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Contratto dei bancari
Chiusura dei conti!
Alberto Madoglio*
Di recente è stata siglata l’ipostesi di accordo per il
rinnovo del contratto degli oltre trecentomila mila bancari che attualmente
lavorano in Italia. Sia la stampa che le nuove burocrazie sindacali che hanno
firmato l’intesa (Cgil, Cisl e Uil e sei sigle di categoria) con la controparte
aziendale (Abi), hanno parlato di accordo storico.
Sicuramente si tratta di un contratto che da un certo punto
di vista segnerà la “storia” della categoria per gli anni a venire, ma i
lavoratori come al solito non avranno nulla da guadagnare. Il maggior risalto è
stato dato alla parte economica del nuovo contratto, che prevede un contributo
una tantum di 1600 euro per il biennio 2006/07 e 280 euro a regime per il
triennio 2008/10. Di fronte a queste cifre si potrebbe pensare che almeno in
questo caso i lavoratori di un settore che negli ultimi anni ha visto il
salario pesantemente falciato da inflazione, rinnovi al ribasso,
ristrutturazioni aziendali a seguito delle numerose fusioni bancarie avvenute
dalla fine degli anni novanta siano riusciti finalmente ad ottenere aumenti in
grado di tutelare il potere d’acquisto dei loro stipendi. Purtroppo non è cosi.
La piattaforma per il rinnovo votata lo scorso anno nelle assemblee dei
lavoratori, prevedeva una richiesta di aumento media di 188 euro mensili per il
biennio 2006/07, che comprendeva il recupero dello scarto tra inflazione
programmata e quella reale (molto lontana dalla realtà, visto il modo in cui
viene rilevata dall’Istat) e in parte teneva conto dell’aumento della
redditività del settore: per la verità in questo caso si trattava solo del
recupero del mancato adeguamento salariale del biennio 1999/01.
Quindi è evidente a tutti lo scarto tra quanto richiesto e ottenuto
per il biennio in scadenza. Ma la parte più scandalosa riguarda il triennio 2008/10.
Per la prima volta una categoria firma un contratto la cui durata passa da due
a tre anni, rispondendo alle sollecitazioni che vengono in questo senso da
Governo e Confindustria. Una scelta che, senza la reintroduzione di un
meccanismo di scala mobile salariale, in un periodo in cui l’inflazione è
prevista in salita in tutta Europa, condanna ancora i lavoratori a vedere
ridotto in breve tempo il valore reale dello stipendio.
Ai lavoratori infatti verrà corrisposto un aumento di poco
superiore al 10%, da calcolarsi sul quinquennio 2006/10 (e non per il periodo
08/10,come vogliono far credere le burocrazie sindacali) quindi circa il 2%
annuo.
Si può capire meglio perché parliamo di ennesimo furto ai
danni dei lavoratori se a tutto ciò aggiungiamo che viene lasciata piena
libertà alle banche sulla parte normativa, per quello che riguarda cessioni di
ramo d’azienda, esternalizzazioni, nessun impegno a trasformare rapporti di
lavoro precari in rapporti a tempo indeterminato, (anzi prevedendo di lasciare
una sostanziale mano libera alle aziende in questo settore permettendo
l’utilizzo dell’apprendistato per 4 anni, con un inquadramento inferiore alla
mansione svolta per la durata di 18 mesi, potendo aumentare all’8, dal
precedente 5, la percentuale di lavoratori a tempo determinato), estensione dei
diritti sindacali per i lavoratori di banche italiane presenti in Paesi dove
questi sono ridotti o inesistenti (Est Europa).
I bancari devono essere chiamati a respingere un contratto
che non solo non risponde positivamente alle loro più immediate richieste, ma
che per primo applica quel nuovo modello contrattuale che la borghesia italiana
e il suo governo sperano di imporre a milioni di lavoratori nel paese, con la
cosciente complicità delle burocrazie sindacali, e che si può sintetizzare
nello slogan: ancora più utili alle imprese, ancora minori garanzie e salari ai
lavoratori.
*Fisac Cgil, "Rete
28 Aprile" Lombardia
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