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Il nuovo modello contrattuale
Un passo indietro per la classe operaia
Enrico Pellegrini*
Il solito falso ed ipocrita
allarmismo quotidiano legato all’emergenza salariale dei lavoratori italiani da
parte dei diversi attori della scena sociale non deve stupire. Accanto a questo
autentico dramma generale si sono sprecate, nei mesi scorsi, intere
discussioni, analisi e previsioni. Alla lunga, gli stessi soggetti responsabili
di tali esiti disastrosi si ripresentano al tavolo della nuova trattativa e
propongono ciò che appare ormai ineluttabile al fine di metter mano al potere
d’acquisto dei lavoratori, rilanciare i consumi e far “ripartire” la stanca
economia italiana: un nuovo modello contrattuale su cui investire credibilità e
“saggezza” di rappresentanza.
Il ruolo delle burocrazie sindacali
Cgil, Cisl, e Uil, soggetti
protagonisti di quello scellerato accordo del 23 luglio 1993, riprendono in
mano le redini di una nuova stagione contrattuale e, nell’ambito di "nuovi
orizzonti di crescita" (?) economica (mai vantaggiosi per i lavoratori e
le loro condizioni) si preparano a rendersi strumenti affidabili e funzionali
al mantenimento del saggio di profitto per un sempre più affamato padronato
italiano. Il leitmotiv di questa presunta nuova stagione sindacale sembra esser
l’indice di produttività, che va incrementato e reso funzionale a una più giusta
ed equa ripartizione della ricchezza, attraverso una contrattazione di secondo
livello. Il tasso di produttività in Italia è tra i più alti del mondo (per
quanto ne dica l’Ocse) e ciò che interessa maggiormente le imprese è aumentare
i ritmi di lavoro (introducendo una sorta di cottimo per far fronte alla
concorrenza di mercato) e allungare gli orari di lavoro (vedi i recenti
provvedimenti di defiscalizzazione degli straordinari), con conseguenze
immaginabili per la sicurezza del lavoro.
Ma c’e’ un dato molto
significativo: di recente la
Nokia ha manifestato l’intenzione di trasferire le sue
produzioni tedesche in Romania, Paese che presenta un indice di produttività cinque
volte inferiore alla Germania. E’ chiaro che al capitale poco importa aumentare
la tanto decantata produttività, importa invece avere il controllo completo
delle condizioni di sfruttamento della forza lavoro! Questo l’egregio
“giuslavorista” del Pd Pietro Ichino dovrebbe saperlo dal momento che, in
maniera ancora più sfacciata rispetto a altre orrende proposte, pretende di
devolvere ai lavoratori una parte di questa ricchezza attraverso
l’indebolimento della piattaforma
contrattuale nazionale, e il rafforzamento di accordi integrativi locali, di
settore, di distretto, di sito ecc. Tesi questa che sembra esser sposata in
pieno dalle tre sigle sindacali citate e che sarà al centro della discussione
con le dirette controparti appena terminato il periodo elettorale. Le sciagure
future non si arrestano qui: tali passaggi fanno presagire un profondo
cambiamento di rapporto coi lavoratori dal momento che quest’ultimi sono stati
letteralmente esclusi da questa discussione che li riguarda direttamente.
Come nella fase preparatoria
dell’accordo sul welfare del luglio scorso, non è stata indetta alcuna
assemblea per informare i lavoratori dell’andamento della vertenza.
I punti principali della nefasta riforma
Capisaldi della riforma risultano
essere: la triennalizzazione economica e normativa, l’adeguamento salariale in
base al tasso d’inflazione prevedibile (nomi nuovi ma per indicare la solita
minestra), incentivi e premi per maggiori indici di rendimento e nuove
flessibilità in uscita. Tutto ciò, accanto al presunto abbattimento fiscale dei
salari (promesso come futura disposizione legislativa da qualsiasi futuro
governo), viene ipocritamente presentato come manovre che dovrebbero dare fiato
al potere d’acquisto dei lavoratori italiani. Sono ipotesi che danno uno schema
ben preciso di dove si sta andando: eventuali aumenti salariali saranno pagati
dai lavoratori stessi, con un peggioramento delle condizioni di lavoro e alle
imprese si garantirà una forza lavoro sempre più piegata e pronta a spremersi
cercando di arrivare alla fine del mese.
Sul versante fiscale la manovra
neogovernativa rischierà di far mancare nelle casse dello Stato circa venti
miliardi di euro. Sono quindi prevedibili nuovi tagli al salario indiretto
(assistenza sanitaria, scuola, servizi sociali ecc). C’è inoltre da dire che
non esiste alcuna impresa pronta e contenta nel distribuire profitti attraverso
la contrattazione di 2° livello. Aumenti salariali di tale specie vengono
spesso conquistati a seguito di lotte durissime e non rappresentano un fattore
di stabilità economica e, per di più, interessano soltanto il 10% delle imprese
(30% dei lavoratori).
All’interno di questo quadro,
compare la solida prospettiva del cosiddetto “sindacato” unico, futuro
tranquillo strumento di ulteriore raffreddamento delle lotte dei lavoratori
controllato dal Partito Democratico di Veltroni e Rutelli: marionette parlamentari
dei poteri forti di questo Paese già pronti a scaricare i costi della crisi
finanziaria su lavoratori, precari, donne e studenti.
*Filcams Cgil,
"Rete 28 aprile"
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