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Ripartiamo dalle lotte
L’esito del voto e le prospettive per i
lavoratori
Valerio Torre
E così,
anche questa volta, nonostante i proclami di Fausto Bertinotti, la “legge del
pendolo”[1]
ha colpito ancora. Il fatto è, però, che questa “legge”, che permea i sistemi
tendenzialmente bipolari, non può certo essere contrastata con la ricetta dell’ex
presidente della Camera: perché oltre 150 anni di storia del movimento operaio
hanno ripetutamente dimostrato che la partecipazione dei comunisti ai governi
della borghesia con lo scopo di “spostarne a sinistra l’asse” è completamente
fallimentare. Il capitalismo non può essere governato, ma soltanto abbattuto:
solo in questo modo si può proporre un’alternativa di società.
L’illusorietà
della ricetta di Bertinotti – che da soli abbiamo realmente contrastato sin da quando
eravamo la corrente marxista rivoluzionaria dentro il Prc – non ha retto alla
prova dei fatti e, con la travolgente vittoria elettorale di Berlusconi, ha
determinato una clamorosa sconfitta dell’intero gruppo dirigente della
sedicente sinistra radicale e, con essa, la totale scomparsa della sua
rappresentanza parlamentare: suscitando l’irrisione dei settori della destra
più becera che, divertiti, contrappongono all’immagine dello “spettro” che nel
1848 – evocato dal Marx de Il Manifesto –
s’aggirava per l’Europa quella di un ben più modesto ed acciaccato “ectoplasma”
che oggi s’aggira ancora per i corridoi di Palazzo Chigi, Montecitorio e
Palazzo Madama, intento a raccogliere le sue carabattole prima di smobilitare
dai palazzi del potere per non lasciare che un vago ricordo di sé[2].
I timori della borghesia
Ma queste
amene (o, rispettivamente, arroganti) opinioni non rappresentano il pensiero
della borghesia italiana più avveduta: che, come sempre recitando il gioco
delle parti, se da un lato, col presidente uscente di Confindustria, Luca di
Montezemolo, evidenzia che queste elezioni hanno consegnato il risultato di una
“netta sconfitta delle forze politiche portatrici di una cultura anti-impresa,
anti-mercato e anti-sviluppo”[3],
dall’altro ha da subito manifestato viva preoccupazione per il fatto che non c’è
più oggi una rappresentanza parlamentare dei lavoratori, dei precari, di “una
parte di società dispersa ma ancora consistente”[4],
per il timore che questi settori potrebbero innescare, ove non controllati,
dinamiche di massa allarmanti in una situazione ottimale per il padronato,
segnata dall’esito di una “maggioranza chiara e netta, che permette una piena
governabilità … [con un] positivo dato di stabilità”[5].
E che tali settori sociali in libera uscita vengano visti come un pericolo è
confermato dall’accorato invito che Stefano Folli, editorialista de Il Sole 24 Ore, quotidiano di
Confindustria, ha fatto allo sconfitto Veltroni, perché se ne faccia carico per
non lasciarli privi di rappresentanza istituzionale.
Come si è prodotto l’esito elettorale
La
schiacciante affermazione della destra è maturata in un quadro complessivo
segnato dalla sempre più incalzante crisi economica che ha colpito maggiormente
quelle fasce di proletariato e di piccola e piccolissima borghesia che avevano
visto nella nascita del governo Prodi, con le sue fallaci promesse di
redistribuzione, un’occasione di riscatto sociale; e che, prima di essere
travolte dall’onda recessiva, erano state pesantemente colpite da provvedimenti
tutti tesi a spostare ingenti risorse verso le imprese e la grande borghesia.
In questa cornice di profondo malessere sociale, sempre più dominato dall’insicurezza,
hanno fatto la loro comparsa sintomi preoccupanti di qualunquismo e
giustizialismo (che hanno trovato la loro espressione nel Vaffa-day promosso dal comico Beppe Grillo) e di vero e proprio
razzismo, con l’ondata xenofoba nei confronti dei rom e dei rumeni, tradotta
nel “decreto sicurezza”.
I partiti
della sinistra di governo sono apparsi schiacciati sull’azione dell’esecutivo,
muti ed impotenti di fronte a quanto andava maturando nella società, privi di
un reale progetto di trasformazione; eppure incapaci di cogliere i segnali che
il loro elettorato di riferimento mandava: i fischi degli operai di Mirafiori
ai segretari di Cgil, Cisl e Uil, a Bertinotti, a Giordano ed a Ferrero; il
negativo risultato alle elezioni amministrative della scorsa primavera; erano
tutti sintomi del profondo scollamento fra le burocrazie dei partiti e la
società, della disillusione e del disincanto nei confronti del “governo [non
più] amico”. E la risposta – “verrà il tempo del ‘risarcimento sociale’,
abbiate fede” – approfondiva sempre più il fossato.
Lo “tsunami” elettorale
La
vittoria di Berlusconi era scontata. Ciò di cui si discuteva erano le
proporzioni della sua affermazione: l’ipotesi auspicata dal centrosinistra era
di un sostanziale “pareggio” al Senato, tale da riproporre – a parti invertite –
un contesto in cui affrontare il nodo della riforma elettorale per poi tornare
al voto entro un paio d’anni.
Si è
invece prodotto un terremoto dalle conseguenze devastanti.
Il Pd, che
si è andato costruendo come partito interclassista (o addirittura a-classista)
nel tentativo di “sfondare” al centro erodendo il voto moderato, ha invece
convogliato su di sé – in parte per l’appello al voto utile, in parte perché un
pezzo della società italiana ha ormai introiettato lo schema bipolare, in parte
infine perché settori della sinistra governista vi sono consapevolmente rifluiti
– una fetta del voto di quest’ultima.
Settori
del centro che avevano in precedenza votato il centrosinistra, sono confluiti a
destra come reazione per la cocente delusione dei due anni di governo Prodi.
La Sinistra Arcobaleno ha visto falcidiati i
suoi consensi dall’astensionismo consapevole dei tanti che si sono sentiti
traditi da una politica fallimentare e subalterna: e ciò persino nelle zone
storicamente insediate a sinistra.
Infine, le
sirene del giustizialismo e del qualunquismo hanno regalato un risultato
storico al partito di Di Pietro; mentre la montante onda xenofoba che sta
attraversando la società italiana, unita ad una crescente aspirazione al
localismo, ha straordinariamente premiato la Lega Nord, che
intercetta persino il voto operaio, orfano di un riferimento politico e dei
valori di classe.
Le attese della borghesia. Le prospettive dei
lavoratori
La grande
borghesia ha sostenuto il progetto confindustriale di Veltroni, ma deve ora
acconciarsi a Berlusconi. Naturalmente, lo fa tentando – come sempre – di
incassare il massimo, ben sapendo che il nuovo governo non ha, a differenza di
Prodi, l’appoggio della socialdemocrazia e delle burocrazie sindacali
concertative. Non a caso, da oltre un mese Confindustria aveva dettato il
“decalogo”[6]
per il futuro governo, qualsiasi fosse stato. Ed è altrettanto chiaro che, nel
quadro prodotto dall’alternanza, a fare le spese dello scontro politico tra i
poli borghesi sono i lavoratori e le classi subalterne.
Questo
scenario richiede che si riparta dalle lotte di opposizione ad entrambi gli
schieramenti borghesi ed ai loro governi nazionali e locali: un’opposizione
fondata sull’indipendenza di classe dei lavoratori, dei disoccupati, di tutti
gli sfruttati. È a partire da questa battaglia che possono gettarsi le basi per
dare finalmente alle classi subalterne una vera e reale rappresentanza politica:
sulle ceneri del riformismo socialdemocratico va costruito il partito
rivoluzionario, lo strumento di lotta attraverso il quale il proletariato possa
realizzare la propria emancipazione.
Il PdAC,
impegnato su questa strada già dalla sua nascita, moltiplicherà i propri sforzi
in questo senso.
[1] Tipica espressione del colorito lessico
bertinottiano, per il cui significato rimandiamo a quanto scrivevano le Tesi
congressuali del gruppo dirigente della maggioranza del Prc nel 2005: “L’obiettivo
di questo nostro impegno [cioè l’ingresso di Rifondazione nel governo borghese
di Prodi che sarebbe nato di lì ad un anno: NdA] è la sconfitta della legge del
pendolo secondo la quale quando le sinistre sono all’opposizione suscitano
speranze e attese che vengono disattese quando assumono il governo,
determinando così la sfiducia nella politica da parte di larghe masse e creando
le condizioni per il ritorno delle forze conservatrici”.
[2] Quest’ironico giudizio è nulla se
paragonato alle sprezzanti e volgari dichiarazioni dell’ex ministro della
Difesa Antonio Martino: “Il parlamento italiano è stato liberato dalla feccia”
(il manifesto, 15/4/2008).
[3] Facendo finta di dimenticare che mai,
nella storia repubblicana, le imprese avevano ricevuto tanto da un governo, se
non da un governo con dentro “i comunisti”, cooptati nel 2006 – è bene
rimarcarlo – proprio dagli imprenditori perché fosse loro affidato il ruolo di
controllori delle dinamiche sociali.
[4] Berselli, la
Repubblica, 15/4/2008.
[5] Montezemolo, www.ilsole24ore.com,
15/4/2008.
[6] Reperibile sul sito www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&file=/art/SoleOnLine4/SpecialiDossier/2008/elezioni-politiche-2008/articoli/confindustria_decalogo_crescita_economica.doc?cmd=art
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