Le missioni militari del governo Prodi
Nel segno dell’imperialismo
Antonino Marceca
Il Presidente del Consiglio,
Romano Prodi, appariva compiaciuto in sala stampa a Palazzo Chigi il 21
dicembre, giorno dell’approvazione al Senato della manovra Finanziaria per il
2008 e del pacchetto Damiano sulle pensioni e il mercato del lavoro. Una
soddisfazione derivante dai risultati conseguiti, a totale beneficio della
borghesia, sulla politica economica e sociale e sulla politica estera. Proprio
su questo terreno, riferendosi alle quote di esportazione, Prodi sottolineava
il passaggio dell’Italia dal nono al settimo posto, scavalcando la Gran
Bretagna e il Canada.
La bilancia commerciale nei primi
nove mesi del 2007 segnava un passivo di 7,8 miliardi contro i 18,7 miliardi
dello stesso periodo dell’anno precedente, infatti nei primi nove mesi del 2007
l’Italia ha esportato 27,4 miliardi di merce in più rispetto all’analogo
periodo del 2006. Un incremento di esportazioni, al di sopra della media
dell’Ue, verso i paesi del Golfo, India, Russia e Turchia; solo verso la Cina l’incremento è stato al
di sotto della media nell’Ue.
Spese militari e polo
imperialista europeo
Non si può dire che i ministri
della Sinistra arcobaleno abbiano ostacolato queste politiche e il conseguente
incremento delle spese di guerra. Anzi, mentre il governo autorizzava la
costruzione di una nuova e più grande base militare Usa a Vicenza e la
ristrutturazione della base militare di Sigonella, il ministro della Difesa
andava a firmare nel febbraio 2007 a Washington l’accordo quadro sullo scudo
antimissile in Europa.
La Finanziaria 2008, dopo
aver predisposto la copertura monetaria per l’organizzazione alla Maddalena del
G8 nel 2009, che torna in Italia otto anni dopo la mattanza di Genova, assegna
alla spesa militare 21 miliardi di euro, un incremento dell’11% che va ad
aggiungersi al 12% registrato l’anno scorso: un incremento che in due anni ha
raggiunto il 23% collocando l’Italia al settimo posto mondiale per spese
militari.
La manovra prevede il
finanziamento per l’acquisto di velivoli e fregate da guerra (Cacciabombardiere
Joint Strike Fighter, F35 Lightning e fregate Fremm) e per assicurare la
continuità al programma di caccia da combattimento europeo Eurofighter.
L’Italia partecipa con un ruolo da protagonista alle missioni Nato, che ha
dislocato oltre 50 mila uomini nel mondo. Il Nuovo Modello di Difesa prevede
tra l’altro la formazione di 190 mila uomini pronti alla “proiezione rapida”
nei territori esteri di “interesse nazionale”, altri uomini e mezzi sono
destinati alla salvaguardia del muro di Schengen contro gli immigrati. Non
solo, prima di concludere l’anno il consiglio dei ministri ha stanziato 100
milioni di euro per il proseguimento, in attesa del nuovo decreto, di tutte le
missioni italiane dal Kosovo, al Libano, all’Afghanistan.
Una delle maggiori novità del
governo Prodi rispetto al governo precedente è stata quella di operare per una
maggiore integrazione del capitalismo italiano nel quadro dell’Ue. In questo
percorso si inserisce l’incontro svoltosi il 28 maggio 2007 all’Eliseo tra il
presidente del consiglio, Romano Prodi, e il presidente francese, Nicolas
Sarkozy. Nell’incontro è stata posta l’esigenza di “uscire dalla situazione di
blocco” determinatasi nell’Ue dopo la bocciatura nel 2005 della Costituzione
europea ai referendum francese e olandese. Il 13 dicembre
i rappresentanti dei ventisette Stati membri dell'Ue hanno firmato a Lisbona un
nuovo Trattato, destinato a modificare i due vigenti accordi su cui si regge
l'Unione europea, ossia il Trattato di Roma del 1957 e il Trattato di
Maastricht del 1992. Il nuovo Trattato di Lisbona, per una via più defilata,
mantiene e conferma le principali novità previste dal Trattato per la Costituzione Europea
del 2004, mai entrato in vigore. Il “Trattato sull’Unione Europea” conferisce
all’Ue personalità giuridica, ne rafforza il potere esecutivo attraverso la
nascita di fatto di un ministro degli esteri, che disporrà di un servizio
diplomatico e di difesa comune, attraverso il nuovo strumento delle
cooperazioni strutturate. Nell’incontro di maggio all’Eliseo tra Prodi e
Sarkozy vennero affrontate inoltre altre questioni: gli interventi in Libano,
Afghanistan, nella sponda mediterranea dell’Africa.
Iraq, Afghanistan, Libano, Kosovo...
Il 20 dicembre il congresso degli
Stati Uniti d’America ha votato il finanziamento (70 miliardi di dollari) per
il 2008 della guerra coloniale in Iraq e in Afghanistan, soldi in gran parte
destinati ai ‘contractors’ statunitensi. Il presidente del Senato
Marini è intervenuto sulla questione chiedendo di "potenziare, con mezzi
adeguati e personale addestrato, le missioni italiane nei Balcani, in Medio
Oriente ed in Afghanistan".
In Afghanistan, ormai è palese,
le forze italiane sono direttamente impegnate in combattimento, una guerra che
dura dal gennaio 2002 quando la Nato (Isaf) ha occupato il paese asiatico. Dal
6 dicembre fino all’agosto 2008 l’Italia ha assunto il comando delle truppe
Nato a Kabul, uno dei cinque comandi Isaf. Per l’intervento a Kabul e Herat
(provincia confinante con l’Iran) sono stati inviati dall’Italia 2160 militari,
5 elicotteri Mangusta, 8 carri armati Dardo e 10 blindati Lince. Pur avendo
occupato il Paese, con oltre 48 mila militari stranieri (41.000 Nato e 7.000
Enduring Freedom), alle potenze imperialiste le cose non vanno affatto bene: i
talebani controllano ormai circa il 50% del territorio, mentre Karzai controlla
appena Kabul e dintorni, il resto del paese e le sue istituzioni sono in mano
ai trafficanti di droga e ai signori della guerra. Un quadro che evidenzia
quanto mal riposto sia “l’orgoglio” di Prodi sulla partecipazione italiana alla
guerra.
In Libano, l’Italia dal 2
febbraio 2007 ha assunto il comando della missione militare Unifil 2,
costituitasi con risoluzione Onu nell’agosto 2006, dopo la criminale
aggressione israeliana e l’eroica resistenza soprattutto delle milizie di
Hezbollah. I 2450 militari italiani, insieme alle forze di Francia, Ghana,
Qatar e Slovenia, hanno il compito di tenere sotto stretta sorveglianza
Hezbollah e sostenere il governo Siniora nel Libano e lo Stato di Israele.
Israele, uscito sconfitto dalla resistenza libanese, si è assicurato attraverso
la missione Unifil 2 la copertura del lato della frontiera libanese, la quale gli
ha consentito di indirizzare le sue forze militari contro i palestinesi.
D’altra parte l’Italia è legata allo “Stato ebraico” da un Trattato di
cooperazione e assistenza militare.
Infine il Kosovo, dove gli Usa
hanno realizzato a Camp Bondsteel la più grande base militare d’Europa, mentre
la Nato tiene la regione sotto occupazione. L’Italia è presente in Kosovo dal
1999, dopo la guerra “umanitaria” contro la Jugoslavia, con 2305 militari
schierati a Pristina, Pec (Belo Polje), Decane, mentre l’aeronautica militare
gestisce fin dal 2000 l’aeroporto di Djakovica. A metà dicembre il Consiglio di
Sicurezza dell’Onu, presieduto dall'Italia, ha chiarito che nessun accordo è
possibile sul futuro status del Kosovo. Le posizioni della Russia - che
sostiene Belgrado e insiste per la prosecuzione delle trattative - con quelle
di Stati Uniti e Ue - favorevoli ad un'indipendenza kosovara – rimangono
distanti. Il ministro degli Esteri D’Alema in quella sede si è fatto portavoce
degli interessi geostrategici e militari dell’Ue e dell’Italia. Il Consiglio
europeo ha infatti annunciato l’intenzione di dispiegare una missione “militare
e civile” nel Kosovo finalizzata a rimpiazzare l’amministrazione Unmik - Onu
per gestire l’indipendenza, in aggiunta ai 16 mila soldati e duemila funzionari
europei che occupano la regione. Il premier del Kosovo, Hashim Thaci, ha
dichiarato di essere "pronto per l'indipendenza", pur assicurando che
la proclamazione di Pristina sarà concordata con Ue e Usa. In questo caso è
probabile la risposta secessionista serba di Kosovska Mitrovica. Nei fatti già
oggi il Kosovo si configura come una piattaforma di controllo e di attacco
dell’imperialismo nel cuore dei Balcani; in queste condizioni parlare di
indipendenza del Kosovo è un puro eufemismo.
Via le truppe!
Il Partito di Alternativa
Comunista, congiuntamente alle sezioni europee della Lega Internazionale dei
Lavoratori - Quarta Internazionale, ha lanciato lo scorso anno una vasta
campagna europea per il ritiro delle truppe imperialiste e coloniali da tutti i
paesi dipendenti e dai teatri di guerra. Nel corso della campagna contro i
governi e l’imperialismo europeo sono state raccolte centinaia di migliaia di
firme. Una battaglia che si è inserita nella lotta contro la nuova costruzione
e l’ampliamento della base militare statunitense al Dal Molin a Vicenza, per la
chiusura e la riconversione ad uso civile delle basi militari. Una battaglia
internazionalista a sostegno della resistenza dei popoli oppressi contro
l’imperialismo e il colonialismo, per una loro reale autodeterminazione.
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