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Non
dimentichiamo la Birmania
Quali prospettive?
Enrica Franco
La Birmania è una colonia
inglese dal 1886 al 1948, con la parentesi della dominazione giapponese durante
la seconda guerra mondiale. Nel 1944 un fronte di ribellione (un’alleanza tra nazionalisti,
socialisti, comunisti e la Lega
antifascista per la Libertà
del Popolo fondata da Aung San), si pone l’obiettivo di raggiungere l'indipendenza dal Giappone e l’instaurazione
di un governo di orientamento socialista. Un anno dopo una
sollevazione armata porta alla cacciata dei giapponesi, e tre anni più tardi il
Paese ottiene definitivamente l’indipendenza, liberandosi anche dalla custodia
britannica. Dopo un lungo periodo di instabilità, dal 1962 una giunta militare
si impadronisce del potere tramite un golpe. I media occidentali ancora una
volta dipingono questa casta militare come un regime comunista: nulla di più
lontano dalla realtà. Le nazionalizzazioni operate dal generale Ne Win
nascondevano in realtà il più bieco sfruttamento capitalista, arricchendo la
ristretta cerchia di borghesia militare al potere e lasciando il popolo in
miseria.
Una rivolta per la democrazia?
La
Birmania è
potenzialmente uno dei Paesi più ricchi del sud est asiatico. È uno dei
principali esportatori mondiali di riso, ricco di foreste di tek e legno, di
ferro, di miniere di piombo, argento e petrolio. Eppure la sua popolazione è
ridotta in povertà, anche per via delle altissime spese militari e delle
sanzioni economiche internazionali che l’hanno colpita a partire dagli anni Novanta,
dopo l'assegnazione del Premio Nobel per la pace ad Aung San Suu
Kyi, leader dell’opposizione agli arresti domiciliari e figlia di
Aung San.
I media
occidentali hanno fatto a gara per presentare la recente rivolta del popolo
birmano come una rivolta per la democrazia. In realtà le cause del malcontento
popolare vanno cercate altrove. Dopo un lungo periodo di isolamento, la giunta
qualche anno fa ha deciso di aprire le porte alle multinazionali straniere. I
primi ad approfittarne sono state la francese Total e l’americana Unocal,
mentre la costruzione del gasdotto che deve collegare il mare delle Andatane
con la Thailandia è stata affidata all’italiana Saipem, del Gruppo Eni.
Gli organismi di
credito internazionale hanno imposto alla giunta l’attuazione di pesanti
riforme economiche in cambio dei prestiti: tagli ai sussidi e privatizzazione
dei servizi. Come se questo non bastasse, c’è da aggiungere
l’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità sul mercato mondiale,
causata dalla speculazione finanziaria e dalla crescita economica di Paesi come
Cina e India: si sono registrati aumenti da capogiro, dalla benzina ai beni di
consumo quotidiani, con il sistema sanitario e quello scolastico che versano in
condizioni disastrose.
Le mobilitazioni sono
iniziate nel febbraio di quest’anno e via via si sono estese sempre più. In
questo movimento un ruolo di primo piano è stato giocato dai giovani monaci
buddisti che, a differenza delle alte gerarchie religiose, finanziate
direttamente dal regime e dai suoi sostenitori, vivono di elemosina e per
questo sono colpiti direttamente dalla crisi. Col passare del
tempo le proteste sono diventate sempre più radicali, arrivando a rivendicare,
nei momenti più acuti della lotta, la cacciata del regime.
Ovviamente le
maggiori potenze mondiali non sono estranee alla partita. Europa e Usa tramite
l’ingresso dell’Lnd (la Lega nazionale per la Democrazia, il partito di Aung
San Suu Kyi) al governo del Paese vogliono sottrarre a Russia, Cina e India il
ruolo di partners economici privilegiati. Negli ultimi anni la Cina è diventata
il maggiore investitore in Birmania e ha ottenuto quasi tutte le concessioni
per lo sfruttamento di gas e petrolio, e il permesso di costruire la pipeline
che dalla Birmania porterà il petrolio medio orientale nella provincia cinese
dello Yunnan.
I limiti della protesta
La sollevazione ha avuto il
limite di porsi sul terreno della non-violenza. Questo ha agevolato enormemente
la repressione, che ha avuto gioco facile non incontrando nessuna sistema di
autodifesa. Il secondo limite è stato la mancanza di una direzione all’altezza.
L’Lnd ha sempre avuto una posizione di mediazione con i militari, per la paura
che storicamente hanno tutte le direzioni borghesi e piccolo-borghesi: spingendosi
troppo oltre con i cambiamenti, non si sa dove si potrebbe finire, il malcontento
potrebbe trasformarsi in aperta lotta di classe. Riprova di questo fatto sono
le ultime notizie che hanno visto Aung San Suu Kyi confermare la linea
rinunciataria del suo partito dicendosi pronta a cooperare con la giunta
militare al potere “nell'interesse della nazione” durante il suo incontro
eccezionale con l’inviato dell'Onu Gambari. Da parte sua l’inviato dell’Onu è
apparso ottimista: “è aperta la via per un sostanziale dialogo”. A questo
incontro ne è seguito un altro con il ministro del
lavoro, Aung Kyi, cui è stato affidato l'incarico di stabilire rapporti con
l'opposizione. La trattativa pare
avviata. È questa ormai l’unica via per i militari per conservare il potere.
Quali prospettive?
Il dovere dei comunisti è
certamente quello di raccogliere le proteste più radicali che chiedono la
cacciata del regime, ma non per sostituirlo con un regime fantoccio, magari
travestito da democrazia parlamentare, che risponde a questa o quella potenza
imperialista. L’unica soluzione per le masse sfruttate è che la classe operaia,
organizzata autonomamente, si allei coi contadini poveri e conduca una vera
lotta contro la giunta militare e contro gli sciacalli imperialisti che
volteggiano sulla Birmania. Solo un partito comunista rivoluzionario potrebbe
compiere davvero la rivoluzione democratica che chiede il popolo birmano. Un
partito che sia in grado di costruirsi e rafforzarsi nelle lotte di questi
mesi, superando il limite della non-violenza e guidando le masse sfruttate
verso la nazionalizzazione senza indennizzo della terra e delle grandi imprese
di estrazione e la creazione di una vera democrazia, basata sui consigli di
operai e contadini poveri. In una parola, verso la rivoluzione socialista.
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