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La situazione
all'interno della Cgil
Gli scenari presenti dopo il referendum
Alberto Madoglio
Archiviato il risultato del referendum del 12 ottobre
(a proposito del quale abbiamo parlato sul nostro sito web), è il momento di
soffermarci sullo stato del dibattito all’interno della Cgil, con particolare
attenzione per le due più importanti componenti che si sono espresse per il no
alla consultazione, cioè Fiom e la Rete 28 Aprile.
Quello che colpisce maggiormente è il disorientamento
in cui si trovano gli oppositori alla linea maggioritaria della Cgil, come se
il risultato non completamente negativo nel referendum (vittoria del no tra i
metalmeccanici e in quasi tutte le grandi imprese, nonostante lo spiegamento di
forze a favore dell’accordo, che ha visto impegnati governo, sindacati,
Confindustria e i maggiori media del paese) li avesse in un certo modo
sorpresi.
La prova più chiara di ciò la abbiamo avuta nel
Comitato Direttivo della Cgil convocato dopo il referendum. Di fronte ad una
burocrazia maggioritaria che ha dato il via alla resa dei conti nella confederazione contro i
reprobi Rinaldini e Cremaschi, usando come pretesto la loro posizione
differente da quella ufficiale verso l’accordo del 23 luglio, questi (pur se
con sfumature differenti, più remissivo il primo, più combattivo il secondo)
anziché rispondere a tono, si sono
limitati ad un generico appello al pieno riconoscimento della democrazia
sindacale, depotenziando così il valore che il milione di no all’accordo
rappresenta.
Le posizioni ambigue dei dirigenti delle due aree
sindacali
Lascia francamente esterrefatti la dichiarazione di
voto rilasciata da Rinaldini al C.D.: di fronte a una relazione e ad una
campagna di stampa, in cui lui e la Fiom sono stati accusati delle peggiori
nefandezze, di aver tradito la storia del glorioso sindacato di Di Vittorio e
Lama (sic), la risposta da lui fornita è stata patetica prima che assolutamente
inadeguata politicamente. In buona sostanza il segretario della Fiom ha
affermato che, di fronte ad una vittoria schiacciante dei SI al referendum
(82%), non ci si dovrebbe preoccupare troppo di chi ha espresso un’indicazione
di voto differente senza fare una battaglia conseguente nelle assemblee per
l’affermazione della propria posizione.
Una dichiarazione che esprime cioè una supplica al
quieto vivere, con l’impegno a non disturbare troppo il manovratore. Sfortunatamente
per lui, Epifani non sembra essere dello stesso avviso. Quello che il
segretario Cgil ha ben chiaro è che in questa fase di estrema difficoltà per il
governo, il sindacato deve garantirne per quanto possibile la sopravvivenza. E’
quello cha ha più volte affermato, da ultimo con una lunga intervista apparsa
sul Corriere della Sera alla fine di ottobre. Ogni pur minima differenziazione
dalla linea di totale subalternità del sindacato verso il governo, non può
essere tollerata, perché contribuisce ad aumentare i rischi di una caduta
dell’esecutivo guidato da Romano Prodi. Quindi la richiesta di aprire un
“periodo di riflessione di due mesi” nel sindacato per arrivare alla
normalizzazione dei rapporti tra la categoria ribelle (la Fiom), e la
Confederazione, a tutto può essere ridotto tranne che ad una mera questione di
democrazia sindacale.
Ovviamente non è detto che questa operazione non
incontri ostacoli, e quindi non sappiamo quali saranno i suoi sbocchi (nuova
maggioranza nella Fiom basata sulla destra della categoria; asse centrodestra
cioè Rinaldini - Durante, espulsione dell’area attorno a Rinaldini). Lo
sciopero dei metalmeccanici, con un adesione di oltre l’80%, dimostra che la
Fiom e la sua attuale maggioranza di centrosinistra(cioè Rinaldini - Cremaschi)
ha ancora una forza considerevole tra il lavoratori. Probabilmente al posto di
uno scontro frontale nel prossimo Comitato Direttivo, si tenterà di logorare la
Rinaldini a livello di camere del lavoro territoriali, colpendo il “ventre
molle” della categoria.
Molto dipende anche dalle sorti del governo. Se Prodi
riuscirà a passare indenne il percorso che porta all’approvazione della
Finanziaria, anche Epifani e la burocrazia sindacale che rappresenta ne
usciranno rafforzati, e per Rinaldini il futuro potrebbe riservare brutte
sorprese.
Cremaschi, al di là delle posizioni espresse nel
C.D., ha più chiaro che per lui e per la Rete 28 Aprile le possibilità di una
sorta di “armistizio” con la maggioranza sono quasi nulle, quindi si trova
costretto a prendere una posizione apparentemente più radicale. Ad una riunione
della Rete in Veneto ha ribadito la linea espressa al seminario di Parma di
settembre: denuncia del ruolo subalterno di Epifani verso il governo, del tentativo
di trasformare la Cgil in un sindacato corporativo, opposizione perciò alla
burocrazia, che vedrà nella presentazione di un documento alternativo al
prossimo congresso un suo momento centrale.
Tuttavia, come già scritto in passato, quello che
manca è una svolta radicale nella politica di questa tendenza sindacale. Come
dare sostanza all’affermazione, in sé corretta, che la battaglia contro la
linea ultra moderata della Cgil deve proseguire, e che il punto da cui partire
saranno il milione di no al referendum dello scorso ottobre? E’ chiaro che per
prima cosa si deve uscire dall’ambiguità per cui si denuncia, magari attraverso
un articolo sul giornale del Prc Liberazione,
il carattere antioperaio del governo, senza però impegnarsi direttamente per
costruire una mobilitazione che abbia come parola d’ordine centrale quella
della rottura dei lavoratori con l’esecutivo e con tutti i partiti che lo
sostengono, compresi quelli appartenenti alla fantomatica sinistra radicale,
Rifondazione in testa.
Così come non si può allo stesso tempo denunciare il
livello da fame che hanno raggiunto oggi i salari in Italia, e poi sostenere
una piattaforma contrattuale come quella dei metalmeccanici che è ben lontana
dal rappresentare una risposta reale alle esigenze di milioni di operai nel
paese. E infine perché limitarsi ad un comunicato in cui si saluta
positivamente l’adesione dei lavoratori allo sciopero generale proclamato dai
sindacati di base il 9 novembre, invece di impegnarsi direttamente per la sua
riuscita, per farlo diventare realmente uno sciopero generale di massa per la
cacciata di Prodi?
La posizione del PdAC
Come militanti del Partito di Alternativa Comunista
impegnati nella Rete 28 Aprile, così come nei vari sindacati di base, crediamo
che solo la più ampia mobilitazione dei lavoratori (e non l’illusione in una
fase riformista del governo) possa oggi fermare l’attacco alle condizioni di vita
di milioni di persone che governo, padroni e sindacati stanno lanciando di
comune accordo. Dobbiamo batterci perché al più presto si convochino riunioni
nei luoghi di lavoro tra tutti i lavoratori che hanno votato no al referendum,
al di là della loro appartenenza sindacale, per la creazione di un coordinamento
nazionale, democraticamente eletto, che dia non solo continuità alle
mobilitazioni oggi presenti nel paese, ma che prospetti anche un’alternativa
chiara, anticapitalista e rivoluzionaria alle politiche sociali, di guerra e
razziste poste in essere dal centrosinistra. Questi, insieme ad una battaglia
per una strutturazione democratica interna alla Rete, sono gli assi della
nostra battaglia sindacale nella quale saremo impegnati nel prossimo periodo.
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