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Expo
a Milano
I padroni ringraziano!
Marco Carraro*
E’ una acclamazione trasversale
quella che il mondo politico ha rivolto al risultato di Milano.
"Si tratta di una
grandissima opportunità per lo sviluppo economico, infrastrutturale e culturale
non solo per l'area metropolitana di Milano e per la Regione Lombardia
ma per tutto il paese. Le ricadute in termini di Pil saranno progressive e
strutturali, con benefici per tutti", si affannano a promettere tutti gli
schieramenti politici ed economici, sindacati e imprenditori compresi. Al di là
della retorica dei buoni propositi e delle pompose dichiarazioni di pura
immagine, non è difficile scoprire che l’invenzione dell’Esposizione
Internazionale risponde in realtà essenzialmente a interessi e affari privati,
ben poco solenni e per nulla vantaggiosi per le masse popolari. Un grande
evento affaristico-commerciale per pochi protagonisti, che ogni cinque anni si
tiene su decisione di organismi internazionali. Come per la Tav, ancora una volta grandi progetti e grandi
opere vengono portati avanti senza chiedere nulla ai milioni di uomini e donne
coinvolti dalle loro conseguenze, mentre viene rigorosamene curato il beneficio
di pochi soggetti economici in grado di trarne profitti e benefici a lunga
distanza.
Una "grande opportunità" per la borghesia milanese
La candidatura di Milano e
dell’Italia all’Expo 2015 svela l’autentico ruolo della politica borghese:
amministrare e favorire gli interessi dei potentati economici, della
speculazione e dei grandi interessi privati. L’Expo diventa così pretesto per
la spartizione di decine di miliardi di euro (si vocifera più di 34 mld, in business vari), confermando quel
connubio tra affari e potere che a Milano produce quartieri esclusivi,
abitazioni di lusso, centri commerciali e operazioni immobiliari di
speculazione varia: Ente Fiera, Camera di Commercio, LegaCoop, Compagnia delle
Opere, gruppi della Grande Distribuzione, Ligresti, Cabassi, Pirelli, Zunino,
Caltagirone, tutte le grandi banche, Assolombarda, ognuno coinvolto a vario
titolo nell’operazione Expo. La solita mappa del potere cittadino, la vecchia
strategia di predazione, con la città sullo sfondo, trasformata in territorio
da razziare, devastare, ridurre a solo profitto finanziario.
Naturalmente chi ha proposto l’evento,
continua a presentare l’Expo come una grande "opportunità" di
sviluppo per il territorio, una grande prospettiva occupazionale, un momento
propizio per il bene della città e dei suoi abitanti.
Vediamoli dunque i numeri di
queste “opportunità”:
1) L’area coinvolta dal progetto
è situata al centro di una zona già congestionata, densamente popolata e ad
alto tasso di inquinamento. Un territorio già massacrato dai lavori per la
nuova Fiera e per il complesso della viabilità circostante, composta da 3 autostrade
(Milano-Torino, Milano-Varese, Tangenziale Ovest), dall’Alta Velocità, dalla
s.s. 33 del Sempione, da aree industriali dismesse e da aree abitate contese
tra Milano, Pero e Bollate, che meriterebbero interventi di riqualificazione,
non certo 10 anni di cantieri, 6 mesi di Expo, e alla fine una bella
speculazione edilizia a vantaggio di pochi immobiliaristi, con terreni la cui
destinazione d’uso è stata come per magia cambiata per ospitare strutture
residenziali, commerciali, uffici per classi sociali che non sono certo bisognose.
2) L’accordo tra Ente Fiera,
Cabassi e Comune di Milano, siglato il 19 luglio 2007, definisce i termini per
l’uso e la trasformazione del territorio. Il Gruppo Cabassi e l’Ente Fiera
hanno ceduto il diritto di costruzione al Comune di Milano per l’intera area
(due milioni di metri quadri) ed in cambio, hanno ottenuto la nuova
destinazione d’uso. E’ previsto che la costruzione e la demolizione dell’Expo
sarà a spese del Comune. L’accordo prevede che il diritto di superficie
concesso al Comune si estingua dopo l’Expo e che le aree tornino ai privati,
finalmente edificabili. L’indice di edificabilità concesso è ricco e non
risultano vincoli futuri per le proprietà. Interventi pesanti, che muteranno
per sempre il carattere sociale, culturale ed economico della città.
3) 1.700.000 mq di superficie,
attualmente a destinazione agricola e verde pubblico verranno destinati alla
costruzione dei padiglioni espositivi.
4) 2.100.000 mq di superficie, area
ex-Alfa Romeo di Arese, sulla quale i lavoratori da anni stanno combattendo una
battaglia per la riqualificazione produttiva ed il rilancio occupazionale,
verranno destinati a possibili strutture di servizio e supporto all’Expo.
5) Centinaia di opere ricettive
per un fabbisogno stimato di 124.000 posti letto al giorno, opere per la
mobilità per far viaggiare i 160.000 visitatori al giorno previsti e le merci
del caso, parcheggi presso il sito Expo e in corrispondenza di nuovi centri di
interscambio, realizzazione della stazione Tav presso la Fiera, realizzazione di 3
nuove autostrade, più di 4 miliardi di Euro di costi diretti per realizzare il
sito dell’Expo e tutto ciò che serve all’evento (di cui 1,400 milioni di denaro
pubblico).
6) Nessuna garanzia sulle
ricadute occupazionali, nessun vincolo agli imprenditori sulle modalità
contrattuali relative alla mano d’opera, nessuna restrizione alle norme di
sicurezza e controllo antinfortunistico (ricordiamo che per i cantieri di
Italia ’90 sono morti 25 lavoratori con il seguito di un centinaio di infortuni
gravi).
7) Milioni di metri cubi di
cemento.
8) Miliardi di euro sottratti ai
salari ed ai bisogni reali dei cittadini.
Quali interessi popolari vengono
coinvolti? Quali vantaggi per i proletari della periferia milanese? Quale
sviluppo per questa città?
Energia e capitalismo
Infine, non possiamo evitare di
esprimerci sul tema scelto per l’Expo: "Nutrire il pianeta - Energia per
la vita". Con questo dalla tragedia passiamo alla farsa e completiamo la
fotografia di questa indegna classe dirigente. Come è possibile sopportare
l’ipocrisia di chi crede che il Nord del mondo, proprio lo stesso che ha
fondato e continua a fondare la sua ricchezza sullo sfruttamento del Sud,
voglia nutrire generosamente tutto il pianeta? Dopo il fallimento delle politiche
di tutte le organizzazioni internazionali, Fao, Fmi, Banca Mondiale, Wto, Onu
come è ancora possibile sostenere che il modello capitalista rappresenti la
soluzione da esportare e non l’origine del problema?
Secondo il rapporto 2006
dell’Undp ( dati riferiti al 2005, oggi in aumento), 2.5 miliardi di persone
(il 40%della popolazione mondiale) vivono con meno di 2 $ al giorno, circa 1
miliardo con meno di 1 $, 800 milioni di persone soffrono di fame e
malnutrizione, 1.1 miliardi non hanno accesso all’acqua potabile, ogni ora 1200
bambini muoiono di malattie curabili. In Italia la speranza di vita femminile è
più di 80 anni, in molti Paesi africani non arriva a 40 anni.Fame e degrado,
lutto e miseria: questi sono i risultati del libero mercato per l’80% della
popolazione mondiale. L’unica possibilità di sviluppo concreto per i paesi
poveri passa attraverso la sconfitta ed il superamento del capitalismo, altre
strade non esistono.
E' proprio in quest’ottica che,
come compagni della Sezione di Milano, interverremo nelle lotte con
rivendicazioni che antepongano i bisogni e le necessità della collettività agli
interessi dell’economia di mercato, la pianificazione dello sviluppo al
saccheggio delle risorse. Occorre lavorare per costruire una piattaforma di mobilitazione
vasta e determinata, a partire dai territori coinvolti, capace di sviluppare
iniziative di controinformazione e boicottaggio in opposizione alle scellerate mire
dei padroni della città, nella consapevolezza che queste tragiche scelte hanno
un prezzo e prima o poi coloro che le hanno imposte dovranno pagarne il conto!
*Coordinatore sezione
milanese del PdAC
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