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Cosa succede in Rojava PDF Stampa E-mail
giovedì 26 ottobre 2017
Cosa succede in Rojava
 
 
 
 
di Alejandro Iturbe *
 
rojava

La direzione politico-militare del processo in Rojava è, senza dubbio, il Pyd (Partito dell’unione democratica). Questo partito è l’estensione in Siria del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistán) al quale dedichiamo una parte dell’articolo “Sulla lotta del popolo curdo”(1).
Esistono altre forze politiche tra i curdi siriani, come lo Yekiti (Partito dell’unione curda) e il Consiglio nazionale curdo (Cnk). Il Cnk è una coalizione di organizzazioni creata e appoggiata dal presidente del Basur (Kurdistan iracheno) che funziona dall’estero, ha peso sovrastrutturale internazionale ma scarso radicamento reale in Rojava. Queste forze si contrappongono al Pyd, ma l’egemonia di quest’ultimo è molto forte.
La forza ed il prestigio del Pyd si spiegano per due ragioni centrali. La prima è una struttura militante ben impiantata. La seconda è il fatto che questo partito e il suo braccio militare (le Ypg, Unità di protezione popolare) sono stati quelli che hanno creato e consolidato il controllo curdo sul Rojava, e poi l’hanno difeso vittoriosamente di fronte all’attacco dell’Esercito islamico (Isis). Allo stesso tempo, si scontrano politicamente con la negazione di gran parte dell’opposizione siriana a riconoscere ai curdi questo diritto. Ha anche un altro punto a suo favore: la posizione molto progressiva sul ruolo attivo delle donne nel processo ed il fatto che agisce politicamente su base non settaria, religiosa o confessionale.
Possiamo definire il Pyd come un partito piccolo-borghese con un’ideologia nazionalista curda, un programma e una prassi politica borghese. Nell’articolo precedente di questa serie, abbiamo voluto dimostrare con dati e informazioni che il Rojava non è un nuovo Stato socialista o in transizione al socialismo, bensì uno Stato borghese atipico (2).
 
Una “democrazia dalla base”?
Ora vogliamo soffermarci un po’ sulla supposta costruzione della “democrazia dalla base” in Rojava a partire da una struttura piramidale di comitati popolari che vanno definendo le politiche “dal basso verso l’alto”. Questa descrizione cozza con la realtà. In primo luogo, la forza dominante in Rojava, il Pyd-Pkk, conserva (dalla sua epoca stalinista-maoista) una struttura di intervento altamente centralizzata “dall’alto verso il basso” e, nei fatti, ha traslato questo meccanismo al nuovo Stato.
Per questo, proprio come segnala Joseph Daher in un’intervista molto interessante: “Il Pyd mantiene l’autorità suprema delle decisioni, riducendo i consigli ad un ruolo fondamentalmente simbolico per tutto ciò che esula dalla distribuzione del combustibile e degli aiuti umanitari. L’istituzione municipale, uno degli elementi chiave del sistema del nuovo Rojava (il cui ruolo è distribuire gli aiuti umanitari agli abitanti dei distretti), è stato accusato di servire per rafforzare il controllo delle organizzazioni legate al Pyd.” (3)
Allo stesso tempo, il Pyd reprime in maniera sistematica i partiti che gli si contrappongono (come lo Yekiti ed il Cnk) e gli oppositori non allineati al partito. Esistono più di 100 prigionieri politici, sono stati espulsi dal Rojava dei dirigenti delle opposizioni e sono stati chiusi mezzi di stampa, come la radio indipendente Arta nel 2014 e 2016, ecc. (4)
Il Pyd e i suoi difensori potranno argomentare che si tratta della necessaria repressione che un processo in marcia verso il socialismo deve realizzare nei confronti delle espressioni politiche della controrivoluzione borghese. Abbiamo però già mostrato come il Rojava non sia uno Stato socialista, bensì uno Stato borghese atipico. Sarebbe, in realtà, una disputa tra frazioni della borghesia (o di chi ne difende gli interessi). In ultima istanza, la grande disputa nell’universo curdo è tra il Pkk di Öcalan e il Pdk di Barzani. Questa repressione sistematica smentisce con i fatti la “democrazia dal basso” che il Pyd afferma di stare costruendo in Rojava.
 
L’accordo con il regime di Assad
Chiarito il dibattito che si riferisce al supposto socialismo e alla democrazia dal basso in Rojava, la principale critica che rivolgiamo al Pyd-Pkk (ugualmente che alle altre direzioni curde) è che hanno abbandonato la lotta per un Kurdistán unito e indipendente, unico modo attraverso il quale questo popolo possa esercitare la sua autodeterminazione.
Nel caso del Pyd/Pkk inoltre non si parla nemmeno dell’indipendenza della regione che controlla (come invece fa Barzani in Irak) ma ci si limita a lottare appena per il riconoscimento ed il consolidamento di queste regioni come “autonome” all’interno degli Stati attuali. Il Pyd non propone nemmeno l’unificazione immediata di Rojava e Basur in una federazione indipendente.
Proprio come segnaliamo nell’articolo “Sulla lotta del popolo curdo” riguardo quest’obiettivo immediato:  “Questa posizione esprime, da un lato, un adattamento ad una realtà che già è accettata dall’imperialismo: l’autonomia esistente in Iraq e quella più recente realizzata in Rojava”. Allo stesso tempo, è un tentativo di negoziazione con la borghesia turca. 
Questo adattamento ha conseguenze politiche molto profonde nelle alleanze tattiche strette dal Pyd/Pkk per conseguirlo. In primo luogo, quando ottenne il controllo del Rojava nel 2012, fece un patto di non aggressione con il regime di Assad. Un patto molto utile al dittatore perché gli ha permesso di concentrare la sua azione militare nella lotta contro le forze dell’opposizione siriana. Un accordo che regge (nonostante ci siano alcuni scontri militari episodici tra il regime e le Ypg). Di conseguenza, il Pyd ha appoggiato l’intervento russo nel Paese per sostenere Assad.
Questo accordo mantiene “canali di comunicazione stabili”, come segnala Joseph Daher nell’articolo citato. In esso si forniscono anche informazioni relative ad altri episodi: “Ad esempio, Shaykh Humaydi Daham al-Jarba, capo di una milizia tribale araba, e noto simpatizzante di Assad nella regione, fu nominato, nel 2014, governatore del cantone di Jazirah, in Rojava”; si parla anche di “coabitazione con forze del regime nelle città di Qamichli de Hassaka (nonostante ci siano scontri violenti occasionali)”.  
Il Pyd argomenta che questo accordo gli ha permesso di consolidare l’autonomia del Rojava. Questo ragionamento rivela un’incomprensione del processo che ha permesso questa autonomia e, al tempo stesso, una profonda cecità strategica (anche in relazione all’obiettivo limitato che si è posto).
L’autonomia che hanno realizzato i curdi nel Rojava può essere compresa soltanto nel contesto del sollevamento contro il regime di Assad ed è, in gran parte, un prodotto dell’indebolimento che questa lotta ha provocato al regime. Per questo, oltre alla lotta dei curdi stessi, il destino del Rojava è molto legato alla sorte della rivoluzione contro Assad. Se questa rivoluzione sconfigge il regime, le possibilità di mantenere il Rojava saranno molto maggiori. Al contrario, se Assad la sconfigge ed il regime si consolida definitivamente, rivolgerà le sue armi (più prima che dopo) contro il Rojava per tentare di distruggere l’autonomia da questo ottenuta. Come vedremo in questo stesso articolo, questa politica totalmente sbagliata si esprime anche nell'atteggiamento verso l’opposizione siriana.
 
L’accordo con l’imperialismo
Un’altra alleanza tattica pericolosa del Pyd/Pkk è quella con l’imperialismo yankee. Una collaborazione che iniziò a forgiarsi nella lotta contro l’Isis in difesa di Kobane e che ora si è rafforzata nell’accerchiamento di Raqqa. La principale forza di questo attacco sono state le Fds (Forze democratiche siriane – basate sulle Ypg, con partecipazione minoritaria di combattenti di altre popolazioni della Siria) che ricevono ingenti rifornimenti di armi e appoggio aereo dagli yankee.
Nonostante sembri contraddittorio, questa alleanza tattica tra l’imperialismo yankee e le forze curde si è rafforzata con il governo di Donald Trump. Impossibilitato ad effettuare interventi militari permanenti, Trump si appoggia sempre di più sulle forze curde in Iraq e Siria. Nel primo Paese, il supporto del Pdk del Basur gli serve nella disputa che ha riaperto con il regime iraniano degli ayatollah per l’influenza in Iraq (Obama, al contrario, aveva iniziato un dialogo con questo regime). In Siria, Trump si è visto costretto a tenere una certa distanza dal regime di Assad e dai suoi accordi con Putin, e ha optato per appoggiarsi di più sulle forze militari del Pyd.
Vogliamo fare una chiarificazione per evitare false polemiche. Per noi, è un fatto tattico e non di principio che un movimento che lotta in un campo militare progressivo riceva armi dall’imperialismo. È una tattica valida se serve a questa lotta. Così successe, ad esempio, con le forze che combattevano l’invasione giapponese in Cina nella Seconda Guerra Mondiale o con l’esigenza che gli imperialismi “democratici” (Usa, Inghilterra e Francia) inviassero armi ai repubblicani spagnoli nella loro guerra contro i fascisti.
Il problema inizia quando si smette di dire alle masse che si tratta solo di un incrocio di strade, di un breve episodio durante il quale [il nostro campo militare, n.d.t.] coincide temporaneamente con quello del nostro nemico principale, ma che dovremo combatterlo, con assoluta certezza, in futuro. Peggio ancora, quando si fa appello ad aver fiducia in questo nemico.
Questo è il cammino che stanno percorrendo il Pkk e le organizzazioni che questi influenza. Basta vedere, ad esempio, le dichiarazioni di un quadro militare del Pjak dell’Irán (Partito per un Kurdistán libero, organizzazione iraniana del Pkk), il quale esprime fiducia nelle azioni del governo Trump e dice che le cose vanno meglio che con Obama (5).
Abbiamo detto che, in ultima istanza, la grande disputa politica nelle differenti regioni nelle quali è stato diviso il Kurdistán è tra il Pkk diretto da Öcalan e il Pdk di Barzani.
Queste organizzazioni hanno profonde differenze ideologiche e politiche, così come di interessi concreti. Una di queste differenze centrali si riferisce a come affrontare la questione dei curdi della Turchia. Barzani è alleato di Erdogan, mentre il Pkk lo combatte (nonostante cerchi negoziazioni con lui). Però per quanto riguarda cercare l’appoggio dell’imperialismo statunitense si stanno avvicinando sempre di più.
Riferendoci al Pyd/Pkk, si tratta di cecità strategica. L’imperialismo può usare diversi pedoni nelle tattiche regionali con le quali difende i suoi interessi. Ma saranno sempre e solo questi (i pedoni) ad essere sacrificati quando non serviranno più. O cercherà di distruggerli, come successe con i talebani in Afghanistan. Gli stessi curdi hanno un’amara esperienza riguardo una possibile fiducia nell’imperialismo, con il Trattato di Losanna (firmato nel 1923) che negò loro il diritto ad uno Stato proprio e li condannò a vivere, oppressi, in quattro Paesi differenti.
 
La politica verso l’opposizione siriana
Una delle critiche più importanti che abbiamo mosso al Pyd/Pkk riguarda la sua politica verso l’opposizione siriana, in particolare verso i battaglioni di combattenti ribelli. Come abbiamo segnalato, il Pyd mantiene la politica di non scontrarsi militarmente con il regime (nonostante abbia avuto qualche scontro isolato) e, come parte di ciò, non hanno mai appoggiato la lotta dei ribelli.
Questa situazione si è evidenziata con molta chiarezza nella recente offensiva delle Ypg/Fds che hanno provato a prendere il controllo del territorio siriano che separa Jezira e Afrin, così da stabilire una continuità territoriale tra i cantoni del Rojava. Questo tentativo è stato realizzato nel mezzo della battaglia per il controllo della città di Aleppo tra il regime e l’opposizione siriana e, infine, è fallito per l’intervento dell’esercito turco e le forze siriane affini.
Quello che vogliamo mettere in evidenza è che [questo tentativo] si è realizzato senza la minima cooperazione con le forze arabo siriane e, in vari casi, in opposizione e scontro militare con esse. In questo contesto, l’articolo di Joseph Daher segnala che “esistono anche accuse contro il Pyd di violazioni dei diritti umani che riguardano le popolazioni arabe” .
Qui si dimostra nuovamente la cecità strategica del Pyd che scommette sul patto di non aggressione con il regime di Assad e sull’appoggio dell’imperialismo per raggiungere i propri obiettivi, invece di dare vita ad una collaborazione nella lotta con le forze più progressive dell’opposizione siriana. Già abbiamo detto che non si tratta solamente di questioni tattiche ma di una necessità oggettiva della lotta dei curdi per la propria liberazione. Necessità che aumenta se la proposta del Pyd è una autonomia curda nel contesto di una federazione siriana. Come pretendono di conseguirla se non riescono a convincere e guadagnare il popolo siriano arabo a questa proposta?
Riteniamo che questo orientamento del Pyd/Pkk sia completamente negativo. Ma sarebbe ingiusto attribuirgli tutta la colpa di questa situazione. Anche la maggioranza delle correnti dell’opposizione siriana ha una grande responsabilità.
In primo luogo, perché non ha mai riconosciuto che i curdi sono una nazionalità oppressa dalla maggioranza araba in Siria e che, come diceva Marx, nessun popolo può liberarsi se, allo stesso tempo, ne opprime un altro. E trasferiscono questa visione ai settori che influenzano: “Secondo uno studio realizzato tra il novembre del 2015 e il gennaio del 2016 per l’associazione siriana indipendente ‘Après demain’ (dopodomani), l’86,7% delle persone intervistate nei territori controllati dall’opposizione rifiuta il federalismo (ovvero l’autonomia curda, n.d.r.)”.
In questo contesto generale negativo, l’opposizione siriana fornisce uno spettro delle posizioni sul tema curdo. Esistono organizzazioni che hanno una posizione apertamente anti-curda, come quelle legate al governo turco di Erdogan e altre. Un settore importante “ignora” direttamente la questione dei curdi.
Alcuni intellettuali marxisti, come Salameh Kaileh, propongono un programma democratico limitato: sconfiggere Assad, costruire una repubblica democratica e concedere loro [ai curdi, n.d.t.] i pieni diritti di cittadini siriani, così come quello di esprimere e sviluppare la propria cultura, insegnare il proprio idioma nelle scuole, ecc. Però non difendono il diritto dei curdi all’autodeterminazione e nemmeno ad avere una propria regione autonoma, nel contesto di una federazione democratica siriana (6).
La posizione più avanzata all’interno dell’opposizione siriana è quella espressa da Joseph Daher. Nell’articolo citato, egli riconosce i curdi come una nazionalità oppressa in Siria, critica la maggioranza dell’opposizione ad Assad per le sue posizione su questo punto (dice che, in molti casi “riflettono” quelle che aveva il regime di Assad) e fa appello alla collaborazione tra l’Esl e le forze curde per lottare contro Assad (7).
Esistono varie dimostrazioni del fatto che questa collaborazione sia possibile. Nel primo anno della rivoluzione, gruppi auto-organizzati di giovani arabi e curdi (così come i comitati locali che si formarono) coordinavano la loro lotta contro Assad. Questa collaborazione si indebolì a partire dal marzo del 2012. Si verificò, da un lato, che i principali partiti arabi siriani dell’opposizione respinsero le rivendicazioni curde. Dall’altro, i partiti curdi tradizionali (come il Pyd e quelli raggruppati nel Cnk) cominciarono a dividere e indebolire i movimenti della gioventù curda e a separare le manifestazioni curde dalle altre. Divisero anche le stesse manifestazioni curde per interessi di fazione.
Questa collaborazione nella lotta tra i curdi e gli arabi siriani contro il regime di Assad non solo è possibile ma è imprescindibile affinché entrambi i settori trionfino. Nel caso dei curdi siriani, è l’unico vero cammino per conquistare la loro autodeterminazione e anche per difendere l’autonomia regionale che hanno conquistato.
Nel caso dell’opposizione siriana, è assolutamente necessaria per superare il momento molto difficile che vive la rivoluzione. Le politiche che vanno contro questa unità (provengano da settori di opposizione siriana o dei partiti curdi) costituiscono un crimine doppio: da un lato contro il processo rivoluzionario siriano nel suo insieme e, dall’altro, contro il destino dei curdi siriani. Per questo devono essere combattute.
 
Note
1) http://litci.org/es/teoria/sobre-la-lucha-del-pueblo-kurdo/
2) http://litci.org/es/mundo/medio-oriente/siria/rojava-kurdistan-sirio-un-estado-burgues-atipico-parte-1/
3) https://syriafreedomforever.wordpress.com/2016/11/28/le-mouvement-national-kurde-en-syrie-objectifs-politiques-controverses-et-dynamiques/
4) Queste informazioni sono state corroborate da diverse fonti attendibili. La prima è l’articolo già citato di Joseph Daher, la seconda è l’articolo di Andrea Glioti, un giornalista italiano residente a Londra, simpatizzante del processo in Rojava, che ha viaggiato nella regione e vi è rimasto per diversi mesi; consultare:
http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2016/08/rojava-libertarian-myth-scrutiny-160804083743648.html). La terza è il libro «Burning country: Syrians in Revolution and War» di Robin Yassin-Kassab e Leila al-Shami.
5) http://www.middleeasteye.net/news/peshmerga-and-iran-ready-fight-517501721
6) Per maggiori informazione sulle sue analisi e posizioni, vedere il già citato articolo “Sulla lotta del popolo curdo”.
7) Joseph Daher è membro della Corrente di sinistra dell’Opposizione siriana. Lo sviluppo del processo siriano lo ha costretto ad andare in esilio in Europa.
 
* Dal sito della Lit-Quarta Internazionale: www.litci.org
(traduzione dallo spagnolo di Nico Buendia)
 
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