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Abruzzo: Teleco, l'ennesima crisi PDF Stampa E-mail
lunedì 31 ottobre 2005

Per la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio

di Alberto Faccini

Con l'11 settembre si ha una battuta d'arresto per le nuove tecnologie e, quindi, anche per le fibre ottiche, ma la Teleco riesce a reggere il colpo per il ritorno al cavo di rame. Ma, dato che per la Corning centrale è a produzione della fibra ottica, si decide a vendere l'impresa. L'acquirente è l'inglese Martin Meade, già proprietario di un'azienda di cavi a Frosinone.

"Il signor Meade sarebbe però quello che in gergo si dice un "erminatore d'impresa" L'inglese fonde i due stabilimenti e dimezza il capitale sociale (per sanare il bilancio disastrato di Frosinone). Sull'orlo della bancarotta dcide di vendere, a costo zero"(Il Manifesto, 27/08/05). Quindi subentra la famiglia Di Michele di Silvi (Teramo), specializzata nel ramo immobiliare.

Dopo che lo stabilimento di Frosinone è fermo già dal 2004, nel 2005 anche lo stabilimento di Roseto vede i propri macchinari immobili. Nella prima parte dell'anno gli stipendi vengono regolarmente pagati e nasce nei lavoratori il sospetto che si voglia scindere la parte immobiliare (per salvaguardarla) da quella industriale (da portare verso il fallimento). Ci sono le prime manifestazioni, le prime mobilitazioni dei lavoratori, che portano al licenziamento del segretario della sezione del Prc di Roseto, Roberto Di Giovannantonio, membro del direttivo Filcea - Cgil.

La crisi si acutizza quando cominciano i ritardi e i mancati pagamenti degli stipendi. Durante l'estate i lavoratori hanno presidiato i cancelli della Teleco per oltre 40 giorni.

Oggi tutto ruota attorno a due ipotesi. La prima è auspicata dalla proprietà, ovvero l'amministrazione controllata, che lascia il controllo dell'impresa all'imprenditore, seppur sotto il controllo dell'autorità giudiziaria e che consente la dilazione dei pagamenti fino a due anni, al fine di raggiungere un risanamento, ma che potrebbe ridursi ad un'anticamera del fallimento, come spesso accade.

La seconda è auspicata dai sindacati e dalla maggioranza del Prc (vedasi interrogazione a risposta scritta 4.13762, 18/4/05, Giordano, Gianni, Provera) dell'applicazione della "Prodi bis", ovvero l'amministrazione straordinaria. Questa è una procedura giudiziaria - amministrativa che sottrae l'amministrazione dell'impresa all'imprenditore e l'affida a commissari indicati dal governo che redigono e realizzano o un piano di cessione dei complessi aziendali, o un piano di ristrutturazione economica. L'auspicio è, come più volte espresso dai lavoratori, che avendo i macchinari, avendo il personale qualificato e le commesse, si possa, con una nuova proprietà, rilanciare la produzione.

La domanda è, quindi, sempre la stessa: lasciare che le patologie del mercato siano risanate dagli anticorpi dello stesso, magari iniettati dallo Stato interventore? oppure avanzare la richiesta, evidentemente legittima in casi del genere, di nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio e sociale le aziende in crisi, che licenziano, che inquinano?

*Cordinatore regionale di Progetto Comunista in Abruzzo

 
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