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Barack Obama:
un volto nuovo per il
vecchio imperialismo
Correo Internacional - pubblicazione del
Segretariato della Lit - Quarta
Internazionale
Il trionfo del senatore Barack Obama nelle primarie del Partito Democratico è un
fatto inedito nella storia degli Usa: per la prima volta, ci sarà un candidato
nero alle elezioni presidenziali, in rappresentanza di uno dei due grandi
partiti. Non solo: i sondaggi indicano che ha molte possibilità di sconfiggere
il suo rivale repubblicano, John McCain.
Il fatto che un giovane politico
nero, figlio di un immigrato africano musulmano, possa trasformarsi nel primo
presidente nero del Paese era assolutamente impensabile anni addietro e poteva
verificarsi solo in qualche telefilm, come 24 ore. È logico, allora,
che questo crei una grande eco negli Usa e in tutto il mondo. Ed anche molta
confusione che tocca persino, come vedremo in questa edizione di Correo
Internacional, alcune correnti di sinistra.
Si tratta di un cambiamento
reale, parziale ma importante, del sistema di potere politico della principale
potenza imperialista mondiale? O, al contrario, è solo un necessario adattamento
formale di questo sistema (un “volto nuovo”) per potere affrontare in migliori
condizioni le gravi difficoltà dell’imperialismo statunitense nel mondo e nello
stesso Paese?
La Lit afferma chiaramente che si tratta della seconda
alternativa. Per dimostrarlo dobbiamo analizzare, da una parte, le
caratteristiche centrali del sistema che ha creato una figura come quella di
Barack Obama e, dell’altro, le condizioni che hanno reso necessario il suo
possibile accesso alla presidenza.
IL SISTEMA BIPARTITICO
Il sistema
politico-elettorale statunitense è basato sull’esistenza di due grandi partiti
borghesi (repubblicano e democratico) che, secondo le circostanze, si alternano
alla presidenza e all’opposizione parlamentare.
Entrambi i partiti presentano
differenze politiche e si basano su diverse basi elettorali. I repubblicani
esprimono tradizionalmente posizioni più reazionarie e si appoggiano sulla
classe media delle medie e piccole città e sulla classe media più agiate delle
grandi città. I democratici, da parte loro, esprimono posizioni più “liberali”
(nel senso statunitense della parola) e il loro appoggio elettorale viene dai
lavoratori e dalla classe media “liberal” delle grandi città, oltre a
comprendere tradizionalmente le minoranze (neri e latini) e altri settori
discriminati. Per il loro peso storico nelle direzioni sindacali, i democratici
hanno svolto sempre il ruolo di ostacolare un’alternativa indipendente della
classe operaia sul terreno elettorale. Tuttavia, è necessario aggiungere che,
negli ultimi anni, queste differenze politiche sono andate via via sciogliendosi
ed esiste oggi una forte destra democratica senza grandi differenze coi
repubblicani.
Non c’è alcun dubbio sul fatto che repubblicani e democratici
sono partiti della borghesia imperialista fino al midollo. Ciò che è dimostrato,
in primo luogo, dalle favolose quantità di denaro che le grandi imprese
stanziano per finanziare entrambi i partiti e i loro candidati. In questo
sistema, nessun politico ha possibilità reale di accedere a cariche importanti
se non può contare su un forte appoggio finanziario delle imprese in cambio di
impegni con questi finanziatori.
In un altro articolo di questa edizione [v.
qui sotto] analizzeremo questi dati, dai quali è possibile dedurre a quali
settori borghesi è più legato ogni partito: i repubblicani sono appoggiati
soprattutto dalle industrie petrolifere, quelle chimiche, automobilistiche,
della costruzione e dell’agrobusiness; mentre i democratici sono forti nel
settore finanziario-assicurativo-immobiliare, dell’educazione e della
salute.
In secondo luogo, la caratterizzazione dei repubblicani e dei
democratici come partiti della borghesia imperialista è dimostrata dalla
politica che quei partiti applicano quando governano. Molti sono del tutto
convinti che i repubblicani siano più guerrafondai e i democratici più
pacifisti. La realtà lo smentisce: molti interventi militari e guerre
dell’imperialismo statunitense sono state iniziate da presidenti democratici.
Per esempio, fu John Kennedy ad intervenire in Vietnam, all’inizio degli anni
‘60, e fu sempre lui a sostenere l’invasione della Baia dei Porci contro Cuba;
Harry Truman ordinò di lanciare la bomba atomica ad Hiroshima e Nagasaki, nel
1946; mentre l’attuale guerra in Iraq, per quanto sia stata centrale nella
politica di George W. Bush, ha contato sull’appoggio parlamentare democratico.
Nel momento di difendere gli interessi imperialisti nel mondo, entrambi i
partiti finiscono per unificare la loro politica.
CHI È BARACK OBAMA?
Leggendo la sua
biografia, una prima conclusione è che egli quasi non ha subito, o le ha subite
in misura molto minore, la discriminazione, la violenza e la mancanza di
opportunità che vive quotidianamente la maggioranza dei giovani neri in Usa.
Figlio di un keniano emigrato, che dopo sarebbe ritornato nel proprio Paese, e
di una statunitense, ha studiato diritto nella Columbia University di New York e
nell’esclusiva Harvard Law School, dove si è laureato con menzione magna cum
laude. Ha lavorato in uno studio legale e quindi si è trasferito a Chicago
dove venne nominato professore nell’Università. In quella città, iniziò a
frequentare il Partito democratico e cominciò una rapida carriera politica: nel
1996, venne eletto al senato statale dell’Illinois e, nel 2004, senatore
nazionale, in entrambi i casi con l’appoggio di Bill Clinton. Nel 2007, decise
di lanciare la sua precandidatura presidenziale nelle primarie democratiche, con
l’appoggio dell’influente senatore Edward Kennedy. Il finale lo conosciamo
già.
La sua immagine di “ragazzo nero di successo” risulta, evidentemente,
molto più simpatica di quella della “saputella” Hillary Clinton o di quella
dell’ex militare John McCain. Ma è molto lontano dall'essere un
outsider, un elemento marginale che è andato guadagnando peso in una
dura lotta contro l’apparato del partito democratico. Al contrario, è un
prodotto genuino di quell’apparato, la cui figura è stata costruita per potere
essere utile in momenti difficili come questo.
Pensare che una sua possibile
presidenza possa rappresentare un cambiamento importante nel contenuto della
politica statunitense significherebbe credere che politici imperialisti di
provata esperienza, come Edward Kennedy, e imprese come Goldman Sachs,
investirebbero il proprio peso politico o i propri dollari per appoggiare
qualcuno che sarà, sia pure in parte, loro nemico.
LE SUE POSIZIONI POLITICHE
Ora diamo
un’occhiata alle sue posizioni, tenendo conto che, come in altri Paesi, i
politici statunitensi mascherano le loro vere posizioni durante le campagne
elettorali. Nel caso di nuove figure democratiche, come Obama, suole confermarsi
una legge: si situano più a sinistra nelle primarie del partito, si spostano più
a destra nella campagna nazionale e completano fino in fondo questa svolta
accedendo al governo.
a) Le guerre in Iraq ed
Afghanistan
Quando era senatore statale, si oppose all’invasione
dell’Iraq, cosa che è stata molto sfruttata nelle sue critiche a Hillary Clinton
che invece l’appoggiò. Nel suo sito, ha presentato un Obama’s Iraq plan
che propone il ritiro delle truppe statunitensi in 16 mesi, contemporaneamente
al rafforzamento della loro presenza in Afghanistan per vincere questa guerra.
(1) Tuttavia, il suo consulente di politica estera ha chiarito che quel piano
prendeva in considerazione “il migliore scenario possibile” e che “sarà rivisto”
quando arriverà alla presidenza. (2)
b) Israele e Medio Oriente
Su questo
tema, Obama invece ha parlato con estrema chiarezza a fronte della necessità di
guadagnare l’appoggio della “lobby pro-Israele” statunitense, di grande peso
politico e finanziario, che lo guardava con sfiducia. In una visita all’Aipac
(American Israel Public Affairs Comittee) ha dichiarato che esistono “legami
indistruttibili tra Israele e Usa”. Ha aggiunto che “tutti quelli che minacciano
Israele ci minacciano” e ha promesso di offrire “tutti i mezzi disponibili per
difendersi da tutte le minacce provenienti da Gaza o Teheran”. Ha affermato che
“la sicurezza di Israele è sacrosanta. Non è negoziabile” terminando col dire
che “Gerusalemme continuerà ad essere capitale di Israele, e deve rimanerlo
senza essere divisa”. Dopo il discorso, l’ambasciatore israeliano a Washington
ha dichiarato che “il discorso che Barack Obama ha pronunciato davanti ai
delegati dell’Aipac è stato molto importante e stimolante”. (3)
c) Le crisi economiche
In un discorso
pronunciato nel febbraio scorso, Obama ha affermato che l’attuale recessione che
vive il Paese e le conseguenze per il popolo americano non erano dovute “a forze
fuori del nostro controllo né agli inevitabili cicli dei commerci” bensì alle
politiche sostenute dal governo di Bush. (4) Sapere quali misure vuole applicare
è già molto più difficile perché il discorso sviluppa solo le critiche a
Bush.
Nella sezione “Economia” della sua pagina web presenta la seguente
definizione: “Credo che il libero mercato sia stato il motore del grande
progresso dell’America. Ha creato la prosperità che è l’invidia del mondo ed ha
portato ad un livello di vita ineguagliato nella storia. (…) Siamo uniti in
questo. Dai presidenti delle compagnie fino agli azionisti, dai finanzieri fino
ai lavoratori delle fabbriche, tutti abbiamo interesse al successo dell’altro
perché quanto più prosperano gli americani, tanto più prospererà l’America”. (5)
Niente di molto concreto, ma che cosa ci si può attendere da chi considera che
la base di tutto è il “libero mercato” e che i lavoratori delle fabbriche “sono
uniti in questo” con gli imprenditori, i finanzieri e gli azionisti?
d) La questione degli immigrati
Obama ha
partecipato a Chicago alle massicce mobilitazioni degli immigrati del 1º Maggio
del 2006. Nel 2008 ha scritto: “Due anni dopo, il nostro problema
dell’immigrazione continua senza soluzione, e quelli che vorranno un cambiamento
dovranno votare in favore di questo in novembre. Perciò oggi, io invito quelli
che vogliono il cambiamento a lavorare votando nei mesi a venire. Il loro voto è
la loro decisione”. (6) In altre parole, non continuare la lotta: la soluzione
è votarlo come presidente. È difficile sapere come potranno seguire questo
consiglio i 12 milioni di immigrati illegali senza nessun diritto politico.
Nella stessa lettera, le sue proposte sono del tutto vaghe: “Voglio ancora
esprimere il mio impegno alla riforma integrale dell’immigrazione e che farò
tutto il possibile per portare ordine e pietà in un sistema che oggi è a pezzi”.
Tuttavia, è molto probabile che, se vincerà, applicherà la stessa politica
proposta dal suo mentore, il senatore Edward Kennedy, nel disegno di legge che
porta il suo nome (scritto in accordo col governo di Bush). Una legge che cerca
dividere gli immigrati illegali. Da una parte, quelli che riusciranno a
dimostrare di aver vissuto negli Usa per più di cinque anni potranno aspirare a
ottenere la residenza permanente, dopo un lunghissimo processo di permessi
temporanei con condizioni molto difficili da adempiere. “Al tempo stesso, questo
significa che gli altri 5 milioni di clandestini saranno, in realtà, sloggiati
del Paese, benché possano richiedere un visto legale dai loro Paesi, per potere
ritornare negli Usa. Siccome la legge propone in realtà una quota annuale di
325.000 visti provvisori di lavoro, la maggioranza, di fatto, non potrà mai
ritornare legalmente”. (7)
e) Su Cuba
Come nel caso di Israele,
anche Obama ha cercato appoggi a destra. In questo caso, nella Fondazione
Nazionale Cubano-Americana, a Miami, uno dei settori più reazionari della
borghesia cubana esiliata negli Usa, dopo la rivoluzione del 1959. Nel suo
discorso, ha ripetuto la vecchia formula di alleanza con questa borghesia
affinché la colonizzazione statunitense possa tornare sull'isola, oltre a
dichiararsi favorevole al mantenimento dell’embargo commerciale: “Ci troviamo
qui nel nostro impegno irriducibile per la libertà. Ed è corretto che lo
riaffermiamo qui a Miami (…) insieme, andiamo a difendere la causa della libertà
a Cuba. (…) Non esistono migliori ambasciatori della libertà di voi
cubano-americani. (…) Voglio mantenere l’embargo. Esso ci fornisce lo strumento
necessario per affrontare al regime (…) È così che possono promuoversi
trasformazioni reali a Cuba: attraverso la diplomazia forte, intelligente e
basata sui principi”. (8)
f) La questione razziale
È un tema molto
importante poiché il “voto nero” è stata la base più solida del suo trionfo
nelle primarie democratiche e lo sarà anche se vince le elezioni presidenziali.
Sicuramente questa base elettorale confida molto che un presidente nero li aiuti
a superare la storica situazione di oppressione e discriminazione in cui versa.
Tuttavia, nella sua carriera politica, Obama ha sempre cercato di evitare la
“questione razziale”; quando è stato costretto ad affrontarne il tema, ne ha
relativizzato il peso rivendicando il fatto che la “società americana” era
progredita e lo stava superando. Per esempio, in un discorso alla Convenzione
Nazionale Democratica del 2004, ha affermato: “Non ci sono un’America liberale e
un’America conservatrice bensì gli Stati Uniti d’America. Non ci sono un’America
nera e un’America bianca, un’America latina ed una asiatica, bensì gli Stati
Uniti d’America”. (9) Più recentemente, per prendere le distanze del pastore
della sua chiesa che aveva detto che il razzismo era una componente strutturale
e storica della società statunitense, ha dichiarato: “Il profondo errore del
reverendo Wright non è stato parlare del razzismo nella nostra società, ma
parlare come se la nostra società fosse statica, come se non si fosse prodotto
alcun avanzamento, come se questo Paese (…) fosse ancora irrevocabilmente
vincolato ad un passato tragico”. (10) Penseranno la stessa cosa i milioni di
neri oppressi che hanno votato per lui o gli immigrati latini illegali?
PERCHÉ
OBAMA?
Abbiamo visto che Obama è parte del “nucleo” del partito
democratico, e quindi del sistema politico bipartitico, e abbiamo dato una
rapida occhiata alle sue posizioni. Ora vogliamo analizzare perché la borghesia
degli Usa, o per lo meno settori molto importanti, fanno appello a lui.
La
spiegazione di fondo è la crisi su vari fronti che l’imperialismo statunitense
vive attualmente. In primo luogo, il fallimento della politica di “guerra contro
il terrore” di Bush si rivela nel corso sfavorevole delle guerre in Irak ed
Afghanistan, e nell’indebolimento di Israele dopo la sua sconfitta nel Libano e
la sua impossibilità di piegare la Striscia di Gaza. In Medio Oriente, gli Usa
sono finiti in un pantano da cui non possono uscire senza ammettere una
sconfitta, che ridimensionerebbe il loro ruolo di “gendarme mondiale”, né
aumentare ancora più la loro presenza militare senza aggravare la
situazione.
A ciò si somma, in una combinazione eccessivamente pericolosa per
la borghesia, la recessione che vive già il Paese e le prospettive di una
profonda crisi economica. Cioè, la borghesia dovrà scaricare inevitabilmente una
parte del costo di quella crisi sulle spalle dei lavoratori, attraverso la
disoccupazione e il ribasso salariale. Qualcosa che succede già in giganti come
la General Motors che minaccia di licenziare tutti i lavoratori che non
accettino una riduzione dei loro salari alla metà. La classe operaia
statunitense è un gigante di 120 milioni di persone. Poche volte nella sua
storia è uscito a lottare unita, ma quando lo ha fatto le fondamenta
imperialista sono state scosse. La lotta dei lavoratori immigrati, il settore
più sfruttato di quella classe, può essere un anticipo di quella
prospettiva.
Allo stesso tempo, il fallimento della “era americana” di George
W. Bush ha lasciato il partito repubblicano grandemente indebolito e screditato
e senza figure di ricambio (come pure, benché in misura minore, si è indebolito
il sistema politico nel suo insieme). È molto difficile che i repubblicani
possano affrontare una situazione tanto complessa e difficile che, in molti
aspetti, hanno contribuito a creare con le loro politiche.
Per la maggioranza
della borghesia statunitense è risultato chiara, allora, la necessità di giocare
la carta della “alternativa democratica”. Inizialmente, il cavallo su cui
scommettere fu la “donna forte” Hillary Clinton. Ma, davanti all’aggravamento
della situazione, essa ha cominciato a vedere la necessità di un cambiamento più
profondo del “volto” e si sono accresciute le possibilità di Obama, come la
figura più capace di difendere i suoi interessi in questo quadro.
UN NEMICO ANCORA PIÙ PERICOLOSO
In
sintesi, settori importanti della borghesia imperialista hanno deciso di
utilizzare qualcuno che, per certe caratteristiche (giovane, nero, di padre
musulmano) può essere spacciato come parte di coloro contro i quali si preparano
i peggiori attacchi, così cercando di addormentare la loro reazione.
Per
l’appunto, negli ultimi decenni, i democratici si sono distinti per aver
presentato “volti nuovi” nelle elezioni presidenziali. Per esempio, il “giovane
modello” John Kennedy, dopo del fine del maccartismo, o Bill Clinton, antico
oppositore della guerra in Vietnam.
Alcuni giornalisti hanno tracciato
un’analogia tra Obama e Jimmy Carter, che fu eletto presidente nel 1977, dopo la
sconfitta in Vietnam e il procedimento politico che destituì Richard Nixon.
Sebbene vi siano profonde differenze fra i due, esiste un chiaro punto in
comune: la necessità di affrontare una profonda crisi dell’imperialismo e del
suo sistema politico e, per questo, l'apparire "diversi". Per esempio, durante
la campagna elettorale, Carter iniziava tutti i suoi discorsi con la frase: “Non
sono avvocato, non sono di Washington”.
Ma quelle “differenze” si limitano
agli aspetti esteriori: tutti hanno difeso ad oltranza gli interessi
dell’imperialismo statunitense, nelle condizioni concrete in cui toccò loro
agire. Perciò, se vincerà le elezioni presidenziali, Barack Obama sarà il
principale nemico dei popoli del mondo e dei lavoratori degli Usa. In questo,
nulla cambierà rispetto a Bush. Ma sarà un nemico molto più insidioso perché
cercherà di mascherare questo carattere attraverso la sua immagine nuova e
diversa. La conclusione è molto chiara: se giungerà alla presidenza degli Stati
Uniti, i lavoratori ed i popoli del mondo dovranno combatterlo con tutte le loro
forze.
Il finanziamento dei
candidati
Business are business
Come nel resto del mondo, negli Usa, la borghesia finanzia i
suoi partiti e i suoi candidati. La differenza risiede nel fatto che, mentre in
altri Paesi questi legami tendono a restare nascosti, la legislazione
statunitense esige che tutto sia pubblico e documentato. In tal modo, la pagina
web www.opensecrets.org offre un
riassunto di dati molto interessanti, classificati per settore economico,
imprese che più hanno finanziato, quanto ha ricevuto ogni candidato, ecc.
Da
lì sappiamo, per esempio, che, fino a maggio del 2008, “gli eventuali nominati
hanno ricevuto più di 500 milioni di dollari, un cifra record”, distribuiti
nella seguente maniera:
Barack Obama: 265.439.277;
Hillary Clinton:
214.883.437;
John McCain: 96.654,783. (11)
Analizzando la sequenza storica, è possibile vedere come si
sia andato producendo uno spostamento di finanziamenti dei repubblicani verso i
democratici, dal 2006 al 2008, e come siano cresciute le donazioni ad Obama,
fino a farlo essere il primo della lista.
I dati ci permettono di analizzare
anche a che settori borghesi è più legato ogni partito (benché le imprese per
tradizione cercano di “tenere i piedi in due staffe”). Considerando la
percentuale di finanziamenti a ciascun partito, i repubblicani si appoggiano
maggiormente sulle industrie petrolifere (73%), automobilistiche (68%), chimiche
(68%), costruzioni (62%) ed agrobusiness (quasi 60%). Da parte loro, i
democratici sono forti invece nel settore educazione (72%) e salute (55%). Il
settore finanziario-assicurativo-immobiliare, il settore economico che più
finanzia le diverse campagne (248 milioni), ha concesso loro il 54%. Tra le
grandi imprese del settore, la preferenza democratica è chiara: Goldman Sachs ha
destinato loro il 73% dei quasi 3,7 milioni di contributi; Citigroup il 61% di 3
milioni e Morgan Chase il 64% di 2,5.
Nasce il
“trotskismo obamista”?
In questa stessa edizione, segnaliamo che la candidatura
presidenziale di Barack Obama ha generato “anche molta confusione che tocca
persino alcune correnti di sinistra”.
Ne è una chiara espressione l’articolo
"Il fenomeno Obama" che sta circolando su Internet. Il suo autore è Olmeto
Beluche, dirigente del Partito di Alternativa Popolare del Panama e membro di
una corrente di cui fanno parte il Mes (Movimento di Sinistra Socialista) del
Brasile, il Mst (Movimento Socialista dei Lavoratori) dell’Argentina e l’Iso
(International Socialist Organization) degli Usa. Ci sembra importante
polemizzare con questo articolo perché esprime un meccanismo di ragionamento
che, mascherato di “tattica marxista intelligente”, conduce alla capitolazione
totale alla politica imperialista. Non sappiamo se queste posizioni siano
condivise o no dall’insieme delle organizzazioni della sua corrente ma, fino ad
ora, non ci risulta che sia stato pubblicato alcun materiale di
critica.
L’articolo parte da una definizione che sembra chiaramente
demarcatoria: “Ovviamente, sarebbe una vana illusione e un grave errore da parte
nostra, credere che se in novembre venisse eletto Obama, come per incanto
sparirebbe la politica imperialista dagli Stati Uniti nel mondo. Anche lui
rappresenta un settore importante dell’’establishment’ nordamericano”.
Per
aggiungere dopo: “La vittoria democratica, specialmente se il candidato è Barack
Obama, non significherà la fine dell’imperialismo yankee, né della
politica guerrafondaia, ed è probabile che neanche significherà la fine
immediata della guerra in Iraq. Ma mi sembra che - questo sì - segnerà un
cambiamento di tono, un’attenuazione di certi tratti terribili di un
regime nordamericano che, dopo l’11 settembre, incarna una certa forma di
neofascismo” (corsivo nostro).
Fino a qui, la conclusione, in certi limiti, è
corretta. Il trionfo di Obama rappresenterà “un cambiamento di tono” della
politica imperialista rispetto a quella applicata da Bush. Ma occorrerebbe
aggiungere due cose. La prima è che questo “cambiamento” sarebbe il necessario
adattamento dell’imperialismo statunitense per affrontare le conseguenze del
fallimento di quella politica. La seconda è che, come segnaliamo nell’articolo
principale, i democratici sono esperti nella presentazione di una “nuova
immagine” senza cambiare l’essenziale. Da questo punto di vista, Obama non è una
“novità” bensì solo un’altra variante di qualcosa che è già tradizionale nella
politica statunitense. Qualcosa che l’autore dimentica pericolosamente.
Per
questo, dopo una lunga disquisizione sulla logica hegeliana e la contraddizione
tra “essenza” e “apparenza”, ci dice: “Il discorso radicale di Obama ha
catalizzato la volontà di milioni di nordamericani per ‘il cambiamento’ che si
oppongono alla continuazione dei ‘falchi’, rappresentanti diretti del capitale
industriale-militare. Questo è di per sé progressivo. E se Obama non
rispetterà (il che è molto probabile) questo ampio settore dell’elettorato
yankee, gli farà fare un passo in avanti nella sua presa di coscienza politica e
lo porrebbe in condizioni migliori per mobilitarsi per le istanze che oggi
crede di poter incanalare attraverso Obama” (corsivo nostro).
Cioè, per
guadagnare le primarie democratiche, egli ha creato un “movimento oggettivamente
progressivo” le cui rivendicazioni o sono mantenute dalla sua presidenza (la
cosa meno probabile) o si crea un salto nella coscienza e nella mobilitazione
delle masse. In qualsiasi caso, il processo non comporterebbe perdite per le
masse né per i rivoluzionari. È quasi incredibile che l’articolo apra alla
possibilità, benché minima, che Obama, pressato dalle masse, mantenga le sue
promesse e il suo “discorso radicale”. In altre parole affermi che, per
“pressione oggettiva” e al di là delle sue stesse intenzioni, Obama svolgerebbe
un “ruolo progressivo”.
Perfino se lasciamo da parte quest’alternativa,
continua ad essere un ragionamento completamente falso che non ha nulla a che
vedere coi fatti. In primo luogo, Obama non ha creato (né “catalizzato”) alcun
movimento: questo esisteva già nella realtà, nelle mobilitazioni contro la
guerra e nella gran caduta di consenso del popolo statunitense, nelle
mobilitazioni degli immigrati, nei primi scioperi operai, ecc. Per l’appunto,
egli è la figura scelta dalla borghesia imperialista per frenarlo ed evitare
che cresca, facendogli abbandonare le piazze e portandolo sulla via morta delle
elezioni. L’autore sembra dimenticare tutte le lezioni storiche. Esiste,
ovviamente, la possibilità che le masse facciano l’esperienza con Obama ed
avanzino nella loro coscienza e nella loro mobilitazione. Ma esiste anche la
possibilità, e questo è il principale rischio oggi, che egli riesca a
“addormentare” la loro coscienza e fallisca il processo.
In qualsiasi caso,
questo è il compito che gli hanno assegnato. Perciò ha ricevuto l’appoggio di
sperimentati politici imperialisti, come Edward Kennedy e Zbigniew Brezinski, e
l’appoggio finanziario delle grandi imprese. Pensare che questa gente abbia
buttato nel piatto il proprio peso politico e il proprio denaro con lo scopo di
creare, “obiettivamente”, un “movimento progressivo” che si rivolterà contro di
essi, è non solo un abuso della dialettica ma anche un insulto all’intelligenza
dei cervelli imperialisti.
Ma l’autore è conseguente fino alla sua
conclusione: “ (…) mi sembra che rispetto a queste elezioni non siano la stessa
cosa l’uno e l’altro. E bisognerebbe scommettere sulla sconfitta dei
repubblicani. Perfino a rischio di essere accusato di opportunismo, se il
sistema yankee fosse di due turni, proporrei apertamente che la
sinistra nordamericana (…) votasse criticamente Obama contro McCain”.
Fino ad ora, molte correnti di passata provenienza trotskista
avevano utilizzato il ragionamento dell’“oggettivamente progressivo” per
giustificare la loro capitolazione e il loro appoggio ai governi borghesi di
Chávez, Evo Morales e Correa, e il loro appoggio elettorale a monsignor Lugo. In
questi casi, avevano almeno la scusa che quelli del Venezuela, Bolivia ed
Ecuador sono governi di Paesi coloniali con “un contrasto con l’imperialismo”, e
che in Paraguay si trattava di “sconfiggere il Partido Colorado”.
Con questa
proposta, l’autore fa un salto qualitativo: la ricerca di “sfumature”
nell’’imperialismo, tra “falchi” e “colombe”. Una logica che, fino ad ora, aveva
utilizzato solo, nel passato, lo stalinismo per giustificare accordi a lungo
termine tra l’ex Urss e gli “imperialismi democratici” contro gli “imperialismi
guerrafondai” o con le “correnti democratiche dell’imperialismo” contro le
“correnti belliciste”. (12) L’abbandono dei principi rivoluzionari da parte di
diversi sedicenti “trotskisti” ci ha abituati già alle loro permanenti
capitolazioni. Tuttavia, capitolare all’imperialismo statunitense significa
essere arrivati molto lontano su questa strada. Come diceva Don Chisciotte della
Mancia: “Vedrai cose, Sancho, alle quali non crederai”.
NOTE
(1) Ripreso da www.barackobama.com/issues/iraq.
(2) Citato da
www.politico.com/blogs/bensmith.
(3) Si veda:
afp.google.com/article, 4/6/2008.
(4) Ripreso da blogdoalon.blogspot.com,
13/2/2008.
(5) Ripreso da www.barackobama.com/issues/economy.
(6)
“Proposta agli immigrati”, Gray Brooks, 1/5/2008.
(7) Correo
Internacional, 12/4/2006 (www.litci.org).
(8) www.folha.uol.com.br/folha/mundo,
23/5/2008.
(9)
Presidenciais2008.wordpress.com/2008/02/03.perfil-de-barack-obama.
(10)
Foro.univision.com/uni vision, 18/3/2008.
(11) I finanziamenti ai democratici
sono stati più concentrati che non quelli ai repubblicani. Ad esempio, fra
questi ultimi, chi ha ricevuto di più è stato Mitt Romney (quasi 105 milioni) e
terzo si è posizionato l’ex sindaco di New York, Giuliani, con 54
milioni.
(12) Ad esempio, questa è stata la base per giustificare i fronti
popolari con settori della borghesia imperialista in Europa, negli anni ‘30, o
per appoggiare Roosevelt negli Stati Uniti.
(Traduzione dall’originale in spagnolo di Valerio
Torre)
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