Deve decidere la
donna!
Aborto: difendiamo
il principio di autodeterminazione della donna
Sabrina Pattarello
Perché
una donna decide di interrompere la gravidanza?
Proviamo
a dare una risposta a questo complesso interrogativo, dai risvolti squisitamente
intimi e soggettivi, evitando di far ricorso all’ipocrisia bigotta e moralista
di certa informazione borghese di ispirazione clericale, spostando l’angolo di
visuale sulle questioni materiali e sulle carenze culturali indotte che portano
le donne a compiere la scelta travagliata dell’aborto o dell’abbandono del
figlio, lasciate sole dalla collettività e spesso completamente disarmate di
fronte a problemi economici e di sussistenza.
E
provando a pensare la donna come personaggio principale del dramma e come
protagonista assoluta della sua esistenza.
Donne in bilico
Le
donne sono vittime della disoccupazione e del lavoro precario in percentuale
maggiore rispetto agli uomini, e spesso la loro condizione di estrema
ricattabilità sul posto di lavoro parte dal mancato riconoscimento della
funzione sociale della maternità. La legislazione del lavoro non è alleata
delle madri lavoratrici e non offre la tutela necessaria ad evitare la diffusa
prassi del licenziamento in seguito alla certificazione di gravidanza: la donna
diviene più vulnerabile ed attaccabile, perché il sistema capitalista scarica
sulla famiglia (ed essenzialmente sulla donna) i costi umani e sociali dei
lavori di cura, educazione e mantenimento della prole.
La
scelta operata dall’attuale governo di abbattere le spese a favore dello stato
sociale per reperire risorse in grado di rilanciare il capitalismo italiano e
per finanziare guerre imperialiste di rapina, non sostiene il desiderio di
maternità: mancanza di asili nido aperti anche oltre l’orario lavorativo, di
mense pubbliche e lavanderie a prezzi sociali aggravano la condizione femminile
in generale, e ancor più la condizione di una lavoratrice con figli.
Il
potere d’acquisto di un salario medio è spesso insufficiente a sostenere le
spese di mantenimento necessarie alla crescita e all’educazione di un figlio:
il salario percepito da una donna, a parità di mansione e orario, continua ad
essere inferiore mediamente del 30% a quello maschile, già livellato al basso e
messo in pericolo dal duro attacco sferrato al Ccnl da Confindustria, con
l’avvallo del governo e debolmente contrastata dal sindacato.
La
privatizzazione in atto nel settore della sanità ha determinato la chiusura o
la drastica riduzione di orario dei consultori pubblici: viene così a mancare
un importante punto di riferimento per tutte le donne, in particolare le più
giovani e le immigrate, dove ricevere consigli, promuovere l’educazione alla
salute e all’uso responsabile dei mezzi contraccettivi, nell’ambito di una
sessualità vissuta liberamente e consapevolmente, e con un ministro cattolico
alla Pubblica Istruzione la diffusione dell’educazione sessuale tra giovani e
giovanissimi è destinata a rimanere un’utopia.
Il
ricorso alla pratica abortiva è in aumento proprio tra le giovani e tra le
donne migranti, doppiamente vittime di un sistema economico basato sullo
sfruttamento e sulla prevaricazione, costrette a confrontarsi con una legge
sull’immigrazione repressiva e xenofoba, solo apparentemente alleggerita dalle
recenti riforme introdotte. Spesso oppresse da costumi culturali e religiosi
che negano la loro dignità di esseri umani, ridotte in schiavitù e costrette a
prostituirsi fin da bambine tra la generale indifferenza delle istituzioni -
che al massimo si preoccupano di sottrarle alla vista dei perbenisti, offesi
dalla loro presenza lungo le strade - diventano merce a buon mercato da
sfruttare.
Il dibattito sulla
legge 194 sul diritto all’aborto
Il
dibattito sul diritto all’aborto e i periodici e gratuiti attacchi alla legge
che ne regola l’applicazione continuano ad essere all’ordine del giorno.
In
Italia il diritto all’aborto è garantito dalla legge 194, approvata nel 1978,
frutto di un compromesso tra sinistra e forze borghesi e di matrice clericale:
pur presentando gravi lacune in ordine a possibili ingerenze esterne nel
percorso decisionale soggettivo della donna, ha sicuramente determinato un
passo in avanti per l’autodeterminazione femminile, e negli ultimi vent’anni ha
fatto scendere gli aborti da un numero di 234.801 nel 1982 a 139.386 nel 1999
A
somme linee, la legge prevede la possibilità di ricorrere all’interruzione
volontaria di gravidanza (Ivg) entro i primi 90 giorni della gestazione in
presenza di un serio pericolo in relazione allo stato di salute fisica o
psichica della donna. Viene lasciato ampio margine di discrezionalità alle
strutture e agli operatori sanitari ed è previsto che anche il padre del
nascituro esprima il suo parere. Per le minorenni è necessario l’assenso di chi
esercita la patria potestà o la tutela: nel caso in cui le volontà espresse
siano tra loro difformi, prende il via un complicato e lungo iter burocratico
che prevede l’intervento del giudice tutelare.
La
194 contempla inoltre la possibilità della presenza nei consultori e nelle
strutture sanitarie preposte di associazioni di volontariato con il compito di
distogliere la donna dal proposito di abortire.
E’ concreto il rischio che le corsie degli ospedali e le sale d’attesa
dei consultori diventino luogo d’azione di fondamentalisti cattolici fanatici,
animati dallo scopo di limitare la scelta di autodeterminazione della donna in
un momento per lei cruciale. Il Movimento per la Vita, la più importante
associazione antiabortista cattolica italiana, era presente alla recente
Conferenza Nazionale della Famiglia di Firenze del 24-26 maggio scorso con un
documento teso a mettere in discussione il ruolo già insufficiente dei
consultori pubblici, che “devono essere pensati come strumento univocamente
alternativo all’aborto, non come luogo di autorizzazione all’aborto.
Conseguentemente ne devono essere modificate la composizione e la metodologia
di intervento”.
La
legge 194 permette inoltre agli operatori sanitari di sollevare obiezione di
coscienza, scardinando il principio del diritto all’aborto. I dati che
riguardano l’obiezione sono allarmanti: in Veneto ben l’80% di medici ed
operatori sanitari pratica l’obiezione, con picchi che raggiungono il 90% nei
centri più piccoli; le percentuali sono molto alte in tutto il Nord Italia.
La
reintroduzione ad opera del ministro diessino Livia Turco della pillola RU486,
un farmaco ampiamente utilizzato all’estero, che permette un aborto meno
invasivo rispetto all’intervento chirurgico, rappresenta una vittoria a metà:
per continuare a mantenere il controllo sul corpo della donna e limitarne il
potere di decidere per sé stessa, per il ricorso all’uso della pillola - che
potrebbe essere assunta anche a casa senza rischi per la salute - è previsto un
ricovero ospedaliero più lungo che per l’intervento.
Anche
il fallimento del referendum per l’abrogazione della legge 40 sulla
fecondazione medicalmente assistita – che riconosce al concepito lo status
giuridico di persona – ha contribuito ad intaccare la 194 e ad aprire nuove
brecce nel suo impianto giuridico.
In difesa dell’autodeterminazione
delle donne
Il
Partito di Alternativa Comunista difende e sostiene la legge 194 che, pur se
limitata, ha ridotto drasticamente le pratiche clandestine e ha contribuito ad
affermare il primato decisionale della donna in tema di procreazione. Le
compagne e i compagni del PdAC rivendicano un pieno e cosciente controllo della
sessualità e della procreazione da parte delle donne proletarie e delle donne
migranti, senza alcuna ingerenza da parte della Chiesa e dello Stato borghese,
all’interno di una più vasta e generale lotta per l’affermazione di condizioni
materiali di vita e di lavoro migliori, perseguite attraverso la piena
occupazione e contro tutte le leggi precarizzanti, a favore di livelli
salariali più alti, per la corresponsione di un salario sociale a disoccupati e
precari. Continuiamo la battaglia che ci vede impegnati ad ottenere servizi
sanitari e sociali pubblici e gratuiti, garantiti a tutte le lavoratrici e a
tutti i lavoratori, e una scuola pubblica gratuita e laica, dove educare le
giovani generazioni a una sessualità libera e consapevole.
Difendiamo
l’autodeterminazione delle donne nell’ambito del processo di emancipazione
della classe lavoratrice, per un’alternativa di società e di potere: per il
socialismo.
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