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Francia La lotta contro la Loi Travial 2.0. PDF Stampa E-mail
giovedì 05 ottobre 2017

Francia

La lotta contro la Loi Travail 2.0.

Il proletariato francese indica la strada

 

 

di Alberto Madoglio

“Macron sei fottuto! I fannulloni sono in piazza” Con questo slogan centinaia di migliaia di lavoratori hanno manifestato lo scorso 12 settembre contro l’approvazione della cosiddetta Loi Travail 2.0.
Marcon aveva etichettato come fannulloni quei lavoratori e attivisti sindacali che avevano fin da subito manifestato la loro opposizione a una modifica che peggiora ulteriormente la prima versione della riforma del lavoro varata dal governo Hollande (del quale Macron è stato a lungo ministro) nel 2016.
Passata alla cronache nazionali come la versione francese del Jobs Act di renziana memoria, questa riforma del mondo del lavoro sferra un attacco senza precedenti ai diritti dei lavoratori, cancellando le conquiste ottenute in un secolo di mobilitazioni operaie, che hanno avuto i livelli di massima radicalità tra il 1934/1936 e poi nel maggio 1968.

 

Cosa prevede il jobs act in salsa francese?

Abolizione del contratto nazionale a vantaggio della contrattazione aziendale per le imprese con meno di 50 dipendenti. Possibilità di derogare al ribasso a quanto previsto nazionalmente. Possibilità di ricorrere senza limiti all’assunzione di lavoratori con contratti precari. Aumento della contribuzione a carico dei lavoratori, mentre allo stesso tempo si smantella lo stato sociale. Cancellazioni delle maggiorazioni salariali e del riposo extra per chi svolge lavoro notturno (prima si riteneva tale un lavoro che iniziava alle 21, ora si passa alle 24). Riduzione di centinaia di migliaia di posti nel pubblico impiego.
Il tutto facendo ricorso a una serie di “ordinanze”, cioè la possibilità da parte del Presidente di ottenere dall’Assemblea nazionale (il parlamento transalpino) una sorta di assegno in bianco, della durata di un anno, per poter distruggere le garanzie a favore dei lavoratori senza controllo e discussione preventiva.
In sostanza, lo stato d’eccezione in materia di ordine pubblico stabilito dal governo Hollande all’indomani degli attentati al Bataclan del novembre 2015 viene esteso anche in campo legislativo. A dimostrazione del fatto che il governo dell’imperialismo francese utilizza strumentalmente le azioni dei terroristi per colpire il mondo del lavoro, con l’obiettivo di spezzarne la resistenza.
Tuttavia, al momento questo auspicio da parte di Macron fatica a concretizzarsi. La classe operaia francese, anche sulla scorta delle sue tradizioni rivoluzionarie (non ci riferiamo solo alle lotte radicali che ricordavamo all’inizio, ma anche a quelle del 1830, 1848 e soprattutto 1871, quando con la Comune di Parigi diede vita al primo governo operaio della storia), non è intenzionata a piegarsi così facilmente.
Per mesi, nel 2016, ci sono state imponenti mobilitazioni operaie contro la prima versione della Loi Travail. Questo autunno già due scioperi generali hanno bloccato il Paese (oltre a quello del 12 settembre, c’è stato quello del 21).
Tuttavia, bisogna chiedersi come mai, nonostante queste imponenti forme di lotta, sia Hollande che Macron non abbiano dato segno di cedimento.

 

La crisi economica impone misure draconiane contro i lavoratori

Sappiamo benissimo che in Francia, così come è stato in Grecia, Portogallo, Spagna, Brasile, quella che si gioca è, per certi versi, la partita della vita.
La borghesia sta faticosamente tentando di uscire da una crisi ormai ultra decennale. Ci sta in parte riuscendo non per mezzo di nuovi investimenti, aumenti della produttività del lavoro, con l’efficientamento del processo produttivo. Lo sta facendo comprimendo a più non posso il salario (diretto e indiretto) dei lavoratori, aumentando quello che Marx chiamava il plusvalore assoluto.
Gli aumenti del Pil e della produzione industriale della quale, negli ultimi mesi, stanno beneficiando un po' tutte le potenze industriali del pianeta, non consentono una redistribuzione di questa ricchezza, appunto perché si fondano sullo sfruttamento più brutale. È ormai ampiamente riconosciuto che tutto ciò non sia congiunturale ma il modo normale che il capitalismo ha per mantenere i propri guadagni per gli anni a venire.
Quindi nessun passo indietro, da parte dei padroni, è possibile. Se ciò è ben chiaro alle classi dominanti francesi (così come a quelle mondiali), altrettanto non pare essere per i gruppi dirigenti del movimento operaio (siano essi sindacali o politici).

 

Agli operai non manca la volontà di lottare ma una direzione adeguata

La Cgt, equivalente della Cgil in Italia, segue una linea di opposizione alle decisioni governative assolutamente inefficace. Anziché radicalizzare  la lotta, prepararla, estenderla di modo da costruire le condizioni per un vero sciopero generale prolungato, segue la linea della Camusso e di Landini. Scioperi rituali, con manifestazioni che, seppur molto partecipate, sono fine a se stesse, aventi come obiettivo quello di aprire un confronto col governo, nella speranza, illusoria per i motivi detti sopra, di poter ottenere la convocazione di un tavolo negoziale. Solo il sindacato Solidaires (che fa parte della Rete Sindacale Internazionale) propone un percorso che superi la routine di mobilitazioni fine a se stesse, come si evince dall’appello lanciato per una nuova giornata di lotta prevista per il 6 ottobre.
Stesso discorso per l’opposizione politica alla presidenza Macron e al suo movimento La Republique en Marche. Non sarà certo il programma neo riformista (con accenni molto gravi alla difesa della eccezionalità francese, versione presunta di sinistra del sovranismo) di Melenchon che potrà rappresentare un’alternativa reale alle politiche di austerità che si stanno imponendo ai lavoratori d’oltralpe.
Inoltre il leader del movimento di sinistra France Insoumise non sta certo compiendo delle azioni volte a unificare la lotta sindacale e politica. La scelta di indire una manifestazione appena due giorni dopo lo sciopero del 21 settembre non è stata una scelta felice. Ovvio che l’auspicio è quello che a breve si apra una fase di mobilitazione permanente in cui le manifestazioni si convochino giornalmente. Purtroppo non è ancora questo il caso, e scelte del genere rischiano solo di creare confusione e dividere il fronte di lotta.
Nemmeno alla sinistra del partito di Melenchon si intravede chi possa rappresentare un’alternativa allo stato di cose attuale. L’Npa, nato nel 2009 sulle ceneri della maggior organizzazione trotskista in Francia, la Lcr, non fornisce alcuna proposta concreta per contrapporre all’attacco di Macron un'adeguata risposta di classe. Vaghi appelli alla mobilitazione, alla resistenza, alla necessità di usare parole d’ordine di “transizione”. Ma transizione verso cosa?. Chiaro che una forza che ha abbandonato la prospettiva di un altro Stato, di un’altra società, non possa che essere condannata alla irrisolutezza, specialmente in una situazione in cui non sono possibili vie di mezzo. Stesso discorso vale per  la sezione francese del raggruppamento internazionale di cui fa parte per l’Italia Sinistra Classe e Rivoluzione (ex Falcemartello). In un articolo apparso sul web in data 28 settembre dal titolo “La lutte contre Macron e la fiction de l’independance syndicale” giustamente segnala la necessità di unire lotta politica e lotta sindacale, salvo proporre come parola d’ordine per la situazione francese quella di un “gouvernement populaire”, riprendendo una formula di Melenchon. Possiamo presumere che si tratti dell’ennesima versione di un "governo di sinistra" che dovrebbe... rappresentare gli interessi dei lavoratori. Questo gruppo, a cento anni dalla rivoluzione d’Ottobre, si dimentica di precisare che l’unico governo che possa assolvere a questo compito deve inevitabilmente sorgere da una lotta rivoluzionaria che abbia spezzato l’apparato statale borghese. "Governi popolari", "delle sinistre", e altre formule simili, sono in realtà niente altro che riproposizione  di vecchie esperienze tutte inequivocabilmente fallite. Attualmente l’esempio più lampante di questo fallimento lo abbiamo in Venezuela, dove il "socialismo del XXI secolo" ha dichiarato bancarotta.

 

La sola via

Che i lavoratori e le forze che li organizzano ne siano consapevoli o meno è la questione del potere, cioè della rivoluzione socialista, il vero centro della lotta in corso. Nessuna vittoria parziale, nessuna riforma è oggi possibile senza porsi la prospettiva della creazione di un governo dei lavoratori per i lavoratori. Senza espropriare la borghesia, senza sostituire alla democrazia borghese la democrazia operaia, chiunque siederà all’Assemblea nazionale o all’Eliseo non potrà far altro che difendere gli interessi delle classi dominanti.

 

 
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