CHE COSA NE SARA' DI RIFONDAZIONE
COMUNISTA?
(Non dei burocrati, ma di centinaia di
militanti)
di Francesco
Ricci
ULTIM'ORA. Dopo il Cpn di
Rifondazione
L'articolo che potete
leggere qui sotto è stato scritto venerdì, prima del Cpn (il parlamentino) di
Rifondazione. Ci sembra che l'esito della riunione-uno scontro violentissimo, il
filmato è sul sito di radioradicale-abbia largamente confermato analisi e
valutazioni dell'articolo.
La maggioranza attorno ai
bertinottiani è esplosa e si è formato un asse tra l'ex ministro Ferrero e
Claudio Grassi (area Essere Comunisti). La segreteria è stata sciolta e
sostituita da un comitato di reggenti composto da sei membri della nuova
maggioranza, cinque bertinottiani, un dirigente dell'area dell'Ernesto. Il
congresso straordinario è convocato per luglio.Nelle prossime settimane vedremo
gli sviluppi di questa crisi irreversibile. Il big bang sta generando una
fuga dei gruppi dirigenti dalla crisi storica del riformismo lungo tre
direttrici. Una prima è quella della "costituente della sinistra",
sostenuta dai bertinottiani di Giordano e Vendola, cioè una riedizione con
altro nome del progetto arcobaleno (ormai privo di interlocutori se non in ceti
intellettuali alla Ginsborg, manifesto, ecc.), una rifondazione
socialista, a-comunista, che passa per lo scioglimento di Rifondazione. Una
seconda direttrice di fuga, quella guidata da Ferrero, ruota attorno a una "federazione"
di forze indefinite su un programma indefinito e "movimentista". La
conservazione, almeno per il momento, di Rifondazione è il punto di incontro di
Ferrero con l'area di Grassi che tuttavia, essendo animata da un progetto
"neotogliattiano", si troverà a dover fare i conti con la cosiddetta "costituente
comunista" (terza direttrice di fuga) promossa da Diliberto, verso cui già
gravita l'area dell'Ernesto di Pegolo e Giannini.La disperata ricerca di un
rilancio da parte dei vari frammenti della burocrazia in lotta tra loro darà
luogo già nelle prossime settimane (e dopo il congresso di luglio) alla
costruzione di nuove impalcature pseudo-teoriche sotto cui mascherare la crisi
storica del riformismo e cioè della collaborazione di classe e di governo: che
tutti hanno praticato e intendono continuare a praticare, seppure in forme
diverse.Per parte nostra sosterremo
invece che l'unica costituente di cui c'è realmente bisogno è quella
rivoluzionaria: qualcosa di ben diverso cioè dalla presunta "unità dei
comunisti" invocata da Diliberto (che include sotto questa etichetta
privata di significato anche chi ha governato fino a ieri coi padroni, lo fa
oggi in tante città e vuole tornare a farlo domani in tutto il Paese). C'è
bisogno di unità e di un nuovo partito comunista con influenza di massa: ma
basato sull'indipendenza di classe del movimento operaio dalla borghesia e dai
suoi governi, su un programma rivoluzionario e internazionalista. E' questo che
noi chiamiamo comunismo rivoluzionario, o trotskismo.
UN TE' CON REVELLI
Mentre il suo
regno era ormai in fiamme, Nicola II annotava nel suo diario: "Passeggiato a
lungo e uccisi due corvi. Era ancora chiaro quando ho preso il tè." Questa
mattina, leggendo l'ampia intervista su Liberazione a Franco Giordano
(già segretario di Rifondazione) il bizzarro meccanismo delle associazioni
mentali ci ha riportato alla mente le pagine in cui Trotsky descrive, con ironia
simile a quella di un Gogol, la miopia politica dello zar che continua la sua
normale attività, incapace di vedere il disastro attorno a lui.
Giordano e gli altri dirigenti di Rifondazione sembrano tanti Nicola II e mentre
il loro partito brucia continuano con noncuranza a bere del tè e a masticare i
concetti (incomprensibili a loro come a chiunque) à la Marco Revelli. Perché
questo esito elettorale?, gli chiede il giornalista. "Segno di
un'americanizzazione della società" risponde Giordano. "E' la crisi della
globalizzazione". Quali le soluzioni? "Nella dimensione territoriale dobbiamo
riscoprire un'idea organizzativa mutualistica." Certo il Revelli autentico è
ineguagliabile e per fortuna nelle pagine successive si può leggerlo nella
versione originale ritrovando tutta la sua illuminante sociologia: "confronto
orizzontale", "crisi verticale", "riaprire la comunicazione tra alto e basso".
Ma Revelli è a pagina 4 e per arrivarci bisogna passare tra Giordano e Alfonso
Gianni (già sottosegretario di Prodi e già segretario del già presidente
Bertinotti): la colpa -spiega Gianni- è della "crisi della globalizzazione" che
produce "il ritorno al villaggio d'origine." Quando si dice una metafora
chiarificatrice. Poi l'ermetico pensiero si dischiude a noi in tutto il suo
misero significato quando, qualche riga più sotto, Gianni assicura che la causa
principale della fine ingloriosa del riformismo italiano non sta nella
partecipazione al governo anti-operaio di Romano Prodi.
Un altro dei
principali dirigenti bertinottiani, Milziade Caprili (già vicepresidente del
Senato) non prova nemmeno a chiosare Revelli e preferisce chiarire con parole
sue cosa intende dire quando parla di "andare oltre Rifondazione". Così su
Il Riformista di ieri spiega che sbaglia la sinistra a non capire la
paura che "la gente" ha degli immigrati e che l'accoglienza "va coniugata con la
sicurezza" e che nelle "zone insicure" e nei quartieri degli immigrati "ci vuole
la polizia, mica le chiacchiere."
Sono questi alcuni dei protagonisti del
dibattito che si terrà nel fine settimana al Comitato Nazionale di Rifondazione.
Di là dai riferimenti culturali che ognuno sfoggia, tutti concordano
nell'affermare che la scelta di governo, e cioè la scelta che li ha trasformati
da oscuri burocrati in sottosegretari e vicepresidenti con la stessa rapidità
con cui nelle fiabe dei fratelli Grimm i rospi baciati diventano principi,
ebbene quella scelta è stata non solo giusta ma (chi l'avrebbe mai detto?)
sacrosanta. E' quindi comprensibile che Giordano concluda l'intervista
condensando il suo pensiero in un "bisogna riprovarci" che ricorda uno dei motti
preferiti di Bertinotti, che di tutti è stato il maestro: "provare e riprovare".
UN MINISTRO CHE HA PERSO LA MEMORIA
A
Giordano, Gianni, Caprili, Migliore e al resto del gruppo dirigente
bertinottiano, si contrappongono Paolo Ferrero (già ministro alla Solidarietà
Sociale del governo confindustriale) e Russo Spena (già presidente dei Senatori
del Prc). I due gruppi, a quanto pare, si dividerebbero sulle future scelte. I
bertinottiani vorrebbero condurre l'Arcobaleno alle sue logiche conseguenze,
cioè allo scioglimento in un "partito unico" privo di ogni riferimento anche
simbolico al comunismo, organicamente governista, che riparta dai governi locali
col Pd per ricostruire una futura prospettiva di governo nazionale col medesimo
Pd (quel Pd che in campagna elettorale definivano "confindustriale"). Ferrero e
Russo Spena vorrebbero invece mantenere in piedi il Prc e puntare su una
semplice federazione. Pure in questo secondo caso, va da sé, non c'è alcun
ripensamento strategico sulla possibilità che i comunisti governino, localmente
e nazionalmente, con i padroni. Anche se, con mirabile disinvoltura, Ferrero si
è velocemente liberato della grisaglia ministeriale ritrovando sotto un eskimo
con cui si presenta ora in pubblico per parlare male del governismo dei
bertinottiani.
Se entrambi i progetti non fanno una grinza quando si tratta
di tradurli in una prosa revelliana per sporcare un paio di pagine di giornale,
nessuno dei due regge all'urto impietoso con la realtà del 14 aprile. Lo
scioglimento in un nuovo soggetto non interessa più né i Verdi, né Sinistra
Democratica (laddove esistesse ancora), in gran parte in riavvicinamento al Pd,
né il Pdci. Ad oggi l'unico partito a sciogliersi nel nuovo partito unico
sarebbe insomma Rifondazione. L'ipotesi ferreriana di non liquidare anche quel
poco che è rimasto, cioè Rifondazione, a un primo sguardo sembra la più
realistica ma già al secondo sguardo non si capisce chi dovrebbe essere
"federato" in questa federazione. Non i Verdi né Sd (vedi sopra), non il Pdci a
cui il progetto andava bene fino al 12 aprile ma che oggi preferisce
furbescamente lanciare una "costituente comunista": creando tra l'altro qualche
problema al Pcl di Ferrando che, avendo puntato sullo stesso richiamo nostalgico
ai simboli (non al programma rivoluzionario, accantonato per tutta la campagna
elettorale insieme a ogni riferimento al trotskismo, poco attrattivo per quel
bacino elettorale), si trova a fare i conti con la concorrenza di Diliberto e
Rizzo i quali, dopo il tracollo elettorale, non riescono più a contenere un
travolgente impulso comunista.
LE MANOVRE DI UNA BUROCRAZIA CINICA
Quale sarà la risultante di questo scontro di... titani? Non
occorre fare grandi previsioni perché entro qualche giorno si vedrà. Le due ali
della burocrazia potrebbero andare a una collisione frontale spaccandosi in
frammenti di dimensioni simili. Ferrero potrebbe stringere un accordo tattico
con la minoranza di Claudio Grassi all'insegna del "salviamo Rifondazione" e
puntare a quello che i giornali chiamano il "ribaltone", appellandosi
demagogicamente alla base del partito, come se entrambi (Ferrero e Grassi) non
avessero contribuito alla distruzione attuale. Oppure potrebbe rifare un blocco
momentaneo con i bertinottiani su un compromesso più linguistico che politico,
la "costituente della sinistra", lasciando imprecisato per il momento il destino
del Prc. O ancora potrebbero fare tutti quanti un breve armistizio e rinviare lo
scontro decisivo al congresso annunciato per luglio.
In tutte queste ipotesi
c'è una costante certa: nessuno dei gruppi in cui è frammentata la burocrazia
che dirige il Prc vuole prendere atto del fallimento strategico, storico, della
socialdemocrazia, cioè del progetto di collaborare (dal governo o dalla
"opposizione") con le classi dominanti per sterilizzare la lotta di classe. In
realtà il verbo volere è improprio: non possono farlo perché
equivarrebbe a rinunciare alla loro natura burocratica e cioè ai privilegi che
il loro ruolo comporta in questa società.
UN COMUNISMO CONTRO IL CAPITALE
E' per
questo che ci sentiamo di dire ai compagni del Prc, ai tanti che dedicano
quotidianamente il loro sforzo onesto e genuino all'attività politica, i
compagni e le compagne con cui diversi di noi che oggi costruiamo Alternativa
Comunista abbiamo militato per anni (prima della scissione da Rifondazione nel
2006), ci sentiamo di dire loro: riprendete in mano il senso della vostra
militanza.
Come Alternativa Comunista abbiamo un progetto preciso: pensiamo
che il comunismo o è rivoluzionario e internazionalista, cioè trotskista (perché
questo e solo questo significa il termine), oppure non è. Pensiamo che i
comunisti debbano stare per principio politico all'opposizione di tutti i
governi borghesi e accedere al governo solo quando i rapporti di forza tra le
classi sono tali da consentire di rovesciare il governo della borghesia.
Pensiamo che quel momento non vada atteso passivamente (come fanno tante sette)
ma costruito nelle lotte odierne per i salari, le pensioni, la difesa delle
condizioni di lavoro, puntando a costruire un legame non sentimentale ma reale
tra le lotte di oggi e una prospettiva di alternativa rivoluzionaria.
Non
abbiamo la pretesa che i compagni che ancora sono in Rifondazione si convincano
della bontà del nostro progetto solo leggendo questo o altri articoli. Nemmeno
diciamo semplicemente (a differenza di altri): venite sotto le nostre bandiere
ché noi siamo il gran partito. Sappiamo (a differenza di altri) di essere
piccola cosa e non pensiamo di essere autosufficienti. Anzi, se ci rivolgiamo a
voi è proprio perché siamo convinti che non si possa partire nella costruzione
di un nuovo partito comunista, con influenza di massa, senza il vostro
impegno.
Vi chiediamo invece due cose: di riflettere sull'intera vicenda di
Rifondazione, sul bilancio di questa ennesima esperienza di governo, su come
essa confermi non solo quanto noi andavamo dicendo da anni ma quanto da anni ha
compreso il comunismo rivoluzionario sulla base dell'esperienza di innumerevoli
falllimenti riformisti di collaborazione di classe e di qualche vittoria
rivoluzionaria -sempre guadagnata nell'indipendenza di classe dalla borghesia e
dai suoi governi. Questa è una riflessione da fare non nel chiuso di qualche
seminario domenicale ma costruendo una opposizione di massa all'attacco che il
nuovo governo Berlusconi sta preparando contro i lavoratori. Entrambe queste
cose -discussione e lotta- le possiamo fare insieme.
Quello cui dobbiamo
mirare è proprio il contrario di quanto vorrebbe la borghesia i cui desideri
sono stati ben sintetizzati (il 17 aprile su Repubblica) dal
giornalista Francesco Merlo in un articolo intitolato "Salvate il soldato
Fausto" in cui si suggerisce al Pd di recuperare un rapporto con quanto resta di
Rifondazione. Merlo, interpretando quanto pensano i settori più importanti del
grande capitale (quelli che avrebbero preferito una vittoria di Veltroni e che
si adatteranno per ora a Berlusconi), ha scritto che la scomparsa dei comunisti
alla Bertinotti "potrebbe portare alla fine delle buone maniere nelle fabbriche,
nelle strade, nel conflitto sociale". Perché il riformismo governista, cioè il
bertinottismo, spiega Merlo, è un comunismo utile ai padroni essendo "non contro
il capitale ma per il capitale".
E' solo rovesciando i desideri della
borghesia e rifiutando i progetti di Bertinotti, Giordano, Vendola, Ferrero,
Grassi, Diliberto e di tutti gli altri riformisti che si può costruire un
partito che non riduca il comunismo a uno dei colori dell'arcobaleno governista
e neppure al nostalgico sventolio di bandiere rosse di chi vuole comunque
sottomettere i lavoratori al potere del capitale.
(18 aprile 2008)
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