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Enrico Berlinguer dallo stalinismo al riformismo, sempre contro le lotte operaie PDF Stampa E-mail
mercoledì 16 luglio 2014
Enrico Berlinguer
dallo stalinismo al riformismo,
sempre contro le lotte operaie
 


 
di Ruggero Mantovani
 
berlinguer
 
 
(Enrico Berlinguer e Aldo Moro)
 
 
 
A trent’anni dalla morte di Enrico Berlinguer, segretario del Pci dal 1972 all'11 giugno 1984, giorno in cui al comizio di Padova fu colpito da un ictus, in queste settimane sono state organizzate una quantità di celebrazioni sicuramente uniche rispetto a quanto si è fatto con altri leader della cosiddetta prima Repubblica.
A Roma si è celebrato il segretario del Partito Comunista Italiano con la rassegna Enrico Berlinguer e lo sguardo degli artisti, allestita nelle sale del Complesso di Vicolo Valdina della Camera dei deputati; mentre, addirittura, Poste Italiane ha annunciato l’emissione di un francobollo commemorativo, del valore di € 0,70 e della tiratura di due milioni e settecentomila esemplari. Nel giorno del trentesimo anniversario della scomparsa, numerose sono state, poi, le vie e le piazze dedicate a Berlinguer. Ma ancora, la programmazione del film per la rassegna “Venti di cinema” ha proiettato il documento di venti minuti La voce di Berlinguer realizzato da Mario Sesti e Teho Teardo, che nel 2013 ha partecipato al Festival di Venezia, mentre su Sky Cinema e Sky Arte Hd è stato trasmesso Quando c’era Berlinguer, di Walter Veltroni, a cui è seguito il cortometraggio Enrico Berlinguer 1984-2014, un percorso tra le parole dell'uomo politico nei suoi dodici anni alla segreteria del Pci. Il filmato è stato proiettato in anteprima nel corso della commemorazione ufficiale che si è tenuta alla Camera il 12 giugno.
Insomma, quella su Berlinguer è stata senz’altro una commemorazione corposa e molto sentita sia dalle massime istituzioni parlamentari, sia da una certa arte radicale e salottiera, e sia dal mondo politico dove, nell’ultima campagna elettorale per le europee, un po’ grottescamente, i due guru della politica italiana, Beppe Grillo e Matteo Renzi (il mister Bean all’italiana), si sono ferocemente attaccati su chi potesse rivendicare l’eredità di Berlinguer e in particolare la tanto esaltata “questione morale”.
Al contempo quanto resta della sinistra riformista (dal Prc a Sel) del tutto logicamente sta esaltando Berlinguer: incarnazione della medesima politica di collaborazione di classe e governista che la orienta.
 
Ma non tornano i conti con la storia
Ma queste commemorazioni organizzate con tanto di carica emotiva e simbolica su un segretario che dalla pubblicistica ufficiale è stato dipinto come l’uomo nuovo del comunismo e della sinistra italiana; che avrebbe avuto il coraggio di entrare in conflitto con le burocrazie russe sulla questione del compromesso storico e sulla cosiddetta terza via; tutte le parole e immagini diffuse rappresentano davvero la figura politica di chi ruppe con la generazione degli stalinisti italiani guidati dal segretario Palmiro Togliatti?
A questa domanda si può rispondere con verità solo se quella storia la si legge con uno strumento non facilmente confutabile: il marxismo e la lotta di classe. Da questo versante, come vedremo seppure in modo stringato, il berlinguerismo risulta essere stato tutto interno alla vicenda dello stalinismo italiano, che con i suoi continui zig zag, in nome degli interessi materiali delle burocrazie russa e nazionali, ha costantemente anteposto la collaborazione di classe alla costruzione del socialismo per via rivoluzionaria: la politica dei “fronti popolari” degli anni Trenta, varata da Stalin, anticipò di qualche anno in Italia il “partito nuovo” di Togliatti e cioè il primo compromesso storico (1945-47) con la borghesia liberale e la Dc e fu l’involucro ideologico entro cui maturò anche il secondo compromesso di classe (1973-1978) siglato appunto da Berlinguer.
 
La collaborazione di classe: bussola della politica di Togliatti e di Berlinguer
“Il nostro partito non ha mai deflettuto dalla sua linea unitaria verso gli altri partiti di massa, il Psi e la Dc (…). Dopo la liberazione fu la Dc il principale artefice della rottura delle alleanze di governo con i comunisti": così scriveva su Rinascita del 9 ottobre 1873 Berlinguer.
In definitiva l’intera linea del Pci fin dalla Resistenza si inspirò al blocco strategico con la borghesia liberale. Dapprima con l’alleanza paritetica nel Cnl e con la linea disastrosa che riconsegnò le fabbriche e il Paese alla borghesia; e poi dal 1945 al 1947, entrando nei governi di unità nazionale con la Dc, rimettendo al loro posto di comando i capitalisti nelle fabbriche, concordando la liberalizzazione dei licenziamenti, disarmando i partigiani, amnistiando i fascisti, reprimendo molte delle mobilitazioni che in quegl’anni si svilupparono in tutta Italia. E così quando il capitalismo rimontò in sella e la Dc consolidò rapporti di forza più favorevoli, nel 1947 il Pci fu estromesso dal governo.
Nei trent’anni successivi di "opposizione", tutta la politica dell’apparato del Pci fu finalizzata a riaprire il varco di quella collaborazione governista. In definitiva la cosiddetta “via italiana al socialismo” fu per trent’anni l’involucro ideologico di questa prospettiva. I due compromessi storici, quello del 1945 e quello del 1976, si svilupparono in condizioni molto diverse. Detto schematicamente: il compromesso che fu stretto nel 1945 rifletteva gli interessi della burocrazia staliniana e la necessità di bloccare ogni focolaio rivoluzionario per permettere agli apparati moscoviti di poter siglare i patti di spartizione con l’imperialismo, anteponendo, così, i rapporti interstatuali (e cioè gli interessi della casta burocratica moscovita) alla lotta di classe. Invece nel 1976 il compromesso di classe con la borghesia era principalmente mosso dagli interessi specifici dell’apparato del Pci: ceto dirigente, amministratori e parlamentari del principale partito "comunista" di occidente.
Tant’è che l’integrazione profonda, nella società, nell’economia e nello Stato, aveva reso il Pci molto simile alla socialdemocrazia, uniti da simili interessi materiali di casta burocratica, ma con un tratto distintivo: il legame con l’Urss che continuava, seppure in forma più tenue che nei decenni passati. E continuava non tanto per gli aiuti ricevuti (i famosi rubli che arrivavano da Mosca), quanto per il fatto che la burocrazia del Pci cresceva anche elettoralmente proprio grazie alla cosiddetta "spinta propulsiva" della rivoluzione d'Ottobre (che lo stalinismo, affossatore del bolscevismo, si accreditava). In altre parole, nonostante la deformazione grottesca della rivoluzione di Lenin e Trotsky operata dallo stalinismo, rivendicare in quegli anni un legame con Mosca significava facilitare il consolidarsi dell'apparato del Pci.
 
Un ostacolo sulla via della piena integrazione di governo
Ma più cresceva l'inserimento nella mangiatoia dello Stato borghese, più cresceva un autonomo interesse burocratico, distinto da quello moscovita, più il legame con Mosca diventava un intralcio e un ostacolo (il famoso "fattore K") a un nuovo ingresso nelle stanze di servizio del potere borghese, una barriera che impediva l'ingresso al governo.
Una difficoltà non ideologica, giacché i programmi riformistici del Pci e i possenti legami di massa erano elementi valutati positivamente dalla borghesia. Ciò che complicava le cose erano le specifiche relazioni con un blocco internazionale, che esprimeva interessi diplomatici contrapposti all’imperialismo.
Il Pci, certo non fu il fautore del movimento di massa che si formò dal 1968 in poi, ed anzi lavorò alacremente a contenerne le sue potenzialità rivoluzionarie e se ne beneficiò alle elezioni del 1975: non perché le masse volessero col voto sostenere la linea del nuovo compromesso storico, ma viceversa perché esprimevano il bisogno di alternativa che la crisi rivoluzionaria del 68-69 rendeva palpabile e riponevano le speranze nel principale partito della sinistra.
Un fattore che si intrecciava con la crisi profonda che nel 1974-75 visse il capitalismo italiano: ridimensionamento della competitività internazionale sotto il venire meno della spinta propulsiva del boom economico posto bellico; distorsioni ingenerate dal legame della Dc con il suo blocco sociale; peso del clientelismo, l’appesantimento dell’amministrazione dello Stato, congiunto all’elevato tasso di inflazione (20%), furono tutti elementi che registrarono la necessità della borghesia di aprire al Pci, di nuovo, una prospettiva di governo. A misurare la realtà di questa necessità erano i fatti: fu La Malfa, segretario del Pri, rappresentante chimicamente puro della linea della Confindustria, a divenire il principale artefice della manovra per riportare il Pci al governo.
 
Di nuovo al governo con la borghesia
E così nel 1976 nasceva il governo Andreotti che incassava la "non sfiducia" del Pci; nel 1977 il II governo Andreotti di “convergenze programmatiche” con il partito di Berlinguer e nel 1978 il III governo Andreotti con l’entrata definitiva del Pci nella maggioranza.
Al di la di una versione metafisica che spesso viene data del "compromesso storico", la sua natura di fondo è da ricercarsi in un vero e proprio scambio: Berlinguer aveva usato la spinta dei movimenti di massa per aprirsi la strada nel governo; al contempo la borghesia e la Dc aprivano al Pci per usarlo come strumento di normalizzazione delle lotte maturate nel periodo 1969-1975.
Anche in questa fase la burocrazia staliniana del Pci non lesinò visioni mistificatrici, recitando ancora una volta la lirica di un "socialismo moderno" che però si traduceva, molto più prosaicamente, nella politica di “austerità e sacrifici”: rincaro dei prezzi; spostamento delle risorse dai consumi agli investimenti; contrazioni salariali; lotta all’inflazione come condizione di maggiore competitività; rifiuto dell’assistenzialismo e della occupazione improduttiva; politica dell’Eur della Cgil (cioè austerità salariale e aumento dell’orario di lavoro); campagna contro l’estrema sinistra con tanto di repressione selettiva attraverso le leggi speciali.
E’ in questo contesto che nasce la linea dell’eurocomunismo. Con la conferenza tenutasi a Madrid (che diede i natali al patto con il Pcf e il Pce e i minori partiti comunisti britannico e greco) nel 1976 Berlinguer lancia un messaggio chiaro alla borghesia italiana dimostrandosi disponibile a perseguire maggiore autonomia nei confronti dell’Urss. Iniziava così quel lungo percorso che renderà sempre più indipendente la burocrazia stalinista italiana dalla burocrazia stalinista russa e sempre più "affidabile" (cioè subalterno) il Pci, fino alle logiche conclusioni di quel processo in parallelo con il crollo dello stalinismo: il passaggio al Pds, poi ai Ds e infine al Pd, in un taglio progressivo non solo della simbologia ma delle stesse radici di classe (per quanto deformate) del partito. Un percorso conclusosi con la piena conversione del vecchio partito operaio-borghese in un partito compiutamente borghese e liberale. Ma andiamo con ordine.
In sintesi, se il primo compromesso storico (Togliatti) era stato guidato dallo stalinismo, impegnato nel 1945 a stabilire nuovi compromessi con l’imperialismo statunitense nella spartizione del mondo in zone di influenza; il secondo vide una netta opposizione della burocrazia moscovita, non tanto per una sorta di puritanesimo ideologico (recitando ancora una volta la catechesi del "marxismo-leninismo" svuotato di qualsiasi contenuto realmente bolscevico), ma perché essa intravedeva nel progressivo sganciamento dei partiti comunisti europei, ed in particolare del Pci, il riflesso distorto di un processo di disgregazione dello stalinismo internazionale.
Certo anche in quel caso Berlinguer e il suo staff non lesinarono visioni apparentemente alte della nuova frontiera della costruzione del socialismo asserendo ad esempio “E’ assai significativo che alcuni altri partiti comunisti e operai dell’Europa Occidentale siano pervenuti, attraverso una loro autonoma ricerca, a elaborazioni analoghe circa la via da seguire per giungere al socialismo e circa i caratteri della società socialista da costruire nei loro Paesi. Queste convergenze e questi tratti comuni si sono espressi recentemente nelle dichiarazioni che abbiamo concordato con i compagni del Pce, del Pcf, del Pc di Gran Bretagna. E’ a queste elaborazioni e ricerche di tipo nuovo che taluni danno il nome di 'Eurocomunismo.” (Berlinguer, 1976). In una precedente occasione, altrettanto importante, il XXV Congresso Pcus, il 27 febbraio 1976, Berlinguer, senza utilizzare la parola “eurocomunismo”, ne definì comunque quelli che il gruppo dirigente del Pci considerava i principi fondamentali: “il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche, deve garantire il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, delle arti e delle scienze.” Ma la realtà di quella strategia era prosaicamente molto più chiara: riaprirsi un varco nel governo con la principale forza politica della borghesia italiana, la Dc, sacrificando su quell'altare le lotte operaie e ogni prospettiva di cambiamento.
 
La politica di Berlinguer segna l’inizio della fine del Pci
Le stesse basi di appoggio del compromesso storico rappresentarono condizioni distruttive del medesimo disegno: cominciarono ad opporsi alla svolta dell’Eur consistenti settori della Cgil (la Flm era pubblicamente contraria); il movimento del '77 entrò in collisione frontale con quella esperienza, anche se tutta l’estrema sinistra italiana dal '68 in poi non seppe gettare le basi per la costruzione di un partito autenticamente rivoluzionario a sinistra del Pci, che avrebbe dovuto costruire la forza e le condizioni organizzative per poter guidare la radicalizzazione della lotta di massa.
Da li a poco l’esperienza del compromesso storico berlingueriano cominciò a registrare però anche le ostilità dei principali circoli del capitalismo italiano, poiché quel compromesso, se da un lato era servito alla Dc e alla borghesia per normalizzare le lotte sociali e reprimere in maniera selettiva ampi settori dell’estrema sinistra, dall’altro aveva amplificato quel parassitismo politico del gruppo dirigente del Pci che la borghesia chiedeva di superare: alla faccia della tanto sbandierata “questione morale”.
Per il Pci fu la disfatta con una consistente perdita di voti, ma al contempo fu il successo per la borghesia: approfondì il proprio programma antipopolare grazie ad una Dc che si rigenerò nei governi craxiani.
Il Pci nei primi anni Ottanta, guidato ancora da Enrico Berlinguer, fino all’11 giugno del 1984, dopo l’esperienza del compromesso storico avviava a conclusione la completa omologazione alle forze della socialdemocrazia europea. La morte di Enrico Berlinguer, stante lo psico-dramma collettivo che produsse in ampi settori di popolazione, determinò alle elezioni europee di quell’anno un consistente successo elettorale, ma fu un fatto episodico poiché la crisi ormai era irrefrenabile: alle elezioni del 1987 il Pci attestandosi al 26,6% scendeva al di sotto delle percentuali ottenute nel 1968.
 
La stagione di Occhetto
Nel 1988 conosceva, sotto la direzione di Achille Occhetto, l’inizio di una fase costituente di una nuova forza politica. Questo processo, malgrado fosse accelerato dagli eventi, registrò un tentativo, per quanto contraddittorio e nebuloso, di consolidamento teorico: si decretava l’aperta rottura con le concezioni classiche del leninismo, l’approdo definivo nell’alveo delle forze socialdemocratiche e la piena e dichiarata accettazione del capitalismo come unico orizzonte. Ma la nascita di una fase costituente del nuovo partito avvenne nel 1989 dopo la "caduta del muro di Berlino": la fine dell’Urss rese possibile allo stalinismo italiano la definitiva cesura con il comunismo persino nei suoi aspetti simbolici. Questa scelta rappresentò per l’ultimo gruppo dirigente dello stalinismo italiano una pulsione liberatoria: finalmente quel gruppo dirigente non doveva più nascondersi dietro una bandiera rossa e la falce e martello per aprirsi un varco nei governi borghesi.
E così nel marzo del 1990 al congresso straordinario del Pci il 66% dei voti dei delegati indicò chiaramente la fine del partito che avverrà nel congresso di Rimini nel febbraio 1991, dove nascerà il Pds. La storia successiva dei partiti che nacquero dalla genesi del berlinguerismo e in legittima filiazione dal togliattismo, i Ds e poi il Pd, è stata contraddistinta dal progetto di costruire una forza in grado di presentarsi alla borghesia come gestore degli affari dei gruppi dominanti del Paese.
Ecco che cresceva ora una forza di governo non occasionale, come era stata quella del Pci nel 1945 e successivamente negli anni Settanta con il compromesso storico, ma centrale e permanente capace di rappresentare nazionalmente e nei conflitti intra-capitalistici gli interessi dei principali circoli della borghesia italiana. In questo senso la nascita del Pds, dei Ds e poi del Pd non ha rappresentato una decomposizione del vecchio Pci, ma l’investimento di una politica di origine socialdemocratica in un nuovo partito borghese tout-court, liberale, in costante dialogo e rapporto infine simbiotico con i grandi gruppi industriali e coi banchieri.
L'attuale Pd di Renzi è la fotografia migliore di questa realtà.
 
La tragedia dello stalinismo e l’apertura di un nuovo spazio per il comunismo rivoluzionario
Tutta la storia espressa dallo stalinismo internazionale e nostrano ha sottoposto costantemente a volgari tosature i più elementari principi espressi dal marxismo e dunque dal bolscevismo dei nostri giorni, il trotskismo: autonomia di classe, rifiuto di qualsivoglia blocco con la borghesia liberale, costruzione del partito come avanguardia del proletariato rivoluzionario, prospettiva di costruzione dei soviet come organismi di potere operaio, ed embrione dello Stato socialista, e cioè della dittatura del proletariato quale transizione alla costruzione della società comunista. Lo stalinismo ha viceversa perseguito la politica dei “fronti popolari” e cioè della collaborazione di classe con i cosiddetti “sinceri democratici” e il Pci che si è costruito, a cavallo dei due compromessi storici (1945-1947 e 1976-1978), nella costante prospettiva di riaprirsi un possibile varco nei governi borghesi, fonte di nuovi privilegi per la burocrazia dirigente.
Una storia che come abbiamo visto è stata foriera di sconfitte pesantissime per i lavoratori e che tanto più oggi va demistificata, giacché l’eredità del berlinguerismo, quale ultimo imponente esempio politico dell’opportunismo staliniano, oggi giustamente contesa, non a caso, da Renzi e da Grillo, non può essere certamente da esempio per quelle nuove generazioni che si affacciano alla lotta di classe e alla necessità di costruire un partito rivoluzionario che possa condurre lo scontro di classe al suo coerente esito.
Alla tragedia politica del compromesso storico e alla strategia berlingueriana, dopo trent’anni, i rivoluzionari oppongono un’altra eredità: il bolscevismo odierno cioè il trotskismo e dunque la prospettiva di costruire un partito di lotta, rivoluzionario, parte di una Internazionale ricostruita, la Quarta Internazionale. Questo è il compito gigantesco in cui siamo impegnati come Pdac e in cui lavoriamo fianco a fianco con i compagni delle altre sezioni della Lit-Quarta Internazionale presenti nei diversi continenti.
Questa è la nostra prospettiva: basata su un'altra tradizione storica, di lotta di classe rivoluzionaria. Una tradizione a cui Enrico Berlinguer non appartiene.
 
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