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Le morti bianche sono omicidi!
La quotidiana
strage impunita del capitale
Davide Margiotta
La più grande guerra combattuta
nel mondo è quella di classe tra sfruttatori e sfruttati. Come marxisti abbiamo
continuato ad affermare questa elementare verità anche nei tempi in cui persino
a sinistra si discuteva della fine del lavoro salariato e della lotta di classe.
La guerra del capitale
contro i lavoratori miete ogni anno nel mondo due milioni e mezzo di vittime,
quattro al giorno in Italia. Secondo una inchiesta dell’Eurispes lavorare è più
pericoloso che combattere in Iraq:
dall'aprile 2003 all' aprile 2007 i militari della coalizione caduti nella
Guerra del Golfo sono stati 3.520, mentre, dal 2003 al 2006, solo nel nostro
Paese i morti sono stati ben 5.252. Un incidente ogni 15 lavoratori, un morto
ogni 8 mila.
Più o meno tutti i media (borghesi) riportano periodicamente
qualche articolo che cita questi e altri dati. Tutti questi numeri servono ad
uno scopo ben preciso: assuefare il lettore alla notizia, fare sembrare questa
immane mattanza qualcosa di inevitabile e di fisiologico. Nessuno di loro
infatti indaga minimamente la vera causa di tutti questi morti, relegandoli al
ruolo di mere statistiche.
E’ necessario al contrario
indagare le cause profonde di questo stillicidio.
Un governo amico dei lavoratori?
Molti sono i lavoratori che hanno
riposto grande speranza nel governo dell’Unione. I fatti e non le chiacchiere
hanno dimostrato impietosamente una volta di più come non esista nel sistema
capitalista un governo amico dei lavoratori. Le morti “bianche” hanno
continuato ad un ritmo incessante e nulla è stato fatto per difendere la vita
di quegli stessi lavoratori che avevano votato per l’Unione. La legislazione
del governo Prodi in materia si limita al momento a un disegno di legge delega
sulla sicurezza nei posti di lavoro le cui norme principali dovrebbero essere
approvate ed entrare in vigore a gennaio. Ma ancora una volta nel piatto dei
lavoratori non c’è l’arrosto, ma solamente il fumo. Accanto alle solite vaghe
promesse di lotta al lavoro nero (chi, come e quando la farà, è un mistero che
il decreto non svela), a nuove norme su appalti e sub-appalti (costi per
la sicurezza indicati nei bandi di gara, divieto di ribasso d'asta), e
all’assunzione di una manciata di nuovi ispettori del lavoro, trovano posto gli
immancabili aiuti alle imprese: venti milioni di euro all’anno tra agevolazioni
e crediti di imposta per formazione e prevenzione. Oltre al danno la beffa! A
noi i morti da piangere, ai padroni
i soldi. Anche qualora fossero accertate delle precise responsabilità per la
morte di un lavoratore sono previsti al massimo fino a centomila euro e fino
a 3 anni di reclusione. Questo è quello che vale la nostra vita secondo il
governo “amico”.
Nessuna delle vere cause
di questi omicidi viene minimamente intaccata dal provvedimento: ritmi
disumani, mancanza di misure di
sicurezza, mansioni pericolose, lavoro nero, manutenzione mancante o affidata a mani
inesperte, i ricatti di cui si è vittima quotidianamente nelle fabbriche e nei
cantieri (soprattutto
precari e immigrati), la difficoltà ad arrivare a fine mese e quindi la paura
di mettersi in cattiva luce davanti a capi e capetti.
Le
leggi precarizzanti e razziste sono leggi assassine!
A partire dagli anni novanta lo stato
borghese ha lanciato un nuovo massiccio attacco alle condizioni di vita del
proletariato a favore dei profitti delle aziende che negli ultimi dieci anni
hanno fatto registrare un incremento del 90%! Con il varo del Pacchetto Treu
(votato anche dal Prc) durante il primo governo Prodi è iniziata su larga scala
la campagna tesa a distruggere il
posto fisso.
Dal Pacchetto Treu alla legge Biagi del
governo Berlusconi il passo è breve, fino ad arrivare al recente protocollo sul
Welfare di Damiano che conferma il precariato come uno degli assi portanti del
capitalismo italiano. Così anche dalla Turco-Napolitano che introduceva i lager
per immigrati alla Bossi-Fini il passaggio è quasi scontato. Il capitale punta a
mettere i lavoratori in concorrenza tra di loro (fissi contro precari, italiani
contro stranieri, persino padri contro figli sulla questione delle pensioni)
per poterli meglio ricattare e meglio sfruttare.
Tra i precari e gli atipici i tassi di mortalità e di infortunio sono almeno due, tre
volte superiori a quelli dei lavoratori stabili, stando ai dati dell’Inail (che
tengono conto solamente degli incidenti denunciati). Spesso chi difende il
precariato afferma che è comunque un metodo per contrastare il lavoro nero (i
cui morti nessuno sa quanti siano): in realtà secondo uno studio elaborato su dati Istat dalla Cgia di Mestre, in Italia negli ultimi 10 anni
i lavoratori in nero sono aumentati di 95 mila unità, arrivando a oltre 3
milioni nel 2003 (ultimo dato disponibile). Ancora più dura è la condizione
degli immigrati che, sempre secondo i dati Inail, sono in percentuale più
colpiti degli italiani, e la ragione è persino ovvia se si pensa che per questi
lavoratori il rischio di perdere il lavoro è una prospettiva ancora più
devastante. Tra
di loro i più colpiti sono proprio quei rumeni dipinti dai media come ladri,
assassini e stupratori.
Lotta di classe e
controllo operaio
Secondo il borghese
benpensante, la vita umana è sacra e la violenza è cosa cattiva. Tutta
l’ideologia borghese si regge su una serie di formule astratte di questo tipo
che hanno l’unico fine di difendere il potere costituito. Essa infatti in tutte
queste belle frasi omette l’essenziale: la parola borghese. In realtà, è la vita
dell’uomo borghese ad essere sacra, è la violenza contro la borghesia a essere una cosa
sbagliata, e così via.
La borghesia, come ogni
classe dominante della storia, rappresenta i propri interessi come quelli di
tutta l’umanità, e si riserva il diritto di infrangere
tutti i tabù e le regole imposti al resto della società per perpetrare il
proprio dominio. La vita dei lavoratori non è affatto sacra: sull’altare del
profitto ciò che è sacro diventa profano, e la violenza della vita quotidiana
sotto il giogo capitalista diventa del tutto accettabile. La violenza di non
arrivare a fine mese, la violenza di subire ogni tipo di ricatto sul posto di
lavoro, la violenza di non avere diritto a una casa, a un lavoro, allo studio,
la violenza di morire lavorando è del tutto accettata. L’umanità è schiacciata sotto il tallone
di ferro del capitale che, travestito da democrazia parlamentare, impone in
mille modi la sua dittatura, la sua violenza, la sua arroganza. E’ tempo che i
lavoratori organizzino la propria difesa, a partire da quella per la propria
sopravvivenza, e facciano pagare il conto ai propri aguzzini. Nessun governo
“amico” e nessuna legge dello stato borghese cambierà la situazione. L’unico
modo concreto per reagire alla strage in atto è la lotta di classe.
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