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Massacri e repressione di massa in Colombia PDF Stampa E-mail
giovedì 20 novembre 2008
La “democrazia” borghese mostra il suo vero volto
Massacri e repressione di massa in Colombia
 
 
 
di Davide Margiotta
 
Una grande ondata di lotte sta infiammando negli ultimi mesi la Colombia di Uribe, principale alleato dell’imperialismo yankee in America Latina. Uribe ha presentato la sua presidenza come quella che avrebbe vinto la guerra contro i “terroristi”, quella della “sicurezza democratica”, cercando di tenere i problemi sociali lontani dall’agenda politica, ma i fatti hanno la testa dura, e le contraddizioni della società colombiana stanno esplodendo, aggravate dalla crisi economica mondiale che colpisce duramente il Paese.
 
 
colombia

La rivolta indigena
In Colombia ci sono 102 popoli indigeni, in tutto un milione e mezzo di persone che vivono una situazione di sopraffazione e sfruttamento. La protesta indigena (organizzata nella “Minga de resistencia de los pueblos”) ha avuto inizio il 12 ottobre, giorno in cui in Occidente si celebra la “scoperta dell’America”, in seguito all’aumento esponenziale degli omicidi di indigeni da parte delle forze paramilitari guidate da Uribe e dagli Stati Uniti. Secondo l’Organizzazione nazionale indigena della Colombia (Onic), “negli ultimi sei anni sono stati assassinati 1253 indigeni in tutto il paese, ogni 53 ore un indigeno viene assassinato e almeno 54 mila indigeni sono stati espulsi dai propri territori”.
Il movimento indigeno si batte per l’autodeterminazione, per la restituzione delle terre, contro gli accordi commerciali firmati con gli Usa, le violazioni dei diritti umani, il nuovo codice minerario, la legge sull'acqua e le foreste.
Il 21 ottobre a Piendamo, nel Cauca, diecimila nativi si sono messi in marcia lungo la Carretera panamericana toccando diversi Paesi e diventando sempre più numerosi, allarmando il governo che non ha esitato a far aprire il fuoco contro i manifestanti.
Inchiodato da un video della Cnn, il presidente ha ammesso gli spari contro le mobilitazioni, che hanno causato oltre trenta vittime. Il governo, dopo aver cercato di addossare la responsabilità dei massacri a narcotrafficanti e Farc, ha finalmente riconosciuto (e poi giustificato) il ruolo degli agenti di sicurezza nella carneficina di queste settimane. Senza peraltro riuscire a fermare una mobilitazione che si fa sempre più imponente. Nonostante le violenze, la rivolta va avanti. La protesta si doveva concludere il 27, ma dopo il fallimentare incontro del 2 novembre fra alcuni ministri e migliaia di membri delle diverse etnie che non ha risolto le questioni dei diritti umani e della distribuzione delle terre, è stato deciso che la protesta continuerà con una marcia su Bogotà.
 
 
Una ondata di scioperi e la rivolta dei cañeros
Alla mobilitazione indigena si sono sommate altre proteste: trasportatori, studenti, dipendenti pubblici, funzionari di imposte e dogane e persino la magistratura, il cui sciopero è durato ben 43 giorni. Mentre questo articolo viene scritto i tagliatori di canna da zucchero della regione della Valle del Cauca da più di un mese occupano le raffinerie.
La canna da zucchero rappresenta dopo il caffè il secondo settore di importanza nell’economia nazionale. Circa 18 mila lavoratori della canna da zucchero (i cañeros) hanno iniziato uno sciopero esigendo aumenti salariali, la fine della precarietà, il miglioramento delle condizioni di lavoro e la sospensione delle Cooperative di lavoro associato (Cta). Il 90% dei 18 mila cañeros della regione è legato alle piantagioni per mezzo di 23 Cooperative di lavoro associato. Tramite queste cooperative si è imposto un regime contrattuale informale, producendo un regime di semi schiavitù con giornate lavorative di 70 ore settimanali per un salario medio di 230 dollari. Il lavoratore figura al tempo stesso padrone e operaio, per cui deve effettuare egli stesso i versamenti per la previdenza sociale e per gli incidenti sul lavoro.
La Central unitaria de trabajadores (Cut), la principale centrale sindacale del Paese, ha indetto uno sciopero nazionale in solidarietà con le lotte indigene e per l'aumento dei salari. La crisi mondiale ha causato infine una serie di truffe finanziarie provocando dure manifestazioni di protesta, soffocate ancora una volta dalla repressione brutale del regime "democratico" di Uribe. I promotori delle società finanziarie, dopo aver applicato tassi di interesse fino al 150%, sono spariti con i milioni di dollari depositati dagli incauti risparmiatori.
 
 
Unire le lotte!
La situazione colombiana è esplosiva e le molte lotte mostrano grandi possibilità. Ma per vincere è necessario che queste lotte si uniscano fino alla costruzione di una mobilitazione unitaria e di massa che abbia l’obiettivo di cacciare il governo filo-imperialista di Uribe, per costruire l’unica vera alternativa possibile: un governo dei lavoratori per i lavoratori. Il solo in grado di rompere i legami con l’imperialismo mondiale, garantire una vita dignitosa a tutti, risolvere la questione della terra e riconoscere i diritti negati ai popoli indios. Nell’ottica di una Federazione socialista dell’America Latina. In questa prospettiva lottano i nostri compagni del Pst, sezione colombiana della Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale.
 
 
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