto dei lavoratori dello Stato spagnolo ma ci portano ad esigere la sovranità: sovranità nazionale catalana al servizio delle necessità popolari, cammino verso la Repubblica catalana per la quale lottiamo.
 
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I lavoratori catalani e l'indipendenza
 

Il processo indipendentista ha fatto affiorare e ha approfondito un'importante divisione tra gli operai. C'è un settore che, per origine, cultura e legami familiari, è atterrito all'idea che la Catalogna si separi dallo Stato spagnolo. Una parte di costoro, che dimenticano di essere lavoratori, si è lasciata trascinare dal nazionalismo spagnolo, avallando la negazione del diritto a decidere e perfino giustificando la repressione. Così, si sono collocati nella trincea del re, dei banchieri, dei grandi imprenditori e dell'Europa del capitale (Ue), di fianco alla destra neofranchista del Pp e a Ciudadanos. Hanno fatto da vagone di coda a un blocco reazionario al quale si è integrato anche il Psoe, che ormai non ha più niente di operaio e socialista. 
Non hanno pensato, tuttavia, che la vittoria di questo blocco può significare solo maggiore repressione, attacchi alle libertà e nuove aggressioni ai diritti dei lavoratori e ai diritti sociali basilari di tutta la classe lavoratrice.  

Il movimento indipendentista  
Uno dei loro argomenti è che il movimento indipendentista è una montatura della borghesia catalana. Ma si sono dimenticati che lo zoccolo duro di questa (la Caixa, Banco Sabadell e le grandi imprese) è nemico giurato dell'indipendenza e sta col re e con Rajoy. 
Non tengono nemmeno in conto che nella misura in cui 2,3 milioni di persone, sfidando una repressione selvaggia, votarono l' 1-0, allora ciò che abbiamo davanti è un grande movimento democratico. Questo movimento poggia su un'ampia maggioranza delle classi medie catalane, su un settore di lavoratori, soprattutto in regioni e settori non industriali, e su una parte della media borghesia. Questo movimento ha a che vedere con l'oppressione nazionale e la crisi sociale. 
Ovviamente, il movimento ha una direzione, in cui fra gli altri c'è Artur Mas, il presidente dei tagli e della repressione che fece scoppiare un occhio a Esther Quintana. Il suo partito, che è quello di Puigdemont, non ha mai dubitato di votare col Pp le leggi contro i lavoratori. I principali dirigenti, Puigdemont e Junqueras, lo sono anche di un governo che, sottomesso all'Ue e a Montoro, ha mantenuto tagli e privatizzazioni. 
Il movimento indipendentista, inoltre, ha limitato la sua lotta ai diritti democratici e nazionali ed a combattere la repressione e non ha fatto sua nemmeno una sola delle grandi rivendicazioni operaie e popolari: annullamento delle controriforme del lavoro, pensioni dignitose garantite nei bilanci, fine della precarietà, annullamento di tagli e privatizzazioni, salario minimo di 1000 €, fine degli sfratti o un'università a portata delle famiglie operaie.  

Una maggioranza di lavoratori vive il conflitto nazionale come qualcosa di estraneo
Davanti a tutto questo, ed in una situazione in cui Ccoo e Ugt si sono allineate al 155 e sindacati alternativi come la Cgt hanno considerato il conflitto come qualcosa di estraneo alla classe operaia, non è strano che una maggioranza di lavoratori pensi che la cosa non riguardi loro. Ripudiarono la brutalità poliziesca e sono per il diritto a decidere, ma non si identificano con la lotta per la Repubblica catalana. 
Ma la battaglia per la libertà nazionale catalana deve essere anche la battaglia della classe operaia. Per il suo stesso interesse di classe. Le ragioni sono chiare: ottenere la Repubblica catalana è un colpo all'Europa del capitale ed un missile al cuore del regime monarchico il cui sprofondamento alzerebbe le saracinesche alle rivendicazioni operaie e popolari e renderebbe possibile aprire una via alla trasformazione socialista.  

La Repubblica catalana ed il programma della classe operaia 
Noi lavoratori dobbiamo essere sinceri e conseguenti nella lotta per i diritti democratici e nazionali. Inoltre, questa è la condizione per guadagnare le classi medie alla nostra causa. I fatti hanno dimostrato che sotto la direzione borghese le masse popolari catalane non conquisteranno mai la Repubblica e che questo sarà possibile solo se noi lavoratori assumiamo questa lotta e la fondiamo con le nostre rivendicazioni. 
L'unità di classe sta al di sopra di qualunque “unità nazionale”. Siamo molto più vicino ai lavoratori di Vallecas, Malaga o Valencia di quanto non lo sia qualunque imprenditore catalano, per indipendentista che sia. La Repubblica catalana non è un consegna “separatista” ma la base per costruire un'unione libera di repubbliche. I lavoratori vogliono un'unione libera, non forzata. Inoltre, la lotta per una Repubblica catalana è parte della lotta per un'Europa socialista dei lavoratori e delle masse oppresse.

* Dal sito www.corrienteroja.net
(traduzione dallo spagnolo di Mauro Buccheri)
 
 
 
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