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Il bel film di Huerga su un militante anti-franchista
Francesco Ricci
A fine aprile, con una distribuzione limitata a pochissime
sale (tutte occupate da film di quart'ordine), è uscito anche in Italia Salvador
- 26 anni contro. E' il film che Manuel Huerga e lo sceneggiatore Lluis
Arcarazo (basandosi su un libro di Escribano) hanno dedicato alla storia vera
di Salvador Puig Antich, militante anarchico catalano, morto a 26 anni, vittima
del regime franchista.
In una prima parte, il film racconta con un piglio
scanzonato, che ricorda il Butch Cassidy di George Roy Hill (1969), le
rapine di autofinanziamento che Salvador (studente, figlio di operai) compie
insieme ai suoi compagni del Mil (Movimento Iberico de Liberacion), durante gli
ultimi anni della dittatura di Franco. I proventi degli "espropri"
vengono usati per finanziare la propaganda, stampare libri anarchici (Berneri)
e sostenere lotte operaie. Si tratta di spettacolari azioni fatte a volto
scoperto, in modo un po' goffo e un po' incosciente (le pistole che si
inceppano, piccoli imprevisti comici), che il regista narra con tecnica
eccellente, aiutato da un montaggio efficace, accompagnato da una colonna
sonora che rispolvera vecchi pezzi dell'epoca, Suzanne di Leonard Cohen,
il Bob Dylan di Pat Garrett e Billy The Kid (altro film citato a piene
mani nella prima ora), i Jethro Tull (Locomotive Breath). E' un inno
alla gioventù che infrange la cappa di ipocrisia del regime, rifiuta di chinare
la testa e contrappone all'idea della sottomissione individualistica la lotta,
la ribellione e la solidarietà (rapide e realistiche scene, quasi delle
pennellate, dipingono le amicizie che Salvador stringe nella militanza e i suoi
amori interrotti).
La seconda parte vira in tragedia, la telecamera si fa più
lenta, le inquadrature si restringono, le immagini sono immerse nella musica di
Starless di King Crimson, Demis Roussos (We shall dance) e dalla
colonna sonora originale di Lluis Llach, cantautore catalano impegnato (che aggiorna
la sua I si canto trist, scritta all'epoca dei fatti, e compone nuovi
bellissimi pezzi). Salvador è stato arrestato. Nelle concitate scene
precedenti, durante la cattura, si è difeso da un tentativo della polizia
politica di ucciderlo in un androne e, nello scontro a fuoco, è ferito un
poliziotto - in realtà ucciso dal "fuoco amico" dei suoi compari
anche se il fatto è addebitato a Salvador che viene condannato a morte.
In tutta Europa si svilupperà una campagna per salvargli la
vita, senza esito. Il franchismo vuole una condanna che terrorizzi ogni
opposizione; inoltre proprio in quelle settimane (dicembre del 1973), il capo
del governo franchista, Carrero Blanco, salta in aria in uno spettacolare
attentato dell'Eta (episodio a cui Pontecorvo ha dedicato il bel film Ogro),
e le speranze (comunque già esigue) di una grazia sfumano definitivamente.
Senza nessuna retorica, Huerga racconta allora gli ultimi
giorni di Salvador in carcere, in attesa che un boia arrivi con la garrota: un
cerchio di ferro che, fissato a un palo, viene stretto con una vite attorno al
collo fino a provocare, lentamente, il soffocamento. La carica umana e la
coraggiosa intelligenza del giovane (impersonato da un Daniel Bruhl in stato di
grazia, già visto all'opera in Goodbye Lenin) lo aiuteranno a farsi
amico anche un secondino che all'inizio incarnava perfettamente tutti i
pregiudizi di un proletario che ha tradito la sua classe, un servo del potere
che poi, grazie alle conversazioni con Salvador e alle letture che gli
suggerisce il suo prigioniero, diventa anti-franchista. L'episodio (peraltro
vero) non vuole essere una assoluzione del regime e dei suoi sgherri (gli altri
poliziotti assistono ridendo alla terribile esecuzione).
Alcuni reduci del Mil (il gruppo di Puig Antich) e gli anarchici
spagnoli e italiani hanno contestato il film, lamentando che la loro
organizzazione ne uscirebbe sminuita: in realtà ne esce probabilmente ritratta
come dotata di una progettualità confusa, appunto anarchica. Hanno poi
sostenuto che il film vorrebbe indurre a credere che ogni lotta è perdente. In
questa rozza critica (che sa di zdanovismo) sfugge il fatto che in campo
artistico spesso la intentio operis (l'intenzione dell'opera) prevale
sull' intentio auctoris (l'intenzione dell'autore), constatazione banale
che non richiede approfonditi studi semiotici e che ben sa chiunque abbia avuto
il piacere di leggere, ad esempio, il reazionario Balzac. Il regista in effetti
non è interessato particolarmente alle idee politiche di Salvador e le lascia sulla
superficie della sua pellicola. Ciò non toglie che il film - che suggeriamo di
vedere, magari quando uscirà in dvd - risulta un vitalissimo inno alla lotta
contro il conformismo della società capitalistica. Il finale, carico di
energia, mostra la rabbia dei giovani che per protesta contro l'uccisione di
Salvador (avvenuta nel marzo 1974) tornano nelle piazze e sfidano la brutalità
della repressione e delle cariche a cavallo della polizia. Si esce dal cinema
con gli occhi lucidi, pieni di una incantevole fotografia, e con i pugni
stretti.
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