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Cinque anni di battaglia per l’acqua pubblica
Dalla nascita dei
Forum per l’acqua, al blocco del ddl Lanzillotta
Michele Rizzi*
Il percorso di raccolta firme per
la ripubblicizzazione dell’acqua, avviato un anno fa dal Forum italiano dei
movimenti dell’acqua, di cui fa parte anche il Partito di Alternativa
comunista, ha portato ad alcuni successi importanti. In primis, si è esteso su
tutto il territorio nazionale un forte movimento di lotta, fatto di
organizzazioni sindacali, politiche e centri sociali, che ha di fatto posto
all’attenzione della gente il tema della gestione pubblica di quello che viene
definito, e non a torto, “l’oro del XXI secolo”, ossia l’acqua.
La nascita del movimento
Manifestazioni locali,
occupazioni di consigli comunali, comunicati stampa, hanno mobilitato migliaia
e migliaia di attivisti contro la privatizzazione dell’acqua e dei servizi
connessi. Questa fortissima mobilitazione ha prodotto la raccolta di circa
400.000 firme su tutto il territorio nazionale per una legge di iniziativa
popolare come strumento di rafforzamento delle tante vertenze territoriali e
come elemento di riunificazione delle stesse che, nonostante la limitazione
delle parole d’ordine e la nostra convinzione che non è una legge in uno stato
borghese a cambiare i rapporti di forza, ha creato comunque un forte fronte
unico di lotta che nei fatti ha espresso posizioni antigovernative.
Posizioni antigovernative, anche
perché, nonostante l’opinione contraria degli esponenti di quei partiti della
Sinistra Arcobaleno che fanno parte dei comitati stessi, l’operazione da
battere è proprio quella del Governo Prodi, del quale questi partiti fanno
parte, che con la ministra Lanzillotta ed il suo famigerato ddl, puntano alla
privatizzazione completa del bene primario.
E’ netta ormai la consapevolezza
diffusa nei comitati che centrodestra e centrosinistra hanno un’impostazione
economica piuttosto simile, partendo dalle tante operazioni di privatizzazione dei
servizi idrici locali, alcune andate in porto, altre no, ove le due coalizioni
hanno fatto a gara a chi fosse più garante degli interessi dei privati.
La storia della svendita
Negli anni, infatti, i passaggi
verso la svendita ai privati della gestione dei servizi idrici è stata di varia
natura. Ci sono stati enti locali che hanno creato s.p.a. interamente pubbliche
come primo passo verso la privatizzazione, o società miste pubblico-privato o
hanno affidato il tutto direttamente ai privati. Si sono anche creati veri e
propri colossi (multiutility) che si
occupano della gestione dei servizi pubblici, e non solo di servizi idrici, che
competono nella gestione di quelli di altri territori, con manager superpagati,
con l’aumento smisurato delle bollette ed un servizio scadente. Il tutto
nell’ottica capitalista che il pubblico è inefficiente e che ogni bene comune
debba diventare un business per i grandi potentati economici. D’altronde, in
una decina d’anni, dopo un forte riflusso delle lotte, governi nazionali e
locali, di qualunque colore politico, hanno privatizzato tutto quello che era
possibile privatizzare, dalle Ferrovie, alle Poste, dall’Enel adesso
all’Alitalia. Mancava una chiara normativa nazionale sulla gestione dell’acqua.
E qui il ruolo del Governo Prodi
e della ministra Lanzillotta che ha preparato un ddl, per adesso bloccato dalla
moratoria di un anno, che nei fatti obbliga i comuni all’affidamento ai privati
della gestione dell’acqua. Infatti, il ddl che la ministra per adesso mantiene
in un cassetto della sua scrivania ministeriale, grazie soprattutto alla forte
mobilitazione dei movimenti per l’acqua, impone un insieme di condizioni che
l’ente locale deve rispettare per gestire direttamente i servizi con società a
totale partecipazione pubblica (gestione diretta, cosiddetta “gestione in
economia” o tramite aziende speciali, interamente pubbliche) o con società
miste, se non è intenzionata a mettere a gara gli stessi. E sono condizioni che
gli stessi amministratori locali rifiutano, perché ormai con la gestione ai
privati di quasi tutti i servizi pubblici, viene giudicato un quasi “ritorno al
passato”; infatti si sarebbe soggetti al patto di stabilità interno per le
spese, ai concorsi pubblici per l’assunzione del personale, di fronte al blocco
delle assunzioni e al taglio dei trasferimenti nazionali agli enti locali che
nei fatti rendono quasi impossibile questa strada. Quella più in voga, invece,
che l’ala liberale dell’Unione vorrebbe è il passaggio totale all’affidamento
dei servizi pubblici ai privati, ossia la creazione ovunque di società private
o miste, come Acea, Hera, Asm che si quotano in Borsa, con manager come il
presidente dell’Aem di Milano, Giuliano Zuccoli, con stipendio annuo di
2.209.000 euro, legati agli stessi politici privatizzatori e garanti anche di
buoni pacchetti di voti.
L’alternativa di lotta alla privatizzazione
La battaglia dei Comitati
dell’acqua è indirizzata verso la totale ripubblicizzazione della gestione dei
servizi idrici, senza artifizi gestionali, senza nessun tipo di inserimento nel
core business della gestione
dell’acqua da parte dei privati.
Un primo risultato parziale lo si
è ottenuto ed è stato il blocco di questa operazione. Adesso, però, i quarantamila
militanti dei comitati per l’acqua pubblica che hanno partecipato alla
manifestazione nazionale del 1 dicembre a Roma, promossa dal Forum nazionale
per i movimenti per l’acqua, chiedono che la battaglia in controtendenza
continui, che la ministra Lanzillotta e gli intenti privatizzatori di questo
governo vengano definitivamente sconfitti, che i comitati continuino localmente
a costruire sentieri di lotta contro le amministrazioni di centrodestra e
centrosinistra che hanno avviato percorsi di privatizzazione dei servizi idrici
locali, che si continui la lotta per la ripubblicizzazione di quelli già
regalati ai colossi delle multiutility, che si costruisca una vera sinistra di
alternativa ai potentati capitalistici ed alle forze politiche di falsa
sinistra che li sostengono.
* Coordinamento
regionale pugliese per la ripubblicizzazione dell’acqua
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