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I
rivoluzionari e i movimenti pacifisti
Ruggero Mantovani
L’ideologia pacifista,
in particolare nel XX secolo, si è caratterizzata per il rifiuto della violenza e
della guerra
come strumenti per la soluzione dei conflitti. Il
termine si riferisce, in effetti, a un ampio spettro di posizioni, che vanno dalla
specifica condanna della guerra a un approccio totalmente nonviolento
alla vita. In definitiva, il pacifismo ha assunto sia fisionomie cosiddette etiche (la
convinzione che la violenza sia moralmente sbagliata) e sia quelle pragmatiche
(la convinzione che la violenza non sia mai efficace).
Ma tutta la storia del
movimento operaio internazionale nei suoi snodi essenziali ha, sulla questione
della guerra, costantemente registrato un’insanabile frattura tra i
rivoluzionari, i pacifisti piccolo-borghesi e il centrismo burocratico espresso
dallo stalinismo. Una rottura consumata tra chi ha ritenuto (e ritiene) che le
guerre sono l’espressione della politica armata del capitale e solo una lotta
per il socialismo può salvare le masse popolari da ulteriori massacri; e chi ha
ritenuto (e ritiene), in nome della riforma pacifica, di contrapporsi alla
guerra utilizzando la menzogna di rendere progressive e più democratiche le
istituzione borghesi.
“Sfruttando l’amore
naturale delle masse per la pace - riteneva Trotsky - e deviandolo dal suo
proprio corso, i pacifisti piccolo-borghesi si trasformano così in sostenitori
inconsci dell’imperialismo.” In definitiva, tutta la
storia del Novecento ha confermato le ambiguità e le contraddizioni del
pacifismo nelle sue varie articolazioni teoriche e politiche.
L’inconciliabile politica
del pacifismo con la lotta di classe.
La
socialdemocrazia, che si è sviluppata nel decennio precedente alla prima guerra
mondiale (1914-1918), fu il risultato delle condizioni oggettive maturate
nell’economia capitalista e della prassi riformista che subordinò le lotte
rivoluzionarie per il rovesciamento del capitalismo, alla difesa degli interessi
espressi dalle sue burocrazie politiche e sindacali.
Nei partiti della II
Internazionale, ingannando il proletariato, si sviluppò l’idea che la difesa
nazionale derivante dal dogma della solidarietà nazionale delle classi, si poneva
al di sopra della lotta di classe. Di conseguenza, il pacifismo che prese corpo
nei partiti riformisti (parlamentare, sindacale, municipale, cooperativo) è
stato il riflesso di una visione legalista della guerra (violazione di norme
giuridiche ed etiche), con il risultato di legarsi costantemente agli interessi
delle borghesie nazionali, fino a votare, nel 1914, i crediti di guerra e
legittimare, in nome della difesa nazionale, la carneficina della prima guerra
mondiale.
Una politica che ha
determinato la dissoluzione della II Internazionale ma che, con l’emergere del
centrismo quale forma più radicale del riformismo, non mutava la sua
prospettiva rispetto alla guerra. La conferenza di Zimmerwald del 1915
convocata contro la prima guerra mondiale, che raccolse tutti i dissidenti
della II internazionale, in nome di un internazionalismo del tutto platonico,
proclamava non a caso: “No” alla guerra e “Sì” alla pace senza annessioni. Fu
la piccola corrente di sinistra che si era formata al suo interno, guidata da
Lenin, Trotsky e Luxemburg, che si contrappose alla guerra non in nome della
pace, ma nella prospettiva della guerra civile, gettando le basi della
successiva rivoluzione Russa e della costruzione della III Internazionale.
Trotsky il 12 giugno del
1940, nel corso di un incontro con alcuni militanti del Socialist Workes
Party (sezione statunitense della IV Internazionale), asserì: “Noi
prepariamo un nuovo terreno per rovesciare i militaristi. I pacifisti
continuano a cullare gli operai per appoggiare i militaristi (…) gli obiettori
di coscienza hanno accettato tutto in tempo di pace ma non vogliono accettare
la guerra ”.
Una posizione pianamente
coerente con il bolscevismo, tant’è che Lenin nel 1914 con l’articolo La
situazione e i compiti dell’Internazionale socialista sostenne: “E' una
pura sciocchezza una lotta disarmata contro la borghesia armata, l’illusione di
distruggere il capitalismo senza un’accanita guerra civile (…) la propaganda
della lotta di classe è un dovere del socialista anche nell’esercito”.
Non diversamente il
centrismo burocratico espresso dallo stalinismo, che proclamava in nome della
concezione del “socialismo in un paese solo” il disarmo generale e la reciproca
condanna dell’aggressione, si legò alle concezioni pacifiste piccolo-borghesi
maturate nel riformismo e nelle correnti centriste.
Sul punto è Trotsky a
scagliarsi contro la burocrazia staliniana ritenendo che “le azioni ed i
discorsi della diplomazia sovietica hanno di gran lunga oltrepassato i limiti
dei compromessi inevitabili, ammissibili e pratici, divenendo la fonte delle
illusioni pacifiste e delle castronerie socialpatriottiche più flagranti… La
difesa dell’Urss è concepibile soltanto se l’avanguardia proletaria
internazionale è indipendente dalla politica della diplomazia sovietica, se
essa gode di una totale libertà di smascherare i suoi metodi nazionalisti
conservatori, che sono diretti contro gli interessi della rivoluzione mondiale
e, con ciò, anche contro gli interessi dell’Unione Sovietica”.
Il pacifismo che si è
espresso nelle sue varianti storiche, si è costantemente contrapposto alla
politica rivoluzionaria che, usando la celebre espressione di Karl Liebknecht riteneva
che “Il nemico principale del popolo è nel suo stesso Paese”.
La parola della pace non
ha niente in comune con il pacifismo, qualora essa sprigioni dalle necessità
delle classi sfruttate, fraternizzi queste ultime e le unisca contro gli
sfruttatori. In definitiva, la concezione bolscevica di “trasformare la guerra
imperialista in guerra civile” ha rappresentato il compito strategico contro la
guerra dei Paesi capitalistici che, lungi dall’essere una concezione ideologica,
è stata costantemente confermata dalla storia: le conseguenze della guerra
franco-prussiana del 1870-71, come pure quelle della carneficina imperialista
del 1914-18, hanno prodotto la Comune di Parigi, le rivoluzioni di febbraio e
di ottobre in Russia, le rivoluzioni in Germania e in Austria-Ungheria, le
insurrezioni in un certo numero di paesi belligeranti; la carneficina della seconda
guerra mondiale ha prodotto nei decenni successivi la lotta contro il
colonialismo francese con la battaglia di Algeri, le esperienze rivoluzionarie in
Cina e a Cuba e la guerriglia in Vietnam.
Il ruolo dei comunisti nel
movimento pacifista.
Queste esperienze sono
state l’espressione inevitabile della storia e della questione di classe, e in
piena continuità si sono riprodotte oggi con le guerre in Irak, prima ancora in
Afganistan e nel Kossovo, le quali smentiscono clamorosamente l’ideologia di un
impero indistinto e globalizzato, riproponendo nella sua attualità il ruolo
ineliminabile dello stato nazionale quale gendarme del capitale.
Tanto più oggi, la globalizzazione
non è rappresentabile come quadro dell’economia mondiale, ma quale effetto
naturale della restaurazione capitalistica dopo la caduta del muro di Berlino,
privando d’ogni base reale sia la mitologia pacifista dell’impero, che le
fantasie del campismo neo-togliattiano. Si ripropone, in definitiva, la
politica di terrore e barbarie dell’imperialismo, con le ingenti concentrazioni
monopolistiche, le speculazioni finanziarie, il riavvio delle politiche
neo-coloniali e della guerra imperialista per il saccheggio dei paesi
dipendenti. Ma al di là dell’uso che il movimento pacifista ha fatto della pace
(il quale anche oggi ripropone una visione legalistica ed etica della guerra senza
porsi il problema della rottura con le politiche borghesi), per i comunisti
conseguenti non è pensabile sviluppare una critica dall’esterno del movimento.
I marxisti rivoluzionari
devono continuare a proporre l’unità sul terreno della mobilitazione per
costruire il più ampio fronte possibile contro la politica guerrafondaia
dell’imperialismo. Scriveva Lenin: “Lo stato d’animo delle masse a favore della
pace esprime spesso un principio di protesta, di indignazione e di coscienza
del carattere reazionario della guerra. Sfruttare questo stato d’animo è un
dovere di tutti i socialdemocratici... Chi vuole la pace democratica e duratura
deve essere per la guerra civile contro i governi e contro la borghesia”.
Di conseguenza, sviluppare
una piattaforma di “guerra alla guerra” tanto più oggi significa: denunciare
gli interessi economici che gravitano intorno alle guerre imperialiste; porre
il problema della proprietà delle industrie belliche attraverso la loro nazionalizzazione
senza indennizzo; sviluppare in modo coerente la costruzione di
un’organizzazione internazionale di opposizione alle politiche borghesi .
L’intervento dei
comunisti nel movimento pacifista, oggi come ieri, non può prescindere dalla
costruzione di un’egemonia alternativa che combatta apertamente l’illusioni
pacifiste, poiché trarre fino in fondo le lezioni delle guerre commerciali e
militari dell’ultimo decennio, significa trascendere il movimento pacifista in
uno strumento di mobilitazione internazionale che si ponga il compito storico della
costruzione del socialismo.
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