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Lotta di liberazione palestinese
La resistenza palestinese a un bivio
Davide Margiotta
Una inchiesta della rivista
americana Vanity Fair ha recentemente dimostrato come l'amministrazione Bush
avrebbe tentato di organizzare un golpe contro Hamas. L’articolo, avvalorato da
documenti confidenziali, alcuni dei quali forniti da un consigliere di Dick
Cheney che non era d’accordo con l’operazione, prova come Bush e la sua cricca abbiano
tentato di armare una forza palestinese guidata da Fatah, il movimento del
presidente dell'Anp Abu Mazen e complice del complotto, per rovesciare il
governo eletto di Hamas. L’inchiesta parla degli appoggi forniti a Muhammad Dahlan
e cita 84 milioni di dollari che sarebbero stati stanziati per finanziare lo
smantellamento della resistenza palestinese. Il piano, denominato “Piano B”, è
però naufragato clamorosamente, permettendo anzi ad Hamas, uscita vittoriosa
dallo scontro con Fatah, di acquisire il controllo militare dell’intera
Striscia di Gaza. Immediatamente dopo sono stati sospesi i trasferimenti
internazionali all’Anp, con il beneplacito del comitato imperialista
internazionale, l’Onu. Dopo oltre un anno un anno di isolamento e di
boicottaggio internazionale la situazione di Gaza è disperata: secondo
Islamic-Relief circa il 79% dei palestinesi di Gaza vive in povertà, con un
reddito pro-capite medio di 650 dollari l’anno e un tasso di disoccupazione
dell’80%.
Sionismo e collaborazionismo
I guai per gli abitanti di
Gaza non vengono solamente dai problemi economici, ma soprattutto dal
terrorismo di Stato israeliano che sistematicamente si abbatte su civili, case,
infrastrutture. La recente operazione “Inverno Caldo”, durata 5
giorni, è costata la vita a 130 palestinesi, tra cui 25 bambini. Il 27 febbraio
gli F-16 sionisti con lo scopo di uccidere cinque dirigenti di Hamas, inauguravano
l’operazione distruggendo ospedali, l’edificio del ministero degli Interni e la
centrale sindacale palestinese. In quei giorni, la Segretaria di Stato
americana Condoleezza Rice era in missione diplomatica nella regione per
“discutere” di Iran, Iraq, Libano e, non ultimo, cercare di rinnovare il
“compromesso di pace” presentato da Bush nella conferenza di Annapolis dello
scorso novembre. Un piano di “pace” che prevedeva come premessa l’accettazione
palestinese della soluzione “due popoli, due stati”.
Sempre sul versante diplomatico,
lo scorso 23 marzo le delegazioni di Fatah e Hamas siglavano a Sana’a, sulla
base di una iniziativa di riconciliazione yemenita, un accordo che prevedeva la
ripresa del dialogo interpalestinese. La bozza d’intesa prevedeva il ripristino
a Gaza della situazione precedente alla presa del potere di Hamas, l’accordo
per indire nuove elezioni e il rispetto della costituzione da parte di entrambi
i partiti. Il giorno dopo un membro del governo dello Stato ebraico, dietro
condizione di anonimato dichiarava che "Abu Mazen deve scegliere se
negoziare con Israele o rinnovare la sua alleanza con Hamas. Non puo' fare
entrambe le cose".
Non tardava la risposta del
presidente collaborazionista Abu Mazen, che negava l’accordo in maniera
peraltro grottesca. Secondo Nemmer Hammad, suo consigliere politico '' Azzam
al-Ahmad, capo della delegazione di Fatah, ha firmato senza avere alcun permesso
da parte del presidente…l'annuncio della firma di questo accordo è stato un
errore, perché il capo delegazione di Fatah prima di firmarlo ha provato più
volte a contattare Abu Mazen senza riuscirvi. Ha quindi firmato senza il suo
consenso. Pertanto l'accordo è da ritenersi non valido”.
Sionisti di casa nostra
Mentre
in questi giorni sono ripresi i massacri sionisti ai danni di civili inermi, in
Italia, Pd e Pdl fanno a gara per chi è più filo-israeliano. Walter Veltroni,
parlando con il quotidiano israeliano Maariv, ha spiegato che il Muro della vergogna
costruito dallo Stato ebraico nei Territori palestinesi occupati della
Cisgiordania "è una reazione alla situazione in cui Israele si trova,
quando si sente minacciato e in pericolo (...) si tratta di una reazione
difensiva quando sei sotto assedio". La resistenza palestinese si trova da
mesi in una nuova situazione: la direzione di Fatah è passata definitivamente
nel campo imperialista, mentre Hamas, pure con le sue oscillazioni, la sua
politica reazionaria e di collaborazione di classe, incarna ancora il
sentimento di riscossa popolare e militarmente si pone nel campo della
resistenza all’occupante. Il dovere dei rivoluzionari è innanzitutto quello di contribuire
alla sconfitta dei collaborazionisti di Fatah.
La sconfitta di Israele
significherebbe una sconfitta storica per tutto l’imperialismo mondiale: per
questo gigantesco compito solo una direzione a livello internazionale può
essere all’altezza. Perché questo accada è assolutamente necessaria la
rifondazione di una Internazionale proletaria che unifichi i lavoratori arabi e
quelli israeliani, minando alle fondamenta il potere costituito, e li liberi
dalla comune oppressione dell’imperialismo per la costruzione di un unico Stato
laico di Palestina, che riconosca agli ebrei i diritti di minoranza nazionale,
nel quadro di una Federazione socialista del Medio-Oriente.
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