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Un passo indietro per la classe operaia PDF Stampa E-mail
mercoledì 01 ottobre 2008

Il nuovo modello contrattuale

Un passo indietro per la classe operaia

 

Enrico Pellegrini*

 

Il solito falso ed ipocrita allarmismo quotidiano legato all’emergenza salariale dei lavoratori italiani da parte dei diversi attori della scena sociale non deve stupire. Accanto a questo autentico dramma generale si sono sprecate, nei mesi scorsi, intere discussioni, analisi e previsioni. Alla lunga, gli stessi soggetti responsabili di tali esiti disastrosi si ripresentano al tavolo della nuova trattativa e propongono ciò che appare ormai ineluttabile al fine di metter mano al potere d’acquisto dei lavoratori, rilanciare i consumi e far “ripartire” la stanca economia italiana: un nuovo modello contrattuale su cui investire credibilità e “saggezza” di rappresentanza.

 

Il ruolo delle burocrazie sindacali

 

Cgil, Cisl, e Uil, soggetti protagonisti di quello scellerato accordo del 23 luglio 1993, riprendono in mano le redini di una nuova stagione contrattuale e, nell’ambito di "nuovi orizzonti di crescita" (?) economica (mai vantaggiosi per i lavoratori e le loro condizioni) si preparano a rendersi strumenti affidabili e funzionali al mantenimento del saggio di profitto per un sempre più affamato padronato italiano. Il leitmotiv di questa presunta nuova stagione sindacale sembra esser l’indice di produttività, che va incrementato e reso funzionale a una più giusta ed equa ripartizione della ricchezza, attraverso una contrattazione di secondo livello. Il tasso di produttività in Italia è tra i più alti del mondo (per quanto ne dica l’Ocse) e ciò che interessa maggiormente le imprese è aumentare i ritmi di lavoro (introducendo una sorta di cottimo per far fronte alla concorrenza di mercato) e allungare gli orari di lavoro (vedi i recenti provvedimenti di defiscalizzazione degli straordinari), con conseguenze immaginabili per la sicurezza del lavoro.

Ma c’e’ un dato molto significativo: di recente la Nokia ha manifestato l’intenzione di trasferire le sue produzioni tedesche in Romania, Paese che presenta un indice di produttività cinque volte inferiore alla Germania. E’ chiaro che al capitale poco importa aumentare la tanto decantata produttività, importa invece avere il controllo completo delle condizioni di sfruttamento della forza lavoro! Questo l’egregio “giuslavorista” del Pd Pietro Ichino dovrebbe saperlo dal momento che, in maniera ancora più sfacciata rispetto a altre orrende proposte, pretende di devolvere ai lavoratori una parte di questa ricchezza attraverso l’indebolimento della piattaforma contrattuale nazionale, e il rafforzamento di accordi integrativi locali, di settore, di distretto, di sito ecc. Tesi questa che sembra esser sposata in pieno dalle tre sigle sindacali citate e che sarà al centro della discussione con le dirette controparti appena terminato il periodo elettorale. Le sciagure future non si arrestano qui: tali passaggi fanno presagire un profondo cambiamento di rapporto coi lavoratori dal momento che quest’ultimi sono stati letteralmente esclusi da questa discussione che li riguarda direttamente.

Come nella fase preparatoria dell’accordo sul welfare del luglio scorso, non è stata indetta alcuna assemblea per informare i lavoratori dell’andamento della vertenza.

 

I punti principali della nefasta riforma

 

Capisaldi della riforma risultano essere: la triennalizzazione economica e normativa, l’adeguamento salariale in base al tasso d’inflazione prevedibile (nomi nuovi ma per indicare la solita minestra), incentivi e premi per maggiori indici di rendimento e nuove flessibilità in uscita. Tutto ciò, accanto al presunto abbattimento fiscale dei salari (promesso come futura disposizione legislativa da qualsiasi futuro governo), viene ipocritamente presentato come manovre che dovrebbero dare fiato al potere d’acquisto dei lavoratori italiani. Sono ipotesi che danno uno schema ben preciso di dove si sta andando: eventuali aumenti salariali saranno pagati dai lavoratori stessi, con un peggioramento delle condizioni di lavoro e alle imprese si garantirà una forza lavoro sempre più piegata e pronta a spremersi cercando di arrivare alla fine del mese.

Sul versante fiscale la manovra neogovernativa rischierà di far mancare nelle casse dello Stato circa venti miliardi di euro. Sono quindi prevedibili nuovi tagli al salario indiretto (assistenza sanitaria, scuola, servizi sociali ecc). C’è inoltre da dire che non esiste alcuna impresa pronta e contenta nel distribuire profitti attraverso la contrattazione di 2° livello. Aumenti salariali di tale specie vengono spesso conquistati a seguito di lotte durissime e non rappresentano un fattore di stabilità economica e, per di più, interessano soltanto il 10% delle imprese (30% dei lavoratori).

All’interno di questo quadro, compare la solida prospettiva del cosiddetto “sindacato” unico, futuro tranquillo strumento di ulteriore raffreddamento delle lotte dei lavoratori controllato dal Partito Democratico di Veltroni e Rutelli: marionette parlamentari dei poteri forti di questo Paese già pronti a scaricare i costi della crisi finanziaria su lavoratori, precari, donne e studenti.

 

*Filcams Cgil, "Rete 28 aprile"

 

 

 
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