Cinque giornate di fuoco per il Manzoni occupato
mercoled 15 febbraio 2017

Cinque giornate di fuoco per il Manzoni occupato

Una piccola vittoria, un grande esempio

 


 

di Giorgio Viganò – Gcr Milano

cinque_giornate_di_fuoco

 

 

Gli spazi di libertà diminuiti, il ruolo oppressivo ed aziendalistico della preside, le costrizioni dell'alternanza scuola-lavoro: sono questi i motivi che hanno spinto noi studenti del liceo classico Manzoni di Milano, istituto famoso per la propria ardente attività politica, ad occupare la nostra scuola.

Dopo tante e animate discussioni tenute in assemblee straordinarie convocate dal Collettivo politico Manzoni, vero e proprio faro per le lotte degli studenti milanesi, si è compreso che una mediazione con la presidenza sarebbe stata insufficiente: per coinvolgere i giovani nelle rivendicazioni sarebbe stato necessario opporsi fermamente a questa, anche con un atto di forza come quello dell'occupazione.


Il corso dell'agitazione

 

L'iniziativa è partita in sordina, tant'è che, su 1010 studenti (e su 750 favorevoli all'occupazione al momento della votazione iniziale), alle 11 ne erano rimasti meno di 400. È stato in quel momento che, davanti ad un iniziale fallimento, noi animatori del CpM ci siamo guardati in faccia: stavamo andando verso una sconfitta che avrebbe potuto decretare la fine della nostra scuola per come la conosciamo, ossia un'isola di partecipazione studentesca e attivismo politico nel deserto postmoderno. Infatti, nessuno dopo di noi, ultimi eredi di una tradizione di movimento che arriva dall'Onda del 2008, avrebbe per molto tempo avuto la forza di una simile presa di posizione dopo un'ennesima delusione. È stato guardando il futuro che abbiamo compreso che l'agitazione doveva fondarsi su due pilastri: un'organizzazione minuziosa e un vero scontro con la dirigenza per raggiungere i nostri obiettivi.

Cosa fare a quel punto: lasciare o raddoppiare? Abbiamo rilanciato, proponendo agli studenti una struttura funzionale alla nostra lotta: dividendo in tre gruppi di lavoro i ragazzi (uno sull'alternanza scuola/lavoro, uno sulle critiche alla direzione attuale, uno sulle proposte studentesche), questi hanno partecipato massivamente, in un clima di libertà di parola fruttifero che ha portato a stilare tre diversi documenti proposti alla preside. Nel frattempo, il numero delle adesioni cresceva incredibilmente: da martedì a venerdì si cresceva continuamente, con assemblee pomeridiane da 400 teste e nottate da 170 sacchi a pelo (dati pari, stando alla testimonianza di alcuni storici personaggi manzoniani, a quelli degli anni '80).

Sotto questa pressione, la preside, naturalmente il bersaglio tangibile della protesta, è stata obbligata a presentarsi il venerdì mattina in una plenaria da 900 persone, che rumoreggiavano ai suoi interventi e, nel clima di generale agitazione, si permettevano di risponderle per le rime ogniqualvolta accennava a menzogne. Infine, la dirigente ha dovuto pubblicamente impegnarsi a sostenere le nostre rivendicazioni nella sede delle canoniche assemblee istituzionali.

Questa è stata la fine della mobilitazione, ma (viste anche le richieste di continuare nella lotta) siamo sicuri che se gli accordi non verranno rispettati, da adesso gli studenti avranno la forza e l'impeto per mobilitarsi nuovamente.


Le lezioni del Manzoni occupato

 

In questa occasione, sono rilevabili alcune lezioni di cui il Manzoni dovrebbe farsi esempio agli occhi di tante scuole italiane:

1) ripartire da obiettivi immediati: in un'epoca di particolare ristagno delle lotte, l'occasione per rinfocolare gli animi dei giovani deve essere cercata nei loro interessi immediati, pratici, concreti. È poi necessario, però, non lasciare la mobilitazione a questo livello, ma agganciare i problemi interni all'indirizzo generale del sistema capitalista italiano, che desidera privatizzare l'istruzione e annullare la voce studentesca;

2) organizzazione: è sempre più difficile, appunto in questo momento di generale immobilismo, coinvolgere gli studenti in simili iniziative. È dunque fondamentale che l'avanguardia che le organizza sia preparatissima e applichi un criterio organizzativo precisissimo, che conduca dritto all'obiettivo politico;

3) democrazia nelle scelte: al contrario di tanti contesti studenteschi, in cui la sovranità non è certamente dei ragazzi (bensì di organizzazioni pseudo-partitiche gestite da pochi gerarchi), l'occupazione manzoniana è stata un esempio di democrazia. La sorpresa? In molte occasioni la base scolastica superava gli stessi organizzatori in radicalità, spingendoli a continuare sulla loro strada anche in momenti di difficoltà;

3) diffondere la lotta: la mobilitazione manzoniana si è fermata alle promesse di una preside obbligata a concedere parole concilianti. È una conquista, certamente, però se questa lotta fosse stata sostenuta da una generale agitazione studentesca diffusa nella città e nel Paese, sarebbe stata completamente un'altra storia.


La proposta dei Giovani comunisti rivoluzionari

Noi Gcr, dunque, partendo da questo avvenimento, lanciamo agli studenti milanesi e italiani questa sfida: eludere le direzioni che intralciano il nostro cammino, partire dai bisogni concreti dei giovani all'interno delle loro scuole, coagulare le varie lotte in un programma generale a difesa della scuola pubblica, che possa divenire protagonista nella realtà sociale italiana e legarsi alle lotte dei nostri padri lavoratori. Riteniamo che vi sia un unico modo per vincere questa sfida: organizzare l’avanguardia delle lotte studentesche in un’organizzazione giovanile rivoluzionaria, collegata a un partito operaio rivoluzionario, che possa dare agli studenti la giusta prospettiva rivendicativa su cui coagulare tutti i settori del movimento che vogliono davvero lottare contro questo sistema che svende il nostro futuro. Il nostro invito a tutti i giovani che vogliono davvero cambiare questo mondo è di unirsi ai Giovani comunisti rivoluzionari.