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Bosnia-Erzegovina Ribellione contro il capitalismo, l'imperialismo e le privatizzazioni PDF Stampa E-mail
lunedì 07 aprile 2014

Bosnia-Erzegovina

Ribellione contro il capitalismo, l'imperialismo e le privatizzazioni

 

Scritto di Alejandro Iturbe

Traduzione di Mauro Buccheri

 


 

Dopo molti anni dalla lotta per la sua indipendenza dalla Federazione jugoslava, la Bosnia Erzegovina torna a fare notizia sui media. Questa volta, per una ribellione operaia e popolare contro il suo governo e le conseguenze della restaurazione capitalista e le privatizzazioni d’imprese statali.
La Bosnia-Erzegovina è una piccola repubblica di quattro milioni d’abitanti e poco più di 50.000 km quadrati di superficie, ubicata nella penisola dei Balcani, in Europa Centrale, la cui capitale è la città di Sarajevo.

Tra i secoli XV e XIX, fu parte dell'impero turco ottomano, e ciò fece sì che parte consistente della sua popolazione si convertisse all'islamismo; tra il 1878 e il 1918 fece parte dell'impero austro-ungarico (dissolto dopo la Prima guerra mondiale); in seguito, a partire da 1918, passò ad essere parte del regno di Jugoslavia; durante la Seconda guerra, tra 1941 e 1944, fu annessa allo Stato fascista croato, dominato dai nazisti, e, dopo la sconfitta di questi ad opera dei guerriglieri comunisti di Tito, rientrò nella Federazione jugoslava col nome di Repubblica socialista della Bosnia-Erzegovina. In seguito all'esplosione della Federazione, dichiarò la sua indipendenza nel 1992. 

 

Nazione oppressa

Si tratta di una nazione che ha sofferto una lunga lista d’oppressioni durante la storia, poiché perfino nell'epoca dello Stato operaio della Federazione jugoslava, nel quale visse un periodo caratterizzato da una certa prosperità e sviluppo industriale, la nazionalità predominante nella Federazione era quella serba, che opprimeva le altre.
D'altra parte, come risultato di questa storia, la Bosnia-Erzegovina presenta un'alta complessità etnica: il 50 percento sono bosniaci musulmani (chiamati bosniaci), il 30 percento sono serbo-bosniaci e il 20 percento sono bosniaco-croati. 

 

La Federazione jugoslava 

Durante la Seconda guerra mondiale, la Jugoslavia fu dominata dai nazisti e divisa in due Stati: la Croazia (che includeva l'attuale Bosnia), e la Serbia. L'esercito d’occupazione dovette affrontare una dura resistenza da parte dei partigiani comunisti guidati da Josip Broz (il maresciallo Tito), che, nel 1944, sconfiggono le forze occupanti.
Dopo la riunificazione delle nazioni e del territorio del vecchio regno di Jugoslavia, nel 1945, nasce la Repubblica Federale Popolare della Jugoslavia che nel 1963 fu denominata Repubblica Federale Socialista (la componevano Serbia, Croazia, Slovenia, Macedonia, Montenegro e Bosnia-Erzegovina).

Durante quel processo, la Jugoslavia si trasforma in un nuovo Stato operaio burocratizzato.

Tito si ribella alle direttive di Stalin (che voleva compiere la divisione territoriale d’influenze concordata con l'imperialismo a Yalta e Postdam), e si allontana allora dall'apparato stalinista centrale.

A partire dall'economia pianificata, la Jugoslavia ha un certo sviluppo e miglioramento economico che, in Bosnia, si esprime in una maggiore industrializzazione, specialmente nella città di Tuzla. 

 

Inizio della crisi...

Tuttavia, tanto il peso della burocrazia titoista come, essenzialmente, l'impossibilità dello sviluppo del “socialismo in un solo Paese” (meno ancora in uno piccolo), cominciano a provocare seri problemi economici negli anni'60. 
Si registravano riduzione dell'occupazione, aumento dei prezzi ed acutizzazione del deficit commerciale. Tutto ciò nel quadro di differenze salariali rispetto ad un'importante cappa di tecnocrati-burocrati che controllavano le fabbriche ed i lavoratori.

Nel 1963 comincia una politica di decentralizzazione economica ed apertura al mercato mondiale nel commercio estero e nel sistema bancario (si autorizzarono banche create dalle imprese). L'inflazione era sempre più alta. Nel decennio '70, si chiedevano crediti ingenti all'estero per mantenere settori industriali ed il debito estero crebbe fino a 18.600 milioni di dollari (all'epoca, uno dei più alti del mondo).

I piani applicati dai successori di Tito, morto nel 1980, completarono il processo di restaurazione capitalista ed aggravarono il quadro: nel 1989 ci fu un'iperinflazione (1.200 %). I salari reali caddero del 41% e le entrate erariali che sarebbero dovute essere trasferite alle repubbliche e province furono impiegate per pagare il debito di Belgrado ai club di Parigi e Londra. 

 

… e la sua esplosione 

Questa profonda crisi economica esacerbò il nazionalismo ed il centralismo gran serbo (oppressore delle altre nazionalità della Federazione). Ricordiamo che, perfino al tempo di Tito, uno dei suoi ministri (Cubrilovic) aveva dichiarato che era "un insulto la presenza di musulmani nella culla della nazione serba”, riferendosi alla regione del Kosovo.
Questa combinazione tra crisi ed oppressione, esplose dopo la caduta del Muro di Berlino che cominciò a spazzar via l'apparato stalinista mondiale. Sebbene il titoismo e la Jugoslavia formavano un apparato a parte, questo era costruito sullo stesso stampo e le stesse premesse.

La Federazione esplodeva e le sue repubbliche cominciarono a ribellarsi e dichiararono la loro indipendenza. In Croazia e Slovenia, appoggiate dalla Germania, la Serbia dovette accettare malvolentieri. Ma non fece lo stesso con la Bosnia. 

 

La guerra civile 

In questo caso, era disposta ad impedirla militarmente o, come minimo, a mantenere una parte del territorio. Nel 1991, l'esercito serbo invase la Bosnia e “camuffandosi” insieme a corpi armati formati dalla popolazione di origine serba, iniziò una cruenta guerra civile contro i bosniaci e i bosniaco-croati (anche questi appoggiavano l'indipendenza).
In quella guerra i serbi arrivarono ad occupare il 70% del territorio e svilupparono una politica sanguinaria di pulizia etnica nelle regioni del Paese in cui i serbo-bosniaci avevano maggiore presenza. Il bilancio fu di 250.000 morti, la maggioranza bosniaci, e quasi il 40% della popolazione dovette fuggire dalle proprie case. L'Onu fu complice di questo massacro, tanto con la votazione di un “embargo delle armi” ai bosniaci quanto per il fatto di abbandonare, in varie occasioni, le "zone" liberate alla pulizia etnica (fu il caso del massacro di Srebrenica, con 10.000 morti). 

 

Gli Accordi di Dayton 

La guerra civile terminò nel 1995 coi cosiddetti Accordi di Dayton, firmati nell'Ohio, Stati Uniti, su pressione dell'allora presidente americano Bill Clinton. L'accordo riconosce l'indipendenza della Bosnia dall'ex Federazione jugoslava. In base a quest’accordo, anche la Bosnia-Erzegovina perdeva vari territori: quelli corrispondenti alla cosiddetta Repubblica Serba di Bosnia e la Slavonia Orientale, che andò alla Croazia.
L'indipendenza bosniaca fu, in realtà, relativa, poiché, sulla base dell'accordo, rimanevano nel Paese forze dell'Onu ed anche una forza di polizia internazionale. In quella cornice, si svolsero le elezioni per scegliere le autorità di governo. 

 

Il dopoguerra 

Terminata la guerra, il Paese fu virtualmente colonizzato dalle potenze imperialiste, specialmente dalla Germania. I “prestiti per la ricostruzione” arrivarono in quantità minori rispetto alle promesse e furono in realtà utilizzati per pagare i debiti col Fmi e la Banca centrale tedesca.
Allo stesso tempo, avanzò lo sfruttamento delle risorse naturali (depositi di carbone e petrolio) e la privatizzazione (con riduzione o chiusura e smantellamento) della maggioranza delle imprese industriali (molte di loro con impianti a Tuzla).  

 

Una crisi permanente 

La Bosnia è attualmente una delle repubbliche più povere dell'ex Jugoslavia. Nel 1991, un anno prima della guerra, in piena crisi economica dell'ex Jugoslavia, il Pil era di 14.000 milioni di dollari, oggi è si è ridotto rispetto ad allora del 37%.
Questo è dovuto ad una combinazione di fattori. Da una parte, è chiaro, la guerra lasciò una scia di distruzione. Ma a questo dobbiamo aggiungere le conseguenze della colonizzazione imperialista ed il saccheggio cui fu sottoposto il Paese, con la sua dipendenza dal capitale straniero e la sua ubicazione nell'area europea pro-euro.

Le privatizzazioni di imprese statali furono davvero “criminali”, soprattutto nella regione industriale di Tuzla: tra il 2000 e il 2010, antiche imprese pubbliche che davano impiego alla maggioranza della popolazione furono vendute a proprietari privati che smisero di pagare i lavoratori e le lavoratrici, dichiarandosi in fallimento e liquidando gli attivi. Un gran numero di lavoratori rimasero disoccupati e privati dei diritti sociali, come la possibilità di accedere alla pensione, perché non hanno il minimo di anni necessari per ottenerla. Un esempio di ciò è la fabbrica Dita che produceva detergenti, ed impiegava 110 persone alle quali si devono 27 mesi di stipendi e 50 di contribuzione pensionistica ed assicurazione medica, oggi epicentro del sollevamento popolare. Il proprietario è un grande imprenditore di Sarajevo che comprò questo ed altri impianti quando lo Stato li privatizzò, e che li ha lasciati morire a poco a poco o li ha “rottamati”. Altre fabbriche sopravvivono a fatica e con pessime condizioni di salario e lavoro. 

 

La ribellione attuale 

Come abbiamo detto, l'attuale ribellione incominciò nella fabbrica Dita di Tuzla che, senza prevederlo, ha innescato la miccia dello scontento in tutto il Paese. “Da due anni, manifestavamo tutti i mercoledì per reclamare il nostro denaro. Alla fine, tutto è cambiato. Adesso sentiamo di essere sostenuti”, spiega nel cortile della fabbrica Mirza Bukvic che ha occupato gli stabilimenti con altri compagni “per evitare che il padrone si porti via le cose di valore”.
Da Tuzla, il movimento si è esteso verso Sarajevo, Bihac ed altre città. Le assemblee si moltiplicano ed elaborano piattaforme di rivendicazioni, superando tanto le differenze generazionali come etniche. Si comincia a dar forma a un Fronte di coordinamento delle assemblee che, di fronte all'accusa di “produrre eccessi”, risponde “chi semina miseria raccoglie colera”

Inoltre, hanno dichiarato: “Noi, che siamo scesi nelle strade, esprimiamo il nostro dispiacere per le ferite e danni causati, ma esprimiamo anche il nostro dispiacere per le fabbriche, gli spazi pubblici, le istituzioni scientifiche e culturali, le vite umane distrutte dalle azioni di quelli che stanno al potere da vent'anni”

È una forza auto-organizzata che cresce sempre di più. I manifestanti cominciano a chiedere le dimissioni dell'attuale governo, guidato da Nebojša Radmanovic, (vero campione della corruzione e del malaffare, come tutti i governi che lo hanno preceduto dagli Accordi di Dayton), e la costituzione di un nuovo governo composto da membri che non siano stati al governo e che rendano settimanalmente conto alla popolazione, oltre alla confisca delle fabbriche privatizzate e la loro riattivazione, insieme all'equiparazione dei salari di ministri ed alti funzionari del governo con quelli degli impiegati pubblici e lavoratori industriali. 

 

Alcune conclusioni 

Quello che succede in Bosnia-Erzegovina è una dimostrazione di quello che accade in gran parte dell'est europeo dopo la restaurazione del capitalismo, come si può vedere in altri Paesi, come l'Ucraina e la Bulgaria dove, allo stesso modo, i lavoratori e le masse popolari si sono sollevate contro i loro governi.
Cioè, la restaurazione capitalista, e la colonizzazione imperialista che n’è conseguita, lungi dal produrre i miglioramenti promessi, hanno determinato un grandissimo calo della produzione di ricchezze, un impoverimento generale della popolazione ed una forte corruzione dei governi. La situazione della popolazione è di gran lunga peggiore che durante l'esistenza degli Stati operai burocratizzati. La Bosnia è forse il caso più esacerbato, ma gli altri Paesi vanno in quella direzione.

La ribellione operaia e popolare in Bosnia è perciò profondamente legittima e merita tutto il nostro appoggio e solidarietà.

D'altra parte, è necessario trarre la conclusione che le conseguenze dell'attuale situazione potranno essere davvero risolte solo se si abbatte l'attuale sistema capitalista (con i suoi inevitabili effetti e la colonizzazione da parte dell'imperialismo europeo), costruendo un nuovo Stato operaio e avanzando nella costruzione del vero socialismo, basato sulla democrazia delle organizzazioni operaie e popolari, senza la burocratizzazione stalinista e l'oppressione dell'epoca della Federazione e senza l'assurdo tentativo di costruire il socialismo in un solo Paese, base “teorica” di quel modello.

In questo senso, le attuali assemblee e il loro coordinamento nel Fronte possono essere la base di un nuovo Stato operaio bosniaco, i cui lavoratori e le cui masse oppresse hanno mostrato ampiamente capacità di lotta e sacrificio.   

 

 

 

 
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