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Ex Libris
Gramsci prigioniero di Mussolini e Stalin
a cura di Fabiana
Stefanoni
In occasione
del settantesimo anniversario della morte di Gramsci, Giuseppe Vacca e Angelo Rossi,
per conto dell'Istituto Gramsci, hanno pubblicato un libro, Gramsci tra Mussolini e Stalin (Fazi
Editore), che offre importanti spunti di riflessione. Va detto, come premessa,
che occorre avvicinarsi al libro con lo spirito di un investigatore; di chi,
cioè, intende scovare, tra mille indizi fuorvianti, le prove veramente utili
per arrivare a scoprire l'assassino. Prove che, guarda caso, sono quelle che i
due autori intendono lasciare nell'ombra, soffocate da cataste di fantasiose
congetture, supposizioni difficilmente verificabili e ricostruzioni storiche talvolta
imprecise. È per far piazza pulita di tutto il superfluo e scoprire, invece,
ciò che veramente conta che noi cominceremo qui a leggere il libro dalle ultime
pagine.
Il "Rapporto Gennaro" e la
"Riservata Gennaro"
Nell'appendice
del libro, Vacca e Rossi pubblicano due testi inediti ritrovato negli archivi
di Mosca, di cui, a detta dei due storici, si ignorava l'esistenza: il rapporto
scritto per il Partito scritto dal fratello di Gramsci, Gennaro, dopo la visita
al prigioniero, a Turi, nell'estate del 1930; una lettera riservata dello
stesso Gennaro ai vertici del PcdI. Gli elementi nuovi che emergono da questi
scritti sono due: Gramsci era molto "in collera" con il partito per
la lettera che Grieco gli aveva inviato in carcere nel 1938 e che fu per lui
"il più grave capo d'accusa"; Gramsci approvava l'espulsione dei tre
trotskisti italiani dal PcdI e comunicava la decisione di richiedere
un'autorizzazione speciale per la lettura dei testi di Trotsky.
Per quanto
riguarda la lettera di Grieco a Gramsci, è ormai certo che la missiva, scritta
nel febbraio del 1938, fu approvata da Mosca: in essa, Grieco esaltava Gramsci
per il suo ruolo dirigente del partito e questo, agli occhi dello stesso
Gramsci, fece saltare le trattative in corso per la sua liberazione. È noto che
la lettera non arrivò mai al destinatario, ma gli fu letta dal giudice Macis
che, come riportato nel "Rapporto Gennaro", commentò: "Vede bene
On. che non a tutti rincresce che ella rimanga in carcere". Come Rossi e
Vacca sono costretti ad ammettere, nonostante il goffo tentativo di
giustificare la buona fede di Togliatti, "non vi possono essere più dubbi,
quindi, sul fatto che dalla fine del '32" come emerge da una lettera del 5
dicembre 1932 a
Tania (la cognata) "Gramsci indicasse in Togliatti l'ispiratore della
lettera di Grieco" (p. 164). Tutto questo va associato al fatto che,
nell'autunno del 1927, gli sforzi intrapresi dai dirigenti stalinisti per la
liberazione di Gramsci erano ridicoli: si propone a Mussolini lo scambio con
"qualche sacerdote cattolico detenuto nelle prigioni russe" (si veda
la lettera di Manuilskij a Bucharin, citata a pag. 17). Ovviamente, Mussolini
risponde picche.
Tutto questo fa
pensare a una precisa volontà degli stalinisti di tenere in carcere Gramsci.
Ma, una volta trovati gli indizi, occorre individuare un possibile movente. Per
questo, dobbiamo rivolgere l'attenzione alla congiuntura in cui questi fatti si
verificarono. Siamo alla fine degli anni Venti, quando a Mosca è in atto la
resa dei conti tra Stalin e l'Opposizione di sinistra, che si conclude con
l'espulsione di Trotsky dal partito nel novembre del 1927. Gramsci nell'autunno
del 1926 scrisse due lettere, una a nome dell'Ufficio Politico del PcdI al
Comitato Centrale del Pc russo; una personale a Togliatti. Nella prima egli si
schierava con la maggioranza russa (Stalin e Bucharin) contro le opposizioni,
ma invitava Stalin a "non stravincere"; nella lettera a Togliatti, il
quale sottolineava la necessità di "aderire senza limiti" alla linea
della maggioranza, scrisse senza mezzi termini "il tuo modo di ragionare
mi ha fatto un'impressione penosissima". Fu di poco successivo l'arresto
di Gramsci, una manna dal cielo per lo stalinismo: ci sentiamo di condividere
l'affermazione dei due storici quando sostengono che, in quel contesto, Gramsci
"una volta libero avrebbe rappresentato un problema in più per Stalin"
(p. 12). Se a questo si aggiungono le critiche di Gramsci al cosiddetto
"Terzo periodo" e alla linea del "socialfascismo"[1]
(critiche in parte analoghe a quelle di Trotsky) - critiche che inducono il
collettivo comunista del carcere a emarginarlo e addirittura a chiederne
l'espulsione dal Partito - ben si comprende perché allo stalinismo Gramsci
facesse più comodo come innocua icona e invitato fantasma ai congressi dell'IC che
come autorevole (e scomodo) dirigente in carne ed ossa.
Gramsci "trotskista"?
L'altro
elemento nuovo che emerge dal "Rapporto Gennaro" è la condivisione,
da parte di Gramsci, dell'espulsione, avvenuta nel giugno del 1930, di Tresso,
Leonetti e Ravazzoli, cioè dei tre referenti di Trotsky in Italia: "Nino
mi disse di non preoccuparmi troppo del caso Feroci (Leonetti, ndr) e C. Essi
non sono altro che delle perfette nullità, e molto probabilmente hanno agito
per sola vanità". Similmente, Gramsci si sarebbe detto per nulla stupito
dell'espulsione di Tasca e Bordiga (avvenute negli stessi mesi). È ovvio che le
informazioni che Gramsci aveva in carcere erano limitate, sia sull'espulsione
dei "tre", sia, più in generale, sulla battaglia di Trotsky: di qui,
la sua decisione di leggere direttamente gli scritti di quest'ultimo (gli verrà
concessa solo l'autobiografia, tradotta in quegli anni dalla Mondadori). Altrettanto
ovvio è il fatto che fu proprio la necessità di non trovare ostacoli sulla
strada della definitiva resa dei conti, anche in Italia, con il trotskismo che
indusse Togliatti a mandare Gennaro a Turi per "estorcere" un via
libera.
Al di là di
questo fatto, le relazioni tra Gramsci e il trotskismo sono più complesse di
come Togliatti ha cercato di liquidarle (Togliatti nel 1953 dichiarò che
Gramsci "dette dal carcere il suo consenso alle misure più severe",
cosa che non risulta dal "Rapporto"). Allo stesso tempo, tuttavia,
sono riduttive e semplificate le letture di chi vorrebbe vedere in Gramsci un sostenitore
della battaglia di Trotsky, un "trotskista" di fatto[2]. Vale
la pena di fare un accenno, in questa sede necessariamente limitato, alle
vicende che precedono le già citate lettere di Gramsci dell'autunno del 1926.
Gramsci ebbe,
nelle prime fasi di vita del Partito comunista d'Italia (nato a Livorno nel
1921, da una scissione dal Psi), un ruolo relativamente secondario rispetto a
Bordiga, allora segretario del partito. Fin da subito, emersero discordanze tra
la linea bordighiana del PcdI e quella dell'Internazionale comunista di Lenin e
Trotsky. Fu proprio Trotsky a gestire, in particolare a partire dal III
Congresso dell'Internazionale, i rapporti con la sezione italiana: la polemica,
spesso accesa, verteva sulla tattica del fronte unico, poiché, per dirla con
Trotsky, nei comunisti italiani vi era una "insufficiente comprensione del
nostro compito principale, vale a dire la necessità di conquistare
l'avanguardia della classe operaia"[3]. Il
settarismo e l'ultrasinistrismo dei comunisti italiani portò ad alcuni momenti
di forte tensione nel 1922,
in occasione del II Congresso del PcdI e del IV
Congresso dell'IC. Va ricordato che nel 1922 Gramsci era a Mosca e vi rimase
fino al novembre del '23, dove fu oggetto di attenzioni da parte dei dirigenti
dell'IC, per convincerlo a mettere in discussione l'ultrasinistrismo di Bordiga.
Nel frattempo, cominciava ad emergere la figura di Togliatti, fino ad allora,
nonostante la diversa provenienza politica (Togliatti proveniva, come Gramsci,
dal gruppo dell'Ordine Nuovo), allineato alle posizioni di Bordiga. Il gruppo
di Togliatti cominciò a porsi a metà via tra l'IC e Bordiga.
Per tutto il
1924, Gramsci non prese una posizione netta. Nel frattempo, cominciava - e
questo è un passaggio fondamentale per capire la collocazione di Gramsci
rispetto al dibattito internazionale - la cosiddetta "svolta
zinovevista" nell'IC, con la connessa accesa polemica Trotsky-Zinovev
sulla rivoluzione permanente. Nel giugno del 1924, ebbe inizio il V Congresso
dell'IC, dominato dal trio Stalin-Zinovev-Kamenev (la troika), in polemica con Trotsky a partire dalle critiche che
quest'ultimo aveva mosso alla loro politica in relazione alla Germania. È qui,
in funzione "antitroskista", che la troikaStoria dell'Internazionale comunista, "direzioni devote alla
direzione staliniana e capaci di demolire ogni opposizione reale e
potenziale". Non solo: al V Congresso si cominciò a mettere in discussione
tutto l'impianto dei quattro congressi precedenti, compresa la tattica del
fronte unico. Cominciò al V Congresso l'alleanza di ferro tra Stalin e
Togliatti: la bolscevizzazione significava anzitutto consolidamento del potere
di Stalin ed emarginazione degli elementi considerati pericolosi per esso.
L'anno dopo (1925), al V Esecutivo allargato dell'IC, cui partecipò anche
Gramsci, venne posta la questione della "stabilizzazione
capitalistica", connessa alla formula, elaborata da Stalin qualche mese
prima, del "socialismo in un paese solo". Stalin chiese agli italiani
una presa di posizione sul trotskismo, affidata a Scoccimaro (su mandato del CC
del partito). Gramsci, pur esprimendo fin da subito, a differenza di Togliatti,
riserve sulla teoria del socialismo in un paese solo, rivendicò tuttavia la
giustezza della linea della "bolscevizzazione" (si veda la sua relazione
al CC del PcdI dell'11 maggio 1925). Solo Bordiga, che pure aveva votato a
favore della svolta del 1924, prese nel 1925 una esplicita posizione a difesa
di Trotsky. diede il via alla cosiddetta "bolscevizzazione",
cioè all'intervento diretto nella definizione dei quadri dirigenti delle
sezioni nazionali, col tentativo di rendere monolitici i partiti nazionali,
ponendo alla loro testa, come scrive Frank nella
È in questo
quadro che si collocano le celebri "Tesi di Lione", le tesi del III Congresso
del PcdI (gennaio 1926), che presentavano un carattere contraddittorio. Da un
lato, costituivano il superamento dei precedenti limiti d'impostazione politica
della sezione italiana, con l'acquisizione, grazie all'apporto di Gramsci, di
un approccio transitorio (nonostante alcune accentuazioni
"oggettiviste" e "nazionaliste"); dall'altro lato, furono
redatte all'insegna della "bolscevizzazione", con l'evidente intento
di azzerare l'opposizione di Bordiga (che in quel momento difendeva Trotsky),
nei cui confronti vennero utilizzati metodi poco corretti (falsificazioni,
sospensioni di dirigenti ecc), tanto che Gramsci ottenne addirittura il 90,8%
dei consensi, mentre fino a pochi mesi prima Bordiga controllava le principali
federazioni.
Un tentativo di conclusione
Le prese di
posizione immediatamente successive di Gramsci, lasciano comunque intendere, da
parte sua, una relativa critica alla politica di Stalin, di cui invece
Togliatti era ligio esecutore. Ciononostante, è giusto comprendere la figura di
Gramsci senza lasciarsi trasportare dalla facile tentazione di attribuirgli
posizioni che non furono sue. Senza dubbio, è ignobile che gli stalinisti di
tutti i tempi abbiano preteso di richiamarsi al suo pensiero, quando fu proprio
Stalin a impedirne la scarcerazione. Cercando di trarre un bilancio parziale, è
forse corretto dire che Gramsci fu, per un breve periodo, un alleato
"critico" di Stalin nella battaglia contro Trotsky; ma di cui Stalin
si sbarazzò subito dopo, come fece con tanti altri suoi alleati: nel caso di
Gramsci, perché egli, a differenza di Togliatti, non era disposto a rinunciare alla
sua battaglia politica, comunque inconciliabile col revisionismo e col
gradualismo riformista, per la cieca fedeltà a una cricca di burocrati: è per
questo che nessun tentativo reale fu fatto in funzione della sua liberazione.
[1] Cioè l'equivalenza tra
socialdemocrazia e fascismo o addirittura la maggiore pericolosità della
socialdemocrazia rispetto al fascismo, con il conseguente rifiuto della tattica
del fronte unico.
[2] Faccio riferimento, in
particolare, ai limiti di certe letture antistaliniste, a partire da Livio
Maitan e Antonio Moscato.
[3] Si veda L. Trotsky, Scritti sull'Italia, Massari editore,
1990, p. 55.
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