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Cento anni dall'Ottobre PDF Stampa E-mail
giovedì 05 ottobre 2017
Cento anni dall'Ottobre
La Due giorni del Pdac
fra riflessione storica e attualizzazione nelle lotte
 
 
due_giorni_rimini1
 
a questo link una galleria di foto
 

 
 
di Mario Avossa e Laura Sguazzabia
 
 
Sabato 9 e domenica 10 settembre si è svolta a Rimini l'assemblea nazionale pubblica di Alternativa comunista: la sala è stata riempita fino al limite di capienza da un centinaio di compagni e compagne provenienti da tutta Italia, con una percentuale molto alta di donne e giovani. Argomento dell’assemblea è stato l'Ottobre 1917, nei suoi cento anni.
 
La giornata teorica: l’attualità della Rivoluzione d’Ottobre
Ad aprire l'assemblea è stata la relazione introduttiva di Matteo Bavassano, che ha spiegato la necessità di una tale iniziativa: la rivoluzione dell'Ottobre 1917 è solitamente presentata in modo riduttivo, semplicemente come un capitolo di storia, invece il suo significato è quello di  evento legato alla storia del movimento operaio e alla realizzazione dell’emancipazione dei lavoratori dall’oppressione capitalista. Bavassano ha così chiarito il senso della Due giorni: non un’operazione nostalgica, ma l’analisi dell’Ottobre 1917 sia dal lato teorico sia dal lato pratico per capirne gli insegnamenti in funzione delle lotte odierne e di un loro sviluppo in senso rivoluzionario.
Teoria e formazione non sono infatti per i rivoluzionari una semplice velleità intellettuale, ma uno strumento importante per orientare la prassi concreta, le attività da mettere ogni giorno in campo a difesa della classe lavoratrice e contro gli attacchi del capitale, l'intervento svolto all'interno delle mobilitazioni, davanti alle scuole e alle fabbriche, nelle strade e nelle piazze del Paese. Per il marxismo teoria e prassi sono inscindibili e la teoria, in particolare, serve a comprendere quel mondo che giustamente vogliamo trasformare, quel sistema che giustamente vogliamo abbattere.
A seguire ci sono state le relazioni di Diego Giachetti (Sinistra anticapitalista), Laura Sguazzabia (Commissione lavoro donne Pdac), Angelo Cardone (Circolo Guevara), Giacomo Turci (Frazione internazionalista rivoluzionaria) e Francesco Ricci (Pdac e Lit-Quarta Internazionale) che hanno affrontato il tema dell’attualità dell’Ottobre ‘17. Da angolazioni diverse e con differenti approcci i cinque relatori hanno offerto alla platea un ampio spettro di analisi storiche e politiche, a partire dalla demistificazione delle falsificazioni sull’Ottobre ad opera del capitalismo che le utilizza perché impaurito dalla potenza di questo evento e dalla prospettiva, soprattutto in questo anniversario, che si possa ripresentare uno scenario simile.
Occorre, insomma, per dirla con le parole di uno dei relatori, una lotta di memoria che non sia solo storica e dunque fine a se stessa, ma politica e perciò calata nell’attualità della lotta di classe. L’Ottobre 1917 non fu un colpo di stato, un golpe ad opera dei bolscevichi, ma la lotta di una classe contro un’altra per il rovesciamento di un sistema economico  basato sull’oppressione e sullo sfruttamento: l’esempio offerto dall’Ottobre 1917 rappresenta la risposta più tranchant a quanti teorizzano che sia possibile cambiare il mondo senza prendere il potere. Non fu nemmeno una lotta cruenta, come il capitalismo tenta di farci credere per spaventare le masse con la presunta violenza dei bolscevichi: negli scontri si contarono infatti poche decine di morti (contro le centinaia del Febbraio sia dall’una che dall’altra parte) poiché l’esercito era ormai schierato dalla parte dei rivoluzionari e dunque non opponeva più alcuna resistenza; in ogni caso, nulla di paragonabile ai 6000 morti giornalieri della prima guerra mondiale, la guerra imperialista che mandò al fronte a morire quasi un'intera generazione.
Altri argomenti importanti di analisi nelle relazioni sono stati il ruolo e l’importanza del partito bolscevico nella rivoluzione russa e la necessità oggi di un partito che sappia dare una direzione alla classe perché le lotte da sole non bastano: il fatto che esistano le lotte e che si riproducano non è elemento sufficiente per definirle rivoluzionarie, è il partito che conferisce loro il carattere politico assumendone la direzione.
I bolscevichi non erano un manipolo di cospiratori, come vengono normalmente dipinti dalla borghesia e dai riformisti, ma un partito fortemente strutturato con aderenza di massa, benché il numero di militanti abbia oscillato negli anni per le repressioni, la clandestinità, gli esili che rendevano l’attività politica particolarmente difficile; tuttavia, anche quando aveva pochi iscritti vantava un radicamento di massa. Il partito bolscevico raggruppava settori e avanguardie di lotta, ha saputo far crescere un movimento di massa e di classe con una precisa opzione politica, senza mai sostituirsi alla propria classe di riferimento. Era fortemente connotato per l’indipendenza di classe (anche quando si presentò alle elezioni lo fece da solo e in modo del tutto strumentale per avere una cassa di risonanza maggiore per la propria propaganda), per l’internazionalismo (così come internazionale è la lotta di classe, è necessario un partito mondiale strutturato, da non confondere né con la solidarietà internazionale né con la costruzione in due tempi, prima locale e poi internazionale) e per il programma chiaro su basi marxiste e dunque scientifiche: nessuna improvvisazione perciò nell’azione politica, ma una costante capacità di interpretare gli avvenimenti e di lanciare parole d'ordine adeguate. 
Il racconto di episodi storici e di scorci di vita prima e dopo la rivoluzione, il riferimento preciso e puntuale a momenti cruciali nella vita politica di ieri e di oggi hanno costellato le relazioni rivelandosi particolarmente utili nell’esemplificazione delle analisi in corso e aggiungendo spunti di riflessione e di curiosità per gli interventi effettuati nel successivo dibattito da parte di numerosi compagni e compagne presenti.
Anche in questa sessione dell’assemblea è emersa la necessità di un partito d’avanguardia, in grado di formare militanti e quadri che si attivino quotidianamente nei luoghi di lavoro, di studio, di aggregazione per portare con coerenza le proprie parole d’ordine sulla base di un programma rivoluzionario, per dire al proletariato che è in grado di prendere il potere e che può cambiare il mondo come accadde con la Rivoluzione russa, per educare la sua coscienza di classe che oggi non è dissimile rispetto a quella dei proletari del 1917: tuttavia, la coscienza operaia non è ingessata, è fluida e può rapidamente cambiare innescando all’improvviso il conflitto sociale, ed è in quel momento che il partito rivoluzionario deve farsi trovare pronto e assumere la guida politica del proletariato in rivolta. Il partito è il fattore cosciente di un processo rivoluzionario, ora tanto più importante in quanto il tappo tombale dello stalinismo è saltato e il capitalismo è nella crisi più grave della sua storia. A questo proposito, è stata più volte ribadita la necessità di fare propaganda soprattutto contro le falsificazioni e le mistificazioni della borghesia e dello stalinismo perché un partito rivoluzionario combatte per tutta la sua storia per sradicare la falsa coscienza delle classi subalterne.    
Dopo le repliche dei relatori e la cena, la serata è proseguita con una emozionante pièce teatrale ideata, scritta e interpretata dalle compagne e dai compagni di Vicenza, che utilizzando testi storici hanno ripercorso la lotta per l’emancipazione femminile dal Medioevo fino alla Rivoluzione russa, evidenziando le conquiste civili e politiche delle donne nella Russia bolscevica ed emozionando il numeroso pubblico con la narrazione di fatti ai più poco noti. La sera del sabato è proseguita con l’abituale festa, caratterizzata in questa occasione anche dal richiamo a una ricorrenza particolare: i dieci anni di vita del Partito di alternativa comunista. 
 
Le lotte oggi e il ruolo della classe operaia
La domenica mattina si è svolta la tavola rotonda sulle lotte, un importante momento che ha visto partecipare esponenti di lotta e attivisti sindacali, rappresentanti delle principali lotte in corso oggi in Italia, con il contributo di Angel Luis Parras “Caps” dei Co.bas di Spagna. A introdurre e moderare la discussione, annodando con efficacia i fili dei diversi interventi, è stata la compagna Conny Fasciana, membro del Comitato Centrale del Pdac. Gli interventi di Daniele Cofani (operaio Alitalia, Cub Trasporti), Mauro Mongelli (lavoratore Tim, dei Cobas), Maria Teresa Balenzano (del Comitato lavoratori Transcom Bari in lotta), Maurizio Barsella (Cub Trasporti), Diego Bossi (operaio Pirelli del Fronte di Lotta No Austerity) e Fabiana Stefanoni (responsabile sindacale del Pdac), pur avendo illustrato situazioni di lotta differenti, hanno rivelato analogie e sinergie possibili: da un lato, i tratti comuni del saccheggio da parte della proprietà nelle aziende, la lotta condotta dai lavoratori per la salvaguardia del posto di lavoro, le intimidazioni e la repressione subìta, gli attacchi al diritto di sciopero e di rappresentanza sindacale; dall’altro, la necessità di unione delle lotte non solo a livello nazionale ma europeo ed internazionale, di superamento delle logiche settarie soprattutto nel sindacalismo di base, di maggiore relazione con e tra i lavoratori, di controinformazione rispetto alla stampa borghese che inquina, criminalizzando le azioni di lotta dei lavoratori, la percezione dell’opinione pubblica.
In questo vivace quadro di confronto si sono aggiunti i contributi di Angel Luis Parras, portavoce dei Co.bas di Spagna, e di  Luciano Lopopolo, della segreteria nazionale Arcigay. Il compagno Parras ha spiegato alla platea italiana la situazione dei lavoratori spagnoli: dopo aver festeggiato la vittoria di un governo “socialista” hanno visto consegnare la Spagna all'UE con lo smantellamento delle più grandi industrie nazionali; nel 2000, con la bolla speculativa immobiliare e l'aumento del debito pubblico, sono stati oggetto di un brutale attacco all’occupazione e ai salari; oggi il governo, pur dicendo loro che la crisi è finita e che comincia la ripresa, propone la solita soluzione, cioè tagliare lavoro, salari e diritti per favorire la “ripresa” (ai padroni). Luciano Lopopolo invece ha ampliato il discorso affermando che le lotte contro l'oppressione non si fermano al sociale ma si estendono al privato, che ne è la conseguenza; dopo aver parlato della difficoltà di vivere in questo sistema per la comunità LGBTQI, ha affermato anch’egli la necessità di recuperare un progetto strategico e di costruire l’unità nelle lotte, per rompere gli schemi borghesi, per rivendicare l’inclusione, per abbattere il pregiudizio dato dal modello maschilista dominante.
 
Costruire un partito rivoluzionario internazionale, risolvere la crisi di direzione dell'umanità
La conclusione di questa bella e intensa Due giorni di discussione è stata affidata al compagno Francesco Ricci, membro dell'Esecutivo del Pdac e del CEI della Lit-Quarta Internazionale, il quale ha ripercorso il filo rosso dei dibattiti, mettendo in luce i punti principali affrontati dall'assemblea. Innanzitutto, la ferma opposizione dei rivoluzionari davanti a qualsiasi progetto governista, teso a riformare il sistema senza porsi la necessità di abbatterlo. Ricci ha sviluppato diversi esempi storici, a partire dalla Grecia che oggi è scossa da scioperi e mobilitazioni contro il governo Tsipras: le forze riformiste (Rifondazione comunista e altri settori della sinistra) che ne avevano fatto un modello e lo avevano sostenuto in quanto governo delle sinistre, oggi non ne parlano più. E ancora, il maggio francese del 1968, quando 10 milioni di operai erano in lotta nelle piazze: i burocrati politici e sindacali usarono strumentalmente quelle mobilitazioni per poi tradirle. Allora, conclude Ricci, è opportuna una polemica politica perché l’arretramento della coscienza dei lavoratori è opera anche di quelli che sostengono che i governi della borghesia non siano tutti uguali e che bisogna quindi in parte collaborare con essi. Per i rivoluzionari non è così: in Brasile i lavoratori si stanno ribellando al partito al governo e la CSP Conlutas, il più grande sindacato di base e combattivo dell'America latina, ha avuto un ruolo rilevante in queste lotte. Ricci cita il video che dimostra come nella grande manifestazione svolta qualche mese fa a Brasilia, e conclusasi con l'assalto ai palazzi istituzionali, si sia operata una grave frattura fra la burocrazia classica e il ruolo combattivo delle masse: mentre Zé Maria, dirigente della CSP Conlutas e del Pstu, sezione brasiliana della Lit-Qi, esortava le masse a procedere nella manifestazione, il burocrate di turno gli strappava il microfono e ordinava di retrocedere; le masse sono andate avanti senza farsi intimidire dalla forze dell’ordine e resistendo alle cariche.
Ricci ha infine affrontato il “problema dei problemi”: quello della direzione politica delle lotte. Difatti, come dicevamo in precedenza, le lotte da sole non bastano. È necessario costruire un partito rivoluzionario che si ponga alla testa delle masse su un programma di rottura con il capitalismo e per la presa del potere da parte dei lavoratori. Un partito che il Pdac, assieme agli altri compagni della Lit-Qi (Lega internazionale dei lavoratori - Quarta internazionale), sta costruendo quotidianamente, partendo dalle lotte, in tutti i continenti.
Le parole di chiusura sono state dedicate a due ricorrenze per noi importanti: i 10 anni del Partito di alternativa comunista e il primo anniversario della scomparsa del nostro compagno Ruggero Mantovani, dirigente del Pdac, ideatore della Due giorni di Rimini, un appuntamento annuale ormai costante, concepito come momento importante di riflessione politica, approfondimento, confronto aperto. Quest'anno Alessandra Longo su Repubblica ci ha fatto un piccolo regalo, uno spot pubblicitario involontario in cui, facendo riferimento all'iniziativa del Pdac, allertava i futuri acquirenti di Alitalia sul fatto che fra i dipendenti ci sono pericolosi trotskisti. La verità, ha sottolineato pacatamente Ricci, è che fra i lavoratori ci sono quelli che non si sono piegati al padronato e ai loro complici, le burocrazie confederali. Per questo motivo, i 10 anni di vita del Pdac non costituiscono una festa privata, ma la prospettiva di continuare a lottare insieme.
Le note dell'Internazionale, lo storico inno del movimento operaio, hanno accompagnato la chiusura dell'assemblea, tra la soddisfazione di tutte e tutti coloro che hanno partecipato a questa importante Due giorni, per farci tornare, con più consapevolezza e coraggio, all'interno delle mobilitazioni che ci vedranno protagonisti nella nuova stagione che inizia.
 
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