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La rivoluzione cubana, classe e direzione PDF Stampa E-mail
venerdì 17 novembre 2017

La rivoluzione cubana,

classe e direzione

 


 

di Jeronimo Castro*

cuba

 

 

La vittoria della rivoluzione russa non solo inaugurò l’epoca delle rivoluzioni socialiste ma stabilì anche un paradigma per la teoria marxista.

Questa rivoluzione fu diretta da un partito operaio e rivoluzionario, costruito nei quattordici anni precedenti, a partire da una serie di lotte politiche e teoriche, che definirono chiaramente i suoi principi e i suoi obiettivi.

Era un partito per l’azione rivoluzionaria, il cui obiettivo era la presa del potere da parte della classe operaia in Russia, al fine di servire come leva per la rivoluzione mondiale. Era, in poche parole, un partito operaio, rivoluzionario e internazionalista. Il bastione più importante di questo partito era il quartiere di Viborg, gigantesco quartiere operaio di Pietrogrado.

L’altro grande attore della rivoluzione russa fu la classe operaia industriale. In un Paese fondamentalmente agricolo, gettato in una guerra mondiale nella quale non aveva la minima possibilità di partecipare per la sua arretratezza atavica, la classe operaia, relativamente piccola ma poderosamente concentrata, fu il motore della rivoluzione, la sua avanguardia, trascinando dietro di sé una massa di contadini affamati di terra, e di soldati, molti dei quali erano contadini portati in guerra senza armi né stivali, che non sopportavano più di morire per una causa che non era la loro.

Per i marxisti rivoluzionari era la conferma che la rivoluzione socialista sarebbe stata una rivoluzione cosciente, ovvero che avrebbe avuto alla testa un’organizzazione politica della classe operaia, ferma e disciplinata, con un programma chiaro, e che comprendeva i suoi compiti. Questo “soggetto politico”, il partito di tipo bolscevico, avrebbe diretto una classe operaia industriale che si sarebbe organizzata in consigli, soviet o altri organismi democratici della classe (come le commissioni di fabbrica ad esempio), che sarebbe stato il “soggetto sociale della rivoluzione” alla testa di tutti gli sfruttati e gli oppressi.

Al contrario di quello che racconta la storiografia ufficiale, incluso quella stalinista, le rivoluzioni che seguirono a quella russa ripeterono in maggiore o minor grado questa esperienza.

La rivoluzione ungherese, tedesca, italiana, spagnola, prima della Seconda Guerra Mondiale, e quella boliviana, solo per fare alcuni esempi, replicarono l’esistenza di questi soggetti (politico e sociale) e perirono principalmente nella misura in cui alcuni di questi mancarono all’appuntamento o non furono abbastanza presenti nelle necessarie proporzioni.

 

La teoria della rivoluzione, i compiti

La rivoluzione si sviluppa anche a partire da un altro elemento: i compiti che si propone. Ovvero, oltre ai soggetti della rivoluzione, esistono i compiti della rivoluzione. Questi compiti variano da Paese a Paese. In un Paese dall’arretrato sviluppo capitalista, il compito può essere, ad esempio, la riforma agraria o l’indipendenza. Se fosse necessario fare una rivoluzione per uno di questi due punti, questo vorrebbe dire che la borghesia di questo Paese non sia stata in grado di farla. La rivoluzione sarà inoltre contro la borghesia governante.

Per portare fino in fondo questo compito, pertanto, la rivoluzione, per quanto si inserisca nel contesto dei compiti borghesi, andrà a scontrarsi infine con la stessa borghesia. Lo stesso vale per l’imperialismo. In nessuna parte del mondo è possibile fare, già da molto tempo, una riforma agraria che non si scontri con settori imperialisti, e ancor meno conquistare l’indipendenza nazionale, il che è possibile solamente scontrandosi proprio con lo stesso imperialismo.

In questo caso, anche sotto una direzione piccolo borghese, e con un soggetto distinto dal proletariato, la rivoluzione potrà arrivare fino all’espropriazione della borghesia e alla rottura con l’imperialismo.

Trotsky, nel Programma di Transizione, dice esattamente questo: è nel frattempo, impossibile negare categoricamente e anticipatamente la possibilità teorica che, sotto l’influenza di una combinazione di circostanze eccezionali (guerra, sconfitta, fallimento finanziario, offensiva rivoluzionaria delle masse, ecc.), i partiti piccolo borghesi, inclusi quelli stalinisti, possano andare più in là di quanto vogliano nel percorso di rottura con la borghesia”.

 

Il caso cubano

Quello che è accaduto a Cuba, come in altre rivoluzioni agrarie e anticoloniali, è stato proprio questo. Si verificò l’ipotesi altamente improbabile che indicava Trotsky. L’organizzazione politica che diresse la rivoluzione, l’M26 [Movimento 26 Luglio; n.d.t.], era un’organizzazione piccolo-borghese, che al principio era giovanile e studentesca, e che dopo l’inizio della guerriglia, e con un’importante lotta interna che sarebbe durata fino al 1962, avrebbe trasferito il suo centro di potere dalla pianura alla sierra [montagna; n.d.t.].

Nella misura in cui la guerriglia prende il sopravvento sull’apparato urbano dell’M26, la sua struttura si militarizza ancora di più, eliminando la democrazia interna. Anche a causa del grado di confusione, in molti casi intenzionale, il problema del programma politico andò perdendo importanza in relazione all’abilità guerrigliera. Che Guevara, in una critica al partito comunista ancora in tempi di guerriglia, disse che il Psp (1) era capace di creare quadri che resistevano coraggiosamente alla tortura, ma che non creò nessun quadro capace di prendere d’assalto gli arsenali di mitragliatrici; come se il problema dello stalinismo fosse questo.

Inoltre, il soggetto sociale della rivoluzione cubana non fu il proletariato industriale, bensì i contadini poveri e, secondo alcuni studi, il proletariato e il semiproletariato rurale. Più che un proprio progetto ben definito a partire dalla direzione, nel senso dell’espropriazione della borghesia e della rottura con l’imperialismo, fu la situazione, il compito che la rivoluzione esigeva ciò che determinò lo sviluppo rivoluzionario.

Come abbiamo già dimostrato nei due articoli precedenti (2), fu lo sviluppo dei compiti della rivoluzione, la questione agraria e la questione della liberazione nazionale, oltre all’intransigenza degli Stati Uniti e l’esistenza degli Stati operai burocratizzati, che permise alla direzione cubana di porsi in una situazione intermedia, che spiega perché, alla fine, e anche contro la propria volontà, questa direzione finì con l’espropriare la borghesia.

Ciononostante, le controindicazioni che qui abbiamo esposto sortirono i loro effetti. Vogliamo iniziare la discussione su due di questi: il bilancio della guerriglia e la restaurazione del capitalismo a Cuba. Entrambi connessi al tema che stiamo analizzando in questo articolo.

 

L’effetto della vittoria cubana sulla sinistra latinoamericana e mondiale

La vittoria della rivoluzione cubana, con i suoi giovani dirigenti barbuti e trasandati, ebbe un impatto profondo sulla sinistra latinoamericana e mondiale. Ed ebbe un effetto contraddittorio sullo stalinismo.

Sebbene sia vero che i PC [“partiti comunisti” stalinisti; ndt] di linea sovietica, che difendevano la coesistenza pacifica e la via pacifica al socialismo, che già erano entrati in crisi, videro approfondire questa stessa crisi con il sorgere del castrismo (e della sua variante di sinistra, il guevarismo), non si può dire lo stesso in relazione all’insieme dello stalinismo.

Spieghiamoci. I PC, in particolare la loro gioventù, ma non solo essa, persero centinaia e centinaia di militanti e quadri, cessando di influenzare le generazioni seguenti, grazie all’esistenza di questa nuova corrente. Migliaia in tutta l’America Latina aderirono a questo nuovo appello, che si proponeva, secondo le parole di Régis Debray (3), di fare una rivoluzione della rivoluzione. Non era più necessario un partito, né un programma né una linea politica ben definita, né un lavoro nel movimento di massa. Un pugno di persone ben decise, con una qualche formazione militare e poche armi, in un posto spopolato e dimenticato, era sufficiente per cominciare una rivoluzione.

Fu un vero cataclisma nella sinistra. Tutta una generazione si scoprì guerriglierista e si lanciò nell’avventura del fuoco. Molti, tra i più generosi ed eroici, diedero la loro vita per questo progetto.

Inoltre, questa febbre non colpì solo i PC, coinvolse anche le organizzazioni rivoluzionarie.

Due casi valgono la pena di essere ricordati. La Jcr, che sarebbe diventata poi Lcr, sezione del Segretariato unificato (Su) in Francia, si vede letteralmente conquistata da un settore della gioventù che aveva partecipato alle lotte del Maggio ’68 e che, in rottura o in rifiuto al Pcf, fa proprie, come riferimento, le teorie castro-guevariste e porta il Su al suo primo grande adattamento all’avanguardia. Si adatta alla moda guerriglierista dell’ultra-sinistra.

In America Latina, Nahuel Moreno, dopo un inizio erroneo, si rende conto dei problemi e delle lacune della rivoluzione cubana così come delle teorie che sviluppano i suoi dirigenti. Passa a combattere queste posizioni, in particolare la deviazione guerriglierista. La quale, d’altronde, non lascerà immune il suo partito. Verso la fine degli anni ’60 perderà più del 40% dei suoi militanti e quadri a causa di una rottura guerriglierista, il Prt El Combatiente, di Santucho. Dopo di ciò, vedrà ridotto il suo spazio nell’avanguardia e sarà sotto la costante pressione di coloro i quali, appurato che la rivoluzione non arrivava, cercavano una scorciatoia per facilitarsi la vita.

Il grande merito di Nahuel Moreno, in questo caso, fu la sua capacità di resistere alla pressione di un'avanguardia di massa e, nonostante l’isolamento verso la quale questa avanguardia spingeva, elaborare e rispondere alla pressione guerrigliera.

Ci fu, come abbiamo detto precedentemente, un effetto contraddittorio del castro-guevarismo sullo stalinismo. Da un lato questa nuova corrente approfondì la crisi e, in alcuni casi come quello del Pcb brasiliano, finì per distruggere i partiti più legati alla linea sovietica. Pertanto avrebbe potuto determinare un effetto progressivo. Ma non fu così.

Nell’essenziale, il castro-guevarismo mantenne l’essenza dello stalinismo: la teoria secondo la quale era possibile costruire il socialismo in un solo Paese. Ossia, se gli Stati Uniti avessero lasciato in pace Cuba, questa sarebbe giunta al socialismo con i suoi stessi sforzi. Sorta come corrente indipendente dell’apparato stalinista mondiale, e pur senza contare sul suo appoggio, il castrismo si integrerà a questa corrente [lo stalinismo; n.d.t.] e difenderà il suo fianco sinistro in America Latina, sostituendo su larga scala i decadenti PC.

Inoltre Cuba fu, fin dall’inizio, uno Stato burocratizzato, senza democrazia operaia, basato sulla dittatura di un partito unico, con caratteristiche che già abbiamo descritto: una gerarchia militarizzata e senza alcuna democrazia interna.

Dopo aver compiuto un ruolo di ultra-sinistra con la politica guerrigliera di Che Guevara, morto nel 1967 in Bolivia, la rivoluzione cubana andò lentamente integrandosi al ruolo dello stalinismo mondiale.

Nelle rivoluzioni africane, dove manderà uomini, armi e attrezzature, i cubani eviteranno di influenzare queste guerriglie una volta vittoriose, affinché non seguissero lo stesso cammino di Cuba.

Infine, negli anni ’70 e durante gli anni ’80, Castro sarà uno dei promotori degli accordi di pace che porteranno alla sconfitta della guerriglia salvadoregna, e dirà ai sandinisti che non avrebbero dovuto trasformare Nicaragua in una nuova Cuba.

Si chiudeva così, in poco più di vent’anni, il ciclo contraddittorio, ma sempre nello stesso senso, della rivoluzione cubana.

 

La restaurazione capitalista

L’epilogo che mancava a questo processo era la restaurazione capitalista a Cuba. E anche la forma attraverso la quale si è verificata ha delle motivazioni nel carattere di classe della direzione della rivoluzione cubana.

A differenza della restaurazione negli altri Paesi cosiddetti socialisti, a Cuba la stessa direzione che espropriò il capitalismo successivamente lo restaurò. Perché? Sebbene sia vero che con la restaurazione dell’Est europeo la situazione cubana si fece molto difficile, è altrettanto vero che questa difficoltà si deve in larga scala alla scelta della direzione cubana di essere parte dello stalinismo mondiale e, così, di rafforzare la politica di coesistenza pacifica e del socialismo in un solo Paese.

È altrettanto vero che un'altra possibilità, diversa da quella che Cuba adottò, c’era: ovvero, se fosse stato necessario, si sarebbero potute fare concessioni, però mantenendo il controllo dello Stato, tanto del commercio estero quanto della pianificazione economica. Pertanto c’erano altre opzioni. Ma, per adottarle, Cuba avrebbe dovuto avere alla sua testa una direzione rivoluzionaria, disposta a tutti i sacrifici necessari per mantenere uno Stato operaio e, soprattutto, ad una politica che portasse avanti la rivoluzione, che collocasse il compito della rivoluzione mondiale in primo piano.

La direzione castrista fece l’opposto: usò in primo luogo la propria posizione di “amministratrice” dello Stato cubano, uno Stato operaio burocratizzato, per scendere a patti con l’imperialismo, europeo prima e nordamericano poi, per restaurare l’economia capitalista e tornare ad avere legami coloniali con queste potenze, senza dover rinunciare alle sue posizioni [di privilegio; n.d.t.] guadagnate in trent’anni alla testa dello Stato operaio.

Lo stesso processo nell’Unione Sovietica richiese settant’anni, il massacro di tutti i vecchi bolscevichi e una guerra civile, a volte tacita, a volte aperta, contro tutte le avanguardie operaie che sorsero nella stessa Unione Sovietica, ma anche in Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia e Germania dell’Est.

Dopo una lunga parabola realizzata sotto la pressione delle masse rivoluzionarie, la previsione del Che, che Fidel avrebbe svoltato a destra, si confermò.

 

Conclusioni

Come detto all’inizio del primo articolo, la rivoluzione cubana è una dei grandi avvenimenti, se non il maggiore e il più importante della storia dell’America Latina.

Studiarla criticamente è un obbligo per tutti i rivoluzionari sinceri. Apprendere dai suoi errori, pure. C’è, senza dubbio, una lezione centrale che non deve allontanarsi dalla nostra mente né dalle nostre prospettive: la rivoluzione, anche in una minuscola isola, geograficamente vicina al maggiore Paese imperialista del mondo, con una ridottissima classe operaia, perfino così, è possibile.

Cuba ci insegna che, nonostante le condizioni più avverse, è possibile lottare e prendere il potere. Anche sotto l'egemonia di una direzione mondiale controrivoluzionaria, com’era lo stalinismo al momento della rivoluzione cubana, che frenava e tradiva le lotte, perfino così, sotto tali condizioni, la rivoluzione può trionfare. 

L’epoca imperialista, il fatto che persino le rivendicazioni minime e democratiche si scontrano con gli interessi delle borghesie nazionali e dell’imperialismo, pone sempre all’ordine del giorno e rende attuale la possibilità della rivoluzione.

Fu così a Cuba, e continua ad essere così nel mondo. La rivoluzione trionferà!

Le debolezze che la rivoluzione cubana presentò, in particolare l’assenza di una direzione rivoluzionaria e, come conseguenza di questo, la mancanza di una strategia internazionalista conseguente, possono e devono essere evitate. L’assenza di un partito operaio, rivoluzionario e marxista può non essere decisiva affinché la rivoluzione vinca, però la sua presenza è essenziale affinché la rivoluzione avanzi nei suoi compiti più importanti. Specialmente verso la rivoluzione mondiale.

Inoltre, una direzione che è spinta, contro la sua volontà, ad espropriare la borghesia, ossia ad andare più in là di quanto desideri, inevitabilmente finirà col minare questa stessa rivoluzione. Non essendo disposte a portare la rivoluzione fino alle sue ultime conseguenze, ovvero la lotta contro l’imperialismo a livello mondiale, queste direzioni ad un certo punto inizieranno ad agire per minare, frenare, sviare e sconfiggere la rivoluzione in corso.

E' per questa ragione che, mentre Cuba era uno stato operaio burocratizzato, la politica dei trotskisti era quella di lottare per una rivoluzione politica che mantenesse tutte le conquiste sociali della rivoluzione ma che sconfiggesse la direzione burocratica, permettendo così la nascita di una vera democrazia operaia, con l’obiettivo di porre lo Stato al servizio della rivoluzione mondiale e impedire che la direzione burocratica portasse lo Stato operaio alla restaurazione capitalista.

Oggi, restaurato il capitalismo, i compiti a Cuba sono cambiati. E' posta la necessità di una nuova rivoluzione socialista, che espropri la borghesia e l’imperialismo, liberi Cuba dalla sua condizione di semicolonia e ponga lo Stato cubano al servizio della rivoluzione mondiale.

Infine, invece di provare a mistificare, cercare scorciatoie, essere popolari e dire alle masse solo quello che già sanno o vogliono sentire, ai rivoluzionari compete esattamente di dire la verità in faccia, presentare il programma corretto per ogni sfida, saper nuotare contro la corrente delle opinioni quando queste sono sbagliate, costruire una solida organizzazione rivoluzionaria, con un lavoro paziente e attivo che permetta, giunta l’ora, che la rivoluzione incontri una direzione matura e cosciente.

 

Note

1) Psp (Partito socialista popolare) era il nome del Partito comunista cubano prima della rivoluzione.

2) Articoli pubblicati nella sezione Storia del sito della Lit-Qi, con i titoli: “La revolución cubana, una revolución a contragolpes”: http://litci.org/es/mundo/latinoamerica/cuba/la-revolucion-cubana-una-revolucion-a-contragolpes/ e “La revolución cubana: de la lucha contra la dictadura a la expropiación de la burguesía”: http://litci.org/es/mundo/latinoamerica/cuba/la-revolucion-cubana-de-la-lucha-contra-la-dictadura-a-la-expropiacion-de-la-burguesia/

3) Teorico francese acquisì notorietà negli anni ’60 per aver scritto Rivoluzione nella Rivoluzione?, in cui portava fino alle estreme conseguenze le posizioni fochiste di Che Guevara. Negli anni ’80 fu consulente del governo Mitterand.

 

* Dal sito della Lit-Quarta Internazionale: www.litci.org

(traduzione dallo spagnolo di Nico Buendia)

 
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