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Afghanistan: banco di prova per l'imperialismo PDF Stampa E-mail
giovedì 11 ottobre 2007
Afghanistan: banco di prova per l’imperialismo
Gli sconvolgenti dati del profitto delle grandi imprese nel Paese
 
 
di Claudio Mastrogiulio
 

Un comunista, per capire ed interpretare la realtà che lo circonda, osserva il mondo attraverso la chiarificatrice lente della lotta di classe a partire dalle basi materiali della realtà e dai rapporti di forza tra le classi sociali in campo: borghesia e proletariato. Questi rapporti non sono variati nel tempo, e anzi, si sono resi maggiormente macroscopici e facili da osservare per chi come noi legge oggi le dinamiche della società con il metodo del materialismo e della lotta di classe.
Basta avere un’autonomia di pensiero e un quoziente intellettivo appena superiore ad un “celodurista” qualsiasi per capire che la situazione mondiale rispecchia chiaramente un disegno di egemonia politica, economica e sociale così imponente da far impallidire il pangermanesimo hitleriano. Nel Terzo Reich si proclamava la “superiorità della razza ariana”, oggi, in quello che De Andrè chiamava “Quarto Reich”, si straparla di “lotta al terrorismo”,“Stati canaglia”, “esportazione della democrazia”,“missioni umanitarie” (sempre però accompagnate da divisioni corazzate, bombe cluster, napalm, e generalmente contigue a qualche pozzo petrolifero).
Uno degli esempi più eclatanti di questo infame progetto è stata ed è tuttora l’invasione interimperialistica dell’Afghanistan; interimperialistica perché se ad iniziare la guerra sono stati gli Usa, cioè i capofila dell’imperialismo mondiale, a ruota troviamo Gran Bretagna, Italia, Canada, Norvegia, Olanda, Francia, Germania, Australia e Nuova Zelanda, vale a dire gran parte dei paesi appartenenti al G8. Questo dato oggettivo ci porta inevitabilmente ad affermare che dietro tutte le giustificazioni ideologiche e le coperture più o meno evidenti dell’oppressione, di un popolo su un altro, di una classe su un’altra, ci sono sempre gli squallidi interessi particolari del manipolo di capitalisti che dominano gli Stati nazionali ed il mondo intero. Ci obiettano che Bush avrebbe iniziato questa assurda guerra con ancora negli occhi gli assurdi attentati dell’11 settembre, ma non è affatto in questi termini che va posta la questione. Sono infatti di dominio pubblico le informazioni che certificano la totale ininfluenza del casus belli rispetto alla decisione di invadere l’Afghanistan (ininfluente, tra l’altro, come tutti i casus belli nella storia dell’umanità). Il 18 settembre 2001 Niaz Naik, ex ministro degli Esteri pakistano dichiarò che già a metà luglio dello stesso anno venne informato da ufficiali statunitensi circa un’imminente azione militare contro l’Afghanistan che avrebbe dovuto tenersi nell’ottobre seguente. Naik dichiarò anche che gli Usa non avrebbero rinunciato all’invasione dell’Afghanistan nemmeno se i Talebani gli avessero consegnato Bin Laden.
 
Dati sui profitti dell’industria bellica mondiale ed italiana
Così come la propaganda tedesca, nel corso dell’invasione della Francia nel 1940, bollava come "terroristi" i resistenti, anche nell’odierna versione dell’imperialismo la propaganda si accolla il lavoro di fino, quello cioè di imbonire le menti delle masse con la precisa mistificazione della realtà. E così, ad esempio, leggiamo e sentiamo quotidianamente di “missioni umanitarie”, “aiuti umanitari”, “stabilizzazioni del Paese” e così via. Nessuno parla delle oltre cinquemila vittime civili afgane, nessuno parla delle atrocità commesse dagli eserciti imperialistici nei confronti di un popolo inerme. In Afghanistan si assiste in maniera puntuale all’abolizione di qualsiasi diritto umano, a crimini di guerra, a torture sottaciute dall’intellighenzia occidentale, la quale però non manca di esaltare gli epigoni del proprio imperialismo. E se poi qualche servo della Cia o dell’esercito invasore muore durante la repressione di legittime resistenze degli oppressi, ecco che centinaia di editoriali ed articoli vari vengono spesi per ricostruire il “glorioso atto del caduto in nome della patria” (e dell’Eni o Finmeccanica).
Nel marzo del 2002 alti ufficiali della Cia autorizzarono "dure tecniche" di interrogatorio; contestualmente l’amministrazione Bush dichiarò che i membri di al-Qaeda catturati sul campo di battaglia non erano soggetti alla Convenzione di Ginevra. Le tecniche di interrogatorio tuttora prevedono la possibilità di scuotere e schiaffeggiare i prigionieri, incatenarli in posizione eretta, tenerli in una cella fredda e bagnarli con acqua. Gli Usa, ovviamente, operano in una prigione segreta a Kabul dove queste tecniche sono autorizzate.
Ed ora arriviamo ad uno degli aspetti più salienti e al contempo evidentemente classisti dell’imperialismo: i profitti miliardari delle aziende multinazionali produttrici di armi e le conseguenti ed esorbitanti spese militari dei diversi Stati. Così possiamo osservare che, secondo dati risalenti al 2005, la principale azienda mondiale di armamenti è la Boeing Usa con vendite di armi per oltre 28 miliardi di dollari, seguita dalle statunitensi Northrop Grumman (27,6 mld), Lockheed Martin (26,5 mld), dalla britannica Bae System (23,2 mld) ed ancora da due aziende americane: la Raytheon (19,8 mld) e la General Dynamics (16,6 mld). In totale nel mondo, nel 2005, le vendite di armamenti sono salite a 290 mld di dollari.
E l’Italia . Con i “pacifisti” del Prc, Pdci, Sd e Verdi al governo sarà diminuita la produzione bellica? Questo è l’esempio di una domanda retorica che in una tragicommedia genererebbe il grottesco; nel 2006, infatti, l’Italia segna un record ventennale con 860 milioni di dollari di esportazioni militari: era dal 1985 che non venivano superati gli 800 milioni di dollari di esportazioni militari. Per quest’anno, inoltre, il governo amico (dei padroni) ha votato il rifinanziamento per l’invasione militare dell’Afghanistan con lo stanziamento di 310 milioni di euro per il 2007. 2007: cioè l’anno che ha visto la finanziaria “lacrime e sangue” stangare i lavoratori, lo scippo del Tfr, l’innalzamento dell’età pensionabile, il protocollo Damiano, la riforma Fioroni; tutte manovre volte a far pagare al proletariato italiano la crisi del capitalismo, sfociata inevitabilmente nella sua fase suprema e nel suo imputridimento, l’imperialismo.
 
La battaglia dei comunisti
Chi, come il Pdac, ha l’obiettivo reale di contribuire al cambiamento dello stato di cose presente non farà certo mancare la propria solidarietà antimperialista alle vittime del vile attacco delle forze multinazionali in Afghanistan. È altrettanto chiaro che in questo scenario i comunisti devono dar vita ad un fronte unico con le organizzazioni della resistenza, mantenendo la propria autonomia politica ed organizzativa, tentando di indirizzare la maggior parte delle masse verso orizzonti scevri da qualsivoglia estremismo religioso e caratterizzati da precisi connotati di classe; con l’obiettivo di eliminare le radici politiche ed economiche dell’imperialismo e di tutto il portato eccezionalmente sfruttatore che lo caratterizza.
 
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