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Di lavoro si muore
L’omicidio dei sette
operai alla Thyssenkrupp di Torino
Enrica Franco
La recente strage presso la Thyssenkrupp di Torino ha
suscitato scalpore e sgomento nella gran parte della popolazione, in molti nemmeno
immaginavano che nel nostro Paese si potesse lavorare in tali condizioni di insicurezza;
del resto l’argomento delle morti bianche è quasi bandito dai media nonostante
il numero spaventoso di vittime. C’è però anche un congruo numero di persone che
conoscevano benissimo la situazione: oltre ai poveri lavoratori ridotti al
silenzio, ne erano coscienti ovviamente i padroni carnefici (al momento
accusati di omicidio volontario), ma anche i sindacati e il governo che avevano
da poco firmato l’accordo per chiudere l’azienda, eppure abbiamo dovuto
assistere alla solita sceneggiata con tanto di lacrime di coccodrillo. I membri
del Governo hanno elargito vaghe promesse inconsistenti e hanno partecipato
alle manifestazioni e ai funerali, sperando che qualche comparsata potesse
bastare a placare la rabbia degli operai.
Una storia di
privatizzazioni e accordi al ribasso
Le acciaierie italiane vennero privatizzate negli anni ‘90
dall’allora presidente dell’Iri Romano Prodi, dopo un breve passaggio nelle
mani di imprenditori italiani il settore siderurgico passa definitivamente in
mano tedesca. Devono trascorrere solo pochi anni affinché la differenza tra
pubblico e privato si faccia prepotentemente sentire: la multinazionale tedesca
ha naturalmente come unico obiettivo il proprio profitto e decide di spostarsi dove
la manodopera costa meno. E’ del 2004 la scioccante notizia che la Thyssenkrupp
ha intenzione di chiudere un intero reparto a Terni: un reparto, quello del
magnetico, che funziona benissimo ed è anzi all’avanguardia, fiore all’occhiello
dell’intera città cresciuta intorno ai suoi impianti siderurgici. Gli operai
capiscono che c’è in gioco l’intera azienda ternana, il settore magnetico è
solo il primo obiettivo, così grazie ad una straordinaria mobilitazione
culminata in uno sciopero a oltranza ottengono un’importante vittoria: la
Thyssenkrupp resterà a Terni. Nonostante l’insperato successo della lotta
operaia l’accordo sindacale si chiude come sempre al ribasso per i lavoratori
che dovranno accettare prepensionamenti, mobilità e persino la chiusura di un
intero settore.
L’azienda tedesca è dunque costretta dalle lotte operaie a
scommettere sulla città abruzzese e dirotta l’intera produzione a Terni; è a
questo punto che la fabbrica torinese diventa il principale obiettivo. La
notizia della dismissione giunge a Torino come un fulmine a ciel sereno, la
produzione infatti marciava benissimo e i lavoratori erano sottoposti a continue
ore di straordinario. Nonostante due mesi di scioperi (ma nessuno sciopero a
oltranza) i sindacati accettano supinamente la chiusura di una fabbrica di 400
dipendenti. Il 25 luglio 2007 viene firmato l’accordo presso il Ministero dello
Sviluppo Economico che prevede incentivi per chi accetta la cassa integrazione
o la mobilità o per chi decida di trasferirsi nelle fabbriche di Terni o Milano.
Da quel 25 luglio al 6 dicembre, giorno del terribile
incendio, i lavoratori erano già passati da 400 a 200 e tra i più fortunati che
avevano trovato una nuova collocazione c’erano proprio i responsabili della
sicurezza. La fabbrica era abbandonata a se stessa, la multinazionale tedesca
non aveva alcun interesse a spendere nemmeno un centesimo per uno stabilimento
in dismissione, mancava ogni tipo di controllo: gli idranti erano rotti, gli
estintori semivuoti e persino i telefoni erano fuori uso, si lavorava in una
condizione di estremo pericolo. Nonostante questo la produzione era ancora
talmente elevata che i lavoratori erano costretti a turni massacranti persino
di 12 ore.
Una tragedia
annunciata
I lavoratori torinesi non avevano dunque alcun tipo di
tutela, né per il presente né per il futuro, erano costretti a lavorare in
silenzio perché avevano una famiglia a carico e un mutuo da pagare; si tratta
di situazioni disumane che siamo abituati a pensare esistano solo in Cina grazie
ai nostri media che ci propinano tutt’altre storie, eppure le condizioni degli
operai italiani e stranieri nel resto del Paese non sono affatto dissimili da
quelle delle povere vittime dell’acciaieria.
La notte del 6 dicembre scorso questa miscela di criminale
trascuratezza e estremo bisogno di lavoro portò alla tragedia: un banale incendio
si trasformò ben presto in un mare di fuoco indomabile, gli estintori e gli
idranti inutilizzabili fecero sì che sette operai bruciarono vivi senza
possibilità di scampo.
La necessità di una
nuova direzione
La rabbia operaia è esplosa in una grande e commovente
manifestazione che ha urlato il proprio odio contro i padroni assassini, ma
anche contro i politici e i sindacalisti, i fischi e le contestazioni non sono
mancati per nessuno, neanche per Bertinotti e Rinaldini. Sebbene infatti la
colpa di ciò che è accaduto è da imputare in gran parte ai dirigenti della
Thyssenkrupp, non dimentichiamo che i sindacati confederali e il Governo hanno
accettato la chiusura della fabbrica e hanno abbandonato i lavoratori al loro
destino. Gli operai torinesi si sono purtroppo resi conto sulla loro pelle che le
burocrazie sindacali sono complici dei padroni, ma al momento non esiste
un’alternativa abbastanza forte, è per questo che è importante lavorare da
subito alla ricostruzione di un sindacato di classe e al consolidamento di un
forte partito comunista in grado di offrire alle lotte di tutti gli sfruttati un
orizzonte diverso: la liberazione del lavoro dallo sfruttamento capitalistico,
affinché certe tragedie non accadano più.
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