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L'intreccio rendita profitto e quello Unione-Prc PDF Stampa E-mail
lunedì 31 ottobre 2005

di Alberto Airoldi

Come si chiamerà la politica di discontinuità col "neoliberismo" che il Prc andrà a proporre all'Unione? Bertinotti ha cercato di rispondere alla domanda nelle conclusioni dell'ultimo Cpn. Non si chiamerà "patto tra i produttori", perché di questo si potrebbe parlare solo in una fase di espansione. Il nome forse gli strateghi di marketing non l'hanno ancora inventato, o l'hanno scritto su post-it sparsi al vento come le foglie della Sibilla, ma una cosa Bertinotti l'ha chiara: bisogna intervenire sulla rendita, alleandosi col profitto (per rendita intende, keynesianamente, anche i proventi dagli investimenti borsistici). Certo, lui lo sa che le due cose sono connesse, ma, come dice Alfonso Gianni: "il mix tra rendita e profitto non è sempre uguale in tutte le situazioni storiche" (Il Manifesto, 30/9/2005), e da ciò discenderebbe l'esistenza di un grande margine per colpire le abnormi rendite italiane. Di lì sgorgherebbero le risorse per politiche sociali, investimenti pubblici, sostegno alla ricerca.

Vediamo quale fondamento hanno questi ragionamenti dal punto di vista economico. Una disponibilità ad aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie, allineandola ai livelli europei, è venuta perfino dalla Confindustria, ma, da questa operazione, non si ricaverebbero più di 4 miliardi l'anno. Solo la manovra di correzione del disavanzo, per rispettare i dettami di Maastricht, impostata da Tremonti e criticata dall'Unione come lassista, costa 11 miliardi all'anno (R. Realfonzo, Il Manifesto, 24/9/2005). Oltre non sembra ci si possa spingere, ma perché? Il motivo sta proprio nella profonda interrelazione tra rendita e profitto. Le aziende, in particolare quelle grandi, utilizzano i mercati finanziari per autofinanziarsi. Le multinazionali dismettono settori produttivi a basso tasso di profitto per sviluppare le proprie attività finanziarie. Il profitto e la rendita sono parti costitutive dello stesso soggetto economico. Questo fenomeno è connaturato col capitalismo. Marx considerava la rendita come una "detrazione dal profitto complessivo". Lenin individuava come una delle caratteristiche fondanti dell'imperialismo: "La fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo ècapitale finanziario' di un'oligarchia finanziaria". L'affermazione di Gianni poco sopra riportata è in sé vera, ma superficiale. La domanda è: perché la rendita è oggi così elevata? Lo spostamento verso la rendita è tipico di tutte le fasi di crisi dell'accumulazione capitalistica. Quando parliamo di rendita finanziaria oggi intendiamo fenomeni che hanno acquisito le seguenti dimensioni: i flussi per acquisto di titoli sono passati dal 5,9% del Pil per quanto riguarda gli Usa nel 1979 al 145,2% nel 2000. Ancor più marcata la tendenza giapponese: dal 2,8% al 192% ed europea: dal 4,6% al 175,3%. La speculazione sui cambi monetari ha invece raggiunto una dimensione pari a 100 volte il commercio internazionale. Vi è poi il sempre più fantasioso e indecifrabile mercato dei futures, che ha raggiunto la metà del valore del Pil mondiale, pur essendosi sviluppato solo a partire dalla fine degli anni '80. Forse Gianni e Bertinotti credono che gran parte di questi capitali siano concentrati nelle mani di qualche perfido speculatore: una congiura di Soros e amici. O, più probabilmente, covano l'illusione keynesiana secondo cui, se si penalizza la rendita, gli investimenti tornano nella sfera produttiva. Si tratta, ripeto, di un'illusione superficiale: se non si investe più nella produzione è perché vi è una crisi di sovrapproduzione, i profitti attesi in gran parte dei settori economici sono insufficienti. Ci insegna Henrych Grossman che: "La borsa è un mezzo per supplire all'insufficiente valorizzazione dell'attività produttiva con profitti che affluiscono dalle perdite sul corso delle azioni di estese masse di piccoli capitalisti, la cosiddetta mano debole, ed è quindi un potente mezzo per la concentrazione del capitale monetario. Il capitale privo d'investimento si procura così una serie canali di deflusso".

Perché mai i grandi imprenditori e i grandi banchieri che si apprestano a sostenere l'Unione dovrebbero lasciare abbattere una scure sulle rendite finanziarie, immobiliari, ecc.? Perché Tronchetti Provera, che ha dimesso interi settori produttivi per dedicarsi alle protettissime utilities (pubbliche utilità a monopolio naturale, come la telefonia) e al settore immobiliare dovrebbe, grazie all'Unione, tornarsi ad appassionare ai cavi e alla gomma? Tra l'altro la migrazione verso le utilities è stata proprio una conseguenza della politica di privatizzazioni fatta dall'Ulivo. Che cosa ne pensano di un pesante intervento sulle rendite D'Alema e i suoi amici Colannino, Gnutti e Ricucci? Il problema non è colpire le rendite (dipinte come cattive e parassitarie), ma colpire il capitale finanziario, inteso come lo intendeva Lenin: ossia l'intreccio rendita-profitto. Si tratta quindi di proporre una politica anticapitalistica, che non subordini gli interessi di classe dei lavoratori ai profitti e alle rendite padronali. Una politica che nell'intreccio Prc-Unione ha la stessa accoglienza del cabaret o della fantascienza, ma che è l'unica che, non illudendo gli erbivori della savana che esistono leoni buoni e leoni cattivi e che la loro salvezza sta nell'allearsi coi primi contro i secondi, permette di porre la questione dal punto di vista dell'autonomia di classe.

 
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