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Le servitù militari in Sardegna
Un problema politico a cui il centrosinistra non può dare risposte
Luigi Pisci
Qualche dato
In Sardegna è
dislocato il 66% delle servitù militari italiane. In Italia ammontano a circa 40.000 ettari; 24.000 ettari sono
concentrati in Sardegna. Il 95% di questi 24.000 ettari è
occupato da tre poligoni permanenti terrestri, aerei e navali: Poligono Interforze
Salto di Quirra (Pisq) h.12.700; Capo Teulada, h 7.200; Capo Frasca h 1.416.
I
poligoni permanenti sono
le aree del demanio dove si svolgono le attività più devastanti, a più alto
rischio e maggiore impatto ambientale, le esercitazioni a fuoco dove viene
impiegato munizionamento da guerra. Si prolungano in mare e in cielo nelle “zone interdette o dichiarate pericolose
alla navigazione aerea e marittima”, adibite a esercitazioni,
combattimenti aerei e navali. Una sola delle quattro zone cielo/mare collegate
al Pisq si estende per 2.840.000
ettari, una superficie che supera quella dell’intera
Sardegna. Il mare annesso al poligono di Capo Teulada si estende “solo” per 750
kmq.
Il significato politico e l’impatto sociale delle servitù militari
sarde
La questione delle basi militari
è ormai diventata centrale nel panorama politico isolano. Recenti ricerche
indipendenti hanno confermato ciò che da anni viene denunciato da movimenti e
associazioni impegnate su questo fronte: le zone abitate limitrofe alle basi
presentano percentuali di malattie genetiche e oncologiche ben superiori alla
media nazionale. Accanto all’emergenza sanitaria si pone quella
economico-produttiva. Le attività tradizionali come la pesca, la pastorizia e
l’agricoltura sono state colpite inesorabilmente dall’invasività delle esigenze
militari, mentre il pericolo di gravi incidenti durante le esercitazioni rappresenta
una spada di Damocle per le popolazioni. In Sardegna, nonostante l’evidenza di
queste problematiche, permane diffusamente la convinzione che le servitù
garantiscono un numero di buste paga non sostituibile e un indotto a cui non si
può rinunciare. In una realtà depressa si paga il prezzo della necessità
pressante che, spingendo l’individuo a ragionare sul contingente, distoglie le
menti da un ragionamento più sistematico e complessivo del problema e delle
relative soluzioni. Ma c’è anche la
Sardegna che non si arrende e che tra diffidenze e
mistificazioni è riuscita in questi anni a presentare attraverso la scrupolosa
raccolta dei dati una verità ormai non più eludibile. La politica è corsa ai
ripari, cercando di cavalcare ipocritamente il cavallo del “no alle basi”. Per
condurlo fino al traguardo? Macchè! Per domarlo.
La lotta alle servitù militari della giunta Soru: il cavallo di
battaglia “zoppo” del centro-sinistra
Nel 2004 il centro-sinistra
vince le elezioni e Renato Soru diventa presidente della giunta dopo una
campagna elettorale caratterizzata anche dal tema delle servitù militari. Tanti
sardi di buona fede hanno creduto alle promesse del presidente e dei partiti
accorsi in suo sostegno, Rifondazione in prima fila. Per due anni la scarsità
dei risultati è stata addebitata ai cattivoni militaristi e guerrafondai del
centrodestra. Oggi la giunta Soru, grazie al sostegno del governo amico
dell’Unione, annuncia ai sardi la liberazione dalla presenza americana della
base de La Maddalena
e la restituzione di altri
plessi militari. Il cavallo è giunto quindi al traguardo? Comunque la si pensi chi
si aspettava uno stallone di razza si è dovuto accontentare di un ronzino che
per giunta zoppica vistosamente.
Nell’estate del 2006 in un carteggio tra
ministero della difesa e regione Arturo Parisi
non lascia margini a illusioni o dubbi interpretativi. Nella lettera
indirizzata a Soru, affinché chi ha da intendere intenda, mette in chiaro
l’esigenza basilare del suo dicastero: “La
disponibilità di assetti di vitale
importanza per l’addestramento avanzato del personale militare per i
compiti istituzionali”. L’addestramento avanzato può svolgersi
solo nei poligoni permanenti. Il ministro, “opportunamente”, evita di nominarli
e li classifica “di vitale importanza”, dunque imprescindibili e
intangibili. Denudato dalle furberie lessicali il messaggio è di un’arroganza
estrema: i poligoni, il 95% del gravame militare inflitto alla Sardegna, non è
oggetto di trattativa.
Inoltre le conquiste relative alla base usa de La Maddalena si stanno
rilevando fumo negli occhi. La base USA è inglobata dentro il demanio della
marina italiana. Media e politici vari hanno fatto a gara per alimentare il
solito polverone confondendo servitù, demanio militare italiano e base
Usa. Il sottosegretario Casula ha colto al volo i vantaggi della “confusione”
per presentarsi come paladino del popolo sardo e rinnovare l'impegno che lo
Stato restituirà alla Sardegna tutti i beni dismessi dalla US Navy, in cambio
si tiene stretto il suo demanio militare. Troppo generoso! I beni Usa sono inesistenti!
A La Maddalena
la base atomica Usa usufruisce di edifici con normali contratti di locazione
(regolari e in nero) stipulati con privati cittadini. A S.Stefano è
"ospitata" all’interno del demanio militare italiano.
L'unico "bene" che lo zio Sam ci lascerà è la contaminazione e
la spazzatura.
Il ministro Parisi assicura che la bonifica, obbligatoria in territorio Usa,
non è necessaria in territorio sardo, il presidente Soru concorda, i partiti
della sinistra dell’Unione si rifugiano nel silenzio-assenso. Soru sta
ingannando i sardi. Gli interessi dell’imperialismo americano lasciano il posto
a quelli dell’imperialismo italiano.
I militanti sardi del PdAC sono consapevoli che il problema
delle servitù militari non verrà risolto per vie meramente istituzionali ma
solo attraverso l’occupazione permanente dei poligoni da parte della
popolazione locale, dei lavoratori penalizzati e dai movimenti. L’azione del
movimento dovrà essere finalizzata a legare indissolubilmente
anti-imperialismo, anti-capitalismo e tutela del territorio.
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