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Referendum in Irlanda
UNA VITTORIA DEL PROLETARIATO
EUROPEO
Una batosta per la
borghesia
di Davide Margiotta
Le masse popolari del Vecchio Continente hanno inflitto una
sonora batosta all’Europa del Capitale. Il referendum irlandese del 12 giugno
per l’approvazione del Trattato di Lisbona ha dato un esito inequivocabile:
53,4% di No, con un’affluenza alle urne maggiore di quella delle consultazioni
elettorali locali.
Il Trattato è bocciato nell’unico Paese in cui non sarà il Parlamento a doverlo
ratificare.
L'intero establishment irlandese si è schierato per
l'approvazione del Trattato: il governo di centrodestra; l'opposizione di
centrosinistra; il congresso dei sindacati; la Confindustria; la gerarchia
ecclesiastica; tutti gli organi di informazione. Il fronte del No è stato quanto
mai eterogeneo, passando dai movimenti sociali e pacifisti al partito
nazionalista “di sinistra” Sinn Fein, dal movimento Libertas del miliardario
Declan Ganley agli agricoltori preoccupati degli scarsi sussidi di
Bruxelles.
Nonostante queste condizioni impari, per la terza volta le masse
(dopo i No del 2005 in Francia e Olanda) hanno votato contro i piani
antipopolari dei burocrati della UE. Si tratta, pur tra mille contraddizioni, di
una grande vittoria per il proletariato europeo, ancora più importante perché il
No è stato maggioritario nei quartieri operai e popolari ed esprime quindi
un’indicazione di classe, seppur ancora in buona parte incosciente. Dopo la
bocciatura in Irlanda, il Trattato di Lisbona non potrà entrare in vigore come
previsto il primo gennaio del 2009, anche se chiaramente questo non sarà
sufficiente a fermare i disegni della grande borghesia del continente.
Subito
i suoi portavoce, come Barroso, attuale Presidente della Commissione Europea,
hanno chiarito che "Il Trattato è ancora vivo, non è morto”. Per Barroso il
processo di ratifica deve continuare secondo lo scandenzario previsto. E nel
vertice dei capi di Stato e di governo del 19 e 20 giugno a Bruxelles è stato
deciso di proseguire sulla strada del Trattato, alla faccia della presunta
democrazia!
Nessuno lo dice apertamente, ma l'idea che tutti condividono è
che l'Irlanda, rimasta da sola, potrebbe essere chiamata a rivotare sulla
ratifica, con una nuova formulazione che chieda ai cittadini di scegliere se
restare in Europa con il Trattato di Lisbona o se uscire. Il ministro degli
Esteri italiano Frattini ha confermato che l'Italia è impegnata ad andare avanti
con l'iter delle ratifiche parlamentari, anche se non ha saputo indicare un
termine entro il quale il Trattato verrà approvato.
Il significato del Trattato di
Lisbona
Questo Trattato modifica e sostituisce il Trattato di
Maastricht e il Trattato istitutivo della comunità europea (1957), ed è di fatto
la nuova versione del testo della Costituzione Europea. Con la sua entrata in
vigore aumenteranno i poteri straordinari della Commissione Europea in quasi
tutti i campi: politica, economia e difesa, limitando le sovranità nazionali e
facendo un passo importante verso la creazione del Polo imperialista europeo. La
politica di difesa del Trattato prevede apertamente l’utilizzo di missioni
militari offensive, con il potenziamento delle forze militari della UE, che
sarebbero guidate da un gruppo ristretto di Paesi.
In politica economica i
burocrati dell’Unione Europea avranno pieno titolo per bocciare misure decise
dai governi nazionali per difendere la propria economia, l’occupazione, i
redditi, l’industria e l’agricoltura, e intervenire sui prezzi, favorendo in
tutti i campi privatizzazioni, liberalizzazioni e in generale il liberismo più
selvaggio. Inoltre il Trattato aumenta i poteri della Commissione Europea.
Importanza (e limite) dei No
I No
francese ed olandese del 2005 e ora questo irlandese sono tra le più importanti
vittorie politiche delle masse europee negli ultimi anni.
Il progetto della
grande borghesia europea di costruire un Polo imperialista in competizione con
quello nordamericano sulle spalle del proletariato ha subìto delle battute
d’arresto: sul piano militare e su quello economico (ottenendo di mitigare
alcuni degli aspetti più brutali dell’offensiva neoliberale, contenuti nella
famigerata Direttiva Bolkenstein).
Come detto, ovviamente queste vittorie
elettorali di per sé non sono sufficienti a fermare il processo in atto, perché
il vero teatro dello scontro in atto non è nelle urne elettorali. La formazione
dell’Unione Europea rappresenta la piattaforma comune di partenza che consente
agli imperialismi europei di aggredire i lavoratori del continente.
Per
fermare l’offensiva capitalista occorre che il proletariato europeo prenda piena
coscienza del proprio ruolo e avanzi una alternativa al piano della borghesia,
non limitandosi a votare “No” ai referendum (tra l’altro concessi solo in questi
tre Paesi).
L’unica possibilità per i lavoratori di difendere le proprie
conquiste e di ottenerne di nuove è di rifiutare la prospettiva dell’Unione
Europea (che ha lo scopo di demolire le condizioni di vita del proletariato per
aprire nuove occasioni di profitto per i capitalisti) e sostituirla con la
prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d’Europa, sostituendo così gli
interessi dei grandi capitalisti, dei banchieri e dell’alta finanza con quelli
di lavoratori, immigrati e di tutti gli oppressi e gli sfruttati. Ovviamente
questo significa minare alla fondamenta il sistema di sfruttamento capitalista e
porre le basi per il suo abbattimento.
Per questo immane compito è più
urgente che mai una azione politica unitaria del proletariato in Europa e nel
mondo: in altre parole, occorre ricostruire una Internazionale dei lavoratori,
che nella nostra epoca significa la rifondazione della Quarta Internazionale. La
crescita della Lega Internazionale dei Lavoratori in Europa è un primo passo in
questa direzione.
Oggi più che mai la nostra parola d’ordine deve essere:
Proletari di tutti i Paesi, unitevi!
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