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Guerra nel Caucaso: uno sporco affare imperialista PDF Stampa E-mail
lunedì 08 settembre 2008
Guerra nel Caucaso: uno sporco affare imperialista
Serve una politica internazionalista e rivoluzionaria
     

di Davide Margiotta
 
 
Il capitalismo ha riposto grandi speranze nella conquista dei mercati dell’ex blocco sovietico per porre un freno alla caduta del saggio di profitto. Dal crollo sovietico le potenze imperialiste hanno attuato un progressivo accerchiamento della Russia: nell’Europa Orientale e nell’Asia Centrale sono state installate basi militari americane e gli Stati Uniti hanno contribuito a instaurare un governo filo-occidentale dopo l’altro per mezzo di una serie di “rivoluzioni colorate”, sapientemente orchestrate e finanziate dalla Cia.
La crisi tra la Georgia e le Repubbliche separatiste di Ossezia del Sud e Abcasia ha fornito alla Russia l’occasione per porre un freno a questa avanzata e rilanciare anzi un proprio disegno di egemonia sui Paesi una volta sotto il suo controllo diretto o indiretto. Dopo mesi di preparativi l’8 agosto la Georgia ha invaso la Repubblica autonoma dell’Ossezia del Sud. Le operazioni militari georgiane e il bombardamento della capitale Tskhinvali hanno causato almeno 1600 vittime e un numero imprecisato di profughi prima che la altrettanto brutale reazione russa in poche ore sbaragliasse l’esercito di Tblisi, penetrando fino a Gori e tagliando anche i collegamenti tra la Georgia e l’Abcasia, l’altra Repubblica autonoma secessionista.
 
La guerra energetica mondiale
Le risorse energetiche tradizionali sono limitate e la produzione è già sostanzialmente insufficiente. La possibilità di mettere le mani sulle materie prime direttamente o indirettamente è da sempre una questione fondamentale per ogni Paese, ma in questa epoca di crisi energetica ha assunto una importanza vitale per la borghesia. La partita che si gioca nel Caucaso ha più a che vedere con questo problema piuttosto che con i diritti dei popoli oppressi. Qui infatti si gioca una battaglia fondamentale nella guerra energetica planetaria.
La russa Gazprom, insieme all’Eni, ha varato un progetto di gasdotto (chiamato “South Stream”) che arriva direttamente alle coste del Mediterraneo (fino a Puglia e Slovenia), e che ha incassato l’adesione di Italia, Bulgaria e Grecia e che punta a tagliare fuori dalle rotte energetiche i Paesi satelliti degli Usa come l’Ucraina.
Opposto a questo è il progetto euro-atlantico denominato “Nabucco”, che viceversa mira a escludere proprio la Russia dalle rotte che da Oriente arrivano in Europa. Il gasdotto "Nabucco" dovrebbe passare da Turchia e Georgia. Le guerre di questi anni sono anche sono lo specchio di questa battaglia strategica (dai Balcani, al Kosovo, al Kurdistan fino alla Georgia) per l'approvvigionamento energetico.
In questo contesto il presidente georgiano Saakashvili aspira a fare della Georgia un partner strategico, grazie alla sua posizione geografica e alle relazioni privilegiate che intrattiene con l'Azerbagian, centro produttivo e possibile imbuto di aggiuntive forniture energetiche dall’Asia Centrale. Il punto è che i condotti strategici che portano all’Europa passano dai territori delle repubbliche ribelli di Abcasia e Ossezia del Sud.
 
La posizione dei rivoluzionari
Come rivoluzionari siamo fieri oppositori tanto dell’avanzata della Nato nella regione quanto delle mire espansioniste di Putin e Medvedev. Allo stesso modo lottiamo implacabilmente contro il governo filo-occidentale di Saakashvili in Georgia, che altro non rappresenta se non un fantoccio nelle mani di Washington (la Georgia ha il terzo contingente più grande di uomini in Iraq e il primo in rapporto alla sua popolazione!). Così come i lavoratori georgiani non hanno niente da guadagnare nel passaggio dalla dominazione Grande Russa a quella della Nato, allo stesso modo le mire espansioniste di Putin e Medvedev non hanno nulla da offrire ai lavoratori russi. La propaganda xenofoba di Mosca, che si nutre del sentimento di offesa del popolo russo causato dall’avanzata della Nato nell’Europa dell’Est e nelle ex-repubbliche sovietiche, è contraria agli interessi degli stessi lavoratori russi, facendo credere loro che i responsabili della propria miseria siano altri lavoratori e non la borghesia che li sfrutta e li usa come carne da macello.
Noi non vediamo nulla di progressista nella politica da potenza imperialista della Russia: il nazionalismo Grande Russo non è un’alternativa progressista alla Nato. Lottiamo contro l’aggressione georgiana e occidentale in Ossezia del Sud e Abcasia come Putin e Medvedev, ma non al loro fianco. Anzi, contro di loro!
Per il proletariato appellarsi alla Nato (in Georgia) o allo sciovinismo (in Russia) è un errore fatale: entrambi vanno contro gli interessi dei lavoratori, dividendoli e ingannandoli.
Solo i lavoratori russi possono sconfiggere il nazionalismo Grande Russo. Anche per questo i lavoratori georgiani hanno interesse a fraternizzare con essi e non a combatterli. D’altra parte in Georgia solo un governo operaio e contadino sarebbe in grado di rompere con l’imperialismo occidentale e al tempo stesso riconoscere il diritto all’autodeterminazione e anche di secessione di Ossezia del Sud e Abcasia, se lo desiderano. Il diritto dall’autodeterminazione per i rivoluzionari è legittimo per ogni popolo ed è l’unica strada che può portare il proletariato dei vari Paesi a unirsi e non a dividersi.
Per la Georgia una vera indipendenza può essere ottenuta solo contro e non con l'appoggio dell'imperialismo.
Questi compiti, che sono urgenti, sono immensi, e solo una direzione internazionale delle lotte può portare il proletariato al successo e salvare il pianeta dalla catastrofe. Ecco perché ripetiamo che oggi più che mai è urgente la rifondazione di una Internazionale proletaria rivoluzionaria.
 
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