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A
proposito del Partito democratico...
Dove sarebbe
la novità?
Francesco Fioravanti
Domenica 14 ottobre si svolgeranno le primarie del Partito
Democratico. Quest'appuntamento rappresenta l'atto finale di un processo che
vede coinvolti i due principali partiti della coalizione governativa (Ds e
Margherita), uniti dalla volontà di rispondere ad un'esigenza concreta nata dal
contesto politico italiano: quella di portare in dote alla borghesia un partito
in grado di rappresentare organicamente i suoi interessi, andando così a
colmare quel vuoto lasciato negli anni '90 dalla scomparsa della Democrazia
Cristiana, per lungo tempo garante e gestore delle sorti del capitalismo
italiano.
Il nuovo compromesso storico nel partito unico
La nascita del Pd è stata caratterizzata da forti
polemiche, sia interne che tra gli stessi protagonisti del progetto. La
formazione del nuovo soggetto non poteva avvenire senza che prima si fossero
delimitati al suo interno i rapporti di forza necessari a garantire l’equilibrio
futuro del partito per evitare che si partorisse una creatura nata già morta.
Per molto tempo abbiamo assistito, attraverso le informazioni che hanno fornito
i mass-media ad un dibattito incentrato
su questioni che, se analizzate superficialmente, sarebbero anche potute
apparire di secondaria importanza, ma che in realtà celavano ben altro: la
collocazione internazionale del partito, la necessità di caratterizzarlo o meno
come partito laico, i suoi rapporti con altri soggetti politici, nascondevano
bisogni ed esigenze di blocchi di apparato interessati a rafforzare i legami
con diversi settori del mondo industriale e finanziario, naturali referenti di
quelli che sono stati definiti gli azionisti del Pd. Il coinvolgimento dei
"cittadini", l'allargamento alla "società civile", la
costruzione dal basso del nuovo partito, in realtà hanno rappresentato
solamente belle parole utilizzate per nascondere quello che realmente si andava
a delineare: una fusione fra burocrazie partitiche che intendono sposare compiutamente
la causa del grande capitale, impegnandosi a portarne avanti le politiche e a
difenderne le esigenze. Il partito nuovo che i dirigenti Ds e Margherita
millantano di voler costruire in realtà non ha nulla di tale: nuove non sono le
facce, nuovo non sarà il programma.
La farsa delle primarie e dei programmi alternativi
Con le primarie di ottobre assisteremo quindi all'ultima
recita dei democratici in salsa italiana. A confrontarsi, oltre a personaggi
sconosciuti in cerca di un briciolo di notorietà, saranno tre dei principali
dirigenti del centro-sinistra: Walter Veltroni, Rosy Bindi ed Enrico Letta.
Come appare del tutto evidente i tre non partono assolutamente alla pari: i
piani alti di Margherita e Ds hanno investito pesantemente sul sindaco di Roma,
presentandolo di volta in volta come l'uomo nuovo del centro-sinistra italiano,
l'unico in grado di contrastare il ritorno di Berlusconi, il leader abile a
catturare consensi trasversali e a proporsi come "luminosa guida" per
il futuro. Molti sono stati anche gli elogi spesi dai principali organi di
stampa della borghesia italiana - a testimonianza della condivisione
complessiva del progetto politico - ed interessante è stato in questo senso il
dibattito che si è svolto sulle pagine di Repubblica e Corriere della Sera. I principali
giornalisti dei due quotidiani, nei loro articoli di fondo, hanno sottolineato
la bravura e le capacità dimostrate in questi anni alla guida della capitale da
parte del leader in pectore del Pd e si sono spesso soffermati sulla sua storia
personale, dipingendolo come distante dalla figura di grigio burocrate di
partito; ma allo stesso tempo hanno voluto chiedere a Veltroni un impegno
preciso: quello di prendere una posizione chiara sul dibattito che attraversa
la coalizione governativa, cercando di imprimere in questo modo una svolta
riformatrice all'azione di governo. La risposta di Veltroni a queste richieste
è stata esemplare: le sue prime parole da candidato alla guida del Pd sono
state spese a favore del taglio delle tasse, in difesa della flessibilità (precarietà
e difesa della legge Biagi) e a sostegno
della linea che invoca maggiore sicurezza nelle città italiane. Ci verrebbe da
chiedere: in che cosa Veltroni si differenzia dagli altri e dove sta la
radicale novità? Forse nel fatto che Veltroni ha scritto un libro sul suo
viaggio in Africa e gli altri no?
In questo quadro è abbastanza imbarazzante parlare della
campagna per la conquista della leadership svolta dai tre concorrenti. Di fatto
non esistono differenze programmatiche, nemmeno minime, ed è naturale che la
contesa abbia assunto talvolta i tratti della farsa.
Una trappola per i lavoratori
Ciò che deve interessare ai lavoratori italiani, e di
conseguenza anche al PdAC , è il fatto che la nascita del Pd sgombera il campo
da qualsiasi equivoco: il suo programma coincide sia con quello della borghesia
che con quello della coalizione; per gli altri partiti dell' Unione i margini
di manovra sono praticamente inesistenti. Ecco perchè è del tutto fuorviante
affermare - come fanno i leader della sinistra riformista - che col Pd bisogna
dialogare e confrontarsi perchè questo è il naturale interlocutore per una
prospettiva di governo. Esso è il naturale interlocutore di chi è interessato a
gestire questo sistema per salvaguardare i propri privilegi -come nel caso dei
dirigenti del Prc, del Pdci, ecc.- non di chi mira a rappresentare genuinamente
gli interessi degli sfruttati.
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