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sabato 19 luglio 2008
Referendum in Irlanda
UNA VITTORIA DEL PROLETARIATO EUROPEO
Una batosta per la borghesia
 
di Davide Margiotta
 
 
Le masse popolari del Vecchio Continente hanno inflitto una sonora batosta all’Europa del Capitale. Il referendum irlandese del 12 giugno per l’approvazione del Trattato di Lisbona ha dato un esito inequivocabile: 53,4% di No, con un’affluenza alle urne maggiore di quella delle consultazioni elettorali locali.
 
Il Trattato è bocciato nell’unico Paese in cui non sarà il Parlamento a doverlo ratificare.
L'intero establishment irlandese si è schierato per l'approvazione del Trattato: il governo di centrodestra; l'opposizione di centrosinistra; il congresso dei  sindacati; la Confindustria; la gerarchia ecclesiastica; tutti gli organi di informazione. Il fronte del No è stato quanto mai eterogeneo, passando dai movimenti sociali e pacifisti al partito nazionalista “di sinistra” Sinn Fein, dal movimento Libertas del miliardario Declan Ganley agli agricoltori preoccupati degli scarsi sussidi di Bruxelles.
Nonostante queste condizioni impari, per la terza volta le masse (dopo i No del 2005 in Francia e Olanda) hanno votato contro i piani antipopolari dei burocrati della UE. Si tratta, pur tra mille contraddizioni, di una grande vittoria per il proletariato europeo, ancora più importante perché il No è stato maggioritario nei quartieri operai e popolari ed esprime quindi un’indicazione di classe, seppur ancora in buona parte incosciente. Dopo la bocciatura in Irlanda, il Trattato di Lisbona non potrà entrare in vigore come previsto il primo gennaio del 2009, anche se chiaramente questo non sarà sufficiente a fermare i disegni della grande borghesia del continente.
Subito i suoi portavoce, come Barroso, attuale Presidente della Commissione Europea, hanno chiarito che "Il Trattato è ancora vivo, non è morto”.  Per Barroso il processo di ratifica deve continuare secondo lo scandenzario previsto. E nel vertice dei capi di Stato e di governo del 19 e 20 giugno a Bruxelles è stato deciso di proseguire sulla strada del Trattato, alla faccia della presunta democrazia!
Nessuno lo dice apertamente, ma l'idea che tutti condividono è che l'Irlanda, rimasta da sola, potrebbe essere chiamata a rivotare sulla ratifica, con una nuova formulazione che chieda ai cittadini di scegliere se restare in Europa con il Trattato di Lisbona o se uscire. Il ministro degli Esteri italiano Frattini ha confermato che l'Italia è impegnata ad andare avanti con l'iter delle ratifiche parlamentari, anche se non ha saputo indicare un termine entro il quale il Trattato verrà approvato.
 
Il significato del Trattato di Lisbona
Questo Trattato modifica e sostituisce il Trattato di Maastricht e il Trattato istitutivo della comunità europea (1957), ed è di fatto la nuova versione del testo della Costituzione Europea. Con la sua entrata in vigore aumenteranno i poteri straordinari della Commissione Europea in quasi tutti i campi: politica, economia e difesa, limitando le sovranità nazionali e facendo un passo importante verso la creazione del Polo imperialista europeo. La politica di difesa del Trattato prevede apertamente l’utilizzo di missioni militari offensive, con il potenziamento delle forze militari della UE, che sarebbero guidate da un gruppo ristretto di Paesi.
In politica economica i burocrati dell’Unione Europea avranno pieno titolo per bocciare misure decise dai governi nazionali per difendere la propria economia, l’occupazione, i redditi, l’industria e l’agricoltura, e intervenire sui prezzi, favorendo in tutti i campi privatizzazioni, liberalizzazioni e in generale il liberismo più selvaggio. Inoltre il Trattato aumenta i poteri della Commissione Europea.
 
Importanza (e limite) dei No
I No francese ed olandese del 2005 e ora questo irlandese sono tra le più importanti vittorie politiche delle masse europee negli ultimi anni.
Il progetto della grande borghesia europea di costruire un Polo imperialista in competizione con quello nordamericano sulle spalle del proletariato ha subìto delle battute d’arresto: sul piano militare e su quello economico (ottenendo di mitigare alcuni degli aspetti più brutali dell’offensiva neoliberale, contenuti nella famigerata Direttiva Bolkenstein).
Come detto, ovviamente queste vittorie elettorali di per sé non sono sufficienti a fermare il processo in atto, perché il vero teatro dello scontro in atto non è nelle urne elettorali. La formazione dell’Unione Europea rappresenta la piattaforma comune di partenza che consente agli imperialismi europei di aggredire i lavoratori del continente.
Per fermare l’offensiva capitalista occorre che il proletariato europeo prenda piena coscienza del proprio ruolo e avanzi una alternativa al piano della borghesia, non limitandosi a votare “No” ai referendum (tra l’altro concessi solo in questi tre Paesi).
L’unica possibilità per i lavoratori di difendere le proprie conquiste e di ottenerne di nuove è di rifiutare la prospettiva dell’Unione Europea (che ha lo scopo di demolire le condizioni di vita del proletariato per aprire nuove occasioni di profitto per i capitalisti) e sostituirla con la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d’Europa, sostituendo così gli interessi dei grandi capitalisti, dei banchieri e dell’alta finanza con quelli di lavoratori, immigrati e di tutti gli oppressi e gli sfruttati. Ovviamente questo significa minare alla fondamenta il sistema di sfruttamento capitalista e porre le basi per il suo abbattimento.
Per questo immane compito è più urgente che mai una azione politica unitaria del proletariato in Europa e nel mondo: in altre parole, occorre ricostruire una Internazionale dei lavoratori, che nella nostra epoca significa la rifondazione della Quarta Internazionale. La crescita della Lega Internazionale dei Lavoratori in Europa è un primo passo in questa direzione.
Oggi più che mai la nostra parola d’ordine deve essere: Proletari di tutti i Paesi, unitevi!
 
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