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Via le truppe dall'Afghanistan! PDF Stampa E-mail
lunedì 16 aprile 2007

Continua l'offensiva imperialista

Via le truppe dall'Afghanistan!

 

Davide Margiotta

 

Il governo dell'Unione ha il preciso mandato della borghesia di proseguire la guerra in Afghanistan, Paese strategicamente fondamentale nella competizione mondiale. Anche le ultime vicende, come gli attacchi contro le truppe di occupazione italiane o il rapimento di Daniele Mastrogiacomo, sono state manipolate in vario modo dalla propaganda di guerra allo scopo di aumentare l'impegno militare italiano come richiesto dalla Nato e dagli Usa. Il rapimento del giornalista di Repubblica è stato utilizzato anche dal governo per ottenere la fiducia al Senato sulle missioni coloniali.
Non è un caso che la sua liberazione sia avvenuta in tempo per il voto di fiducia, mentre il suo interprete Adjmal sia stato lasciato alla mercè dei suoi rapitori. Così come nulla è stato fatto per ottenere la scarcerazione di Hanefi, il mediatore dell'operazione che ha portato alla sua liberazione, arrestato dai "servizi afgani". A questo proposito sono esemplari le dichiarazioni di Bertinotti a Repubblica il 22 marzo: "... sono orgoglioso di vivere in un Paese le cui istituzioni ed il cui governo in maniera coesa riescono a realizzare una trattativa ed a salvare una vita umana. E' stata fatta la trattativa come si doveva, utilizzando tutte le forze ufficiali e informali dentro un progetto guidato dal governo. Penso che possiamo dirci orgogliosi di questa operazione".

 

Il voto in parlamento

 

Al di là della retorica pacifista di alcuni partiti di governo, tutto l'arco parlamentare si è schierato con la propria borghesia ed ha votato il rinnovo delle missioni coloniali (Iraq, Afghanistan, ma anche Africa e Balcani). Il voto è stato preceduto da accorati appelli di Fassino e Marini all'unità istituzionale e al senso di responsabilità.
Un ordine del giorno bipartisan proposto dal leghista Calderoli e modificato di comune accordo per poterlo votare tutti assieme, che "impegna il governo a promuovere tutte le iniziative finalizzate a garantire la sicurezza del nostro personale militare e civile presente sul territorio afgano" è stato accolto da entrambi i poli della borghesia. In parole povere, si tratta di un ulteriore stanziamento di guerra di 488 milioni di euro e dell'invio in Afghanistan di nuovi mezzi aerei e terrestri da combattimento e di altre tre compagnie della brigata Sassari, per far fronte all'impiego più diretto delle truppe italiane contro i resistenti.
I sedicenti pacifisti del governo di guerra hanno addirittura sbandierato come una vittoria l'accoglimento dei loro ordini del giorno sul monitoraggio delle missioni e la verifica dei risultati ottenuti, in vista di una fantomatica Conferenza di pace. Per il senatore "ribelle" Turigliatto, che pure ha votato contro il singolo provvedimento, nemmeno questa ennesima prova della reale natura del governo Prodi è stata sufficiente a far venir meno la sua "fiducia critica". Poco dopo il voto è stato convocato il Consiglio supremo della difesa presieduto dal capo dello Stato Napolitano, per discutere "le modalità di attuazione dell'impegno assunto in parlamento".

 

La resistenza afgana e l'offensiva di primavera

 

L'aumento dello sforzo bellico è reso necessario dal rafforzamento della resistenza afgana, che controlla di fatto intere province, come Helmand, Paktia, Khost e Zabul.
Il fronte della resistenza è composito e non è più limitato ai soli talebani: da tempo è operativo un consiglio di guerra, esteso a diversi "signori della guerra", che all'inizio dell'invasione appoggiavano le truppe coloniali e venivano più elegantemente chiamati "mujaheddin". Tra i diversi gruppi troviamo il movimento di Gulbuddin Hekmatyar (vecchio amico di Washington ed ex ministro afgano), che gode di grande prestigio tra la popolazione. Anche alcune tribù pakistane, storicamente in lotta tra loro, come Wazirs e Dawar, si sono unite alla lotta di liberazione.
Questa ampia rete di alleanze ha permesso ai talebani di costituire il cosiddetto "stato islamico di Waziristan", in territorio pakistano, dotato di una propria amministrazione, un proprio sistema giudiziario (la Sharia), poliziesco e fiscale. E' proprio questa nuova resistenza ad aver lanciato sotto un unico comando l'offensiva di primavera.
La crescente forza degli insorti è ben misurabile dal cambio di strategia: se prima gli attacchi partivano dalle basi in Pakistan, adesso l'obiettivo è quello di consolidare delle basi in territorio afgano, forti dell'appoggio popolare. Per arginare il dilagare della resistenza, anche la Nato ha lanciato la propria offensiva di primavera; ufficializzata il 5 aprile dal capo degli stati maggiori del Pentagono, Peter Pace, ma di fatto iniziata alcune settimane prima, con l'avvio dell'operazione Achille (che impiega oltre cinque mila uomini) ai primi di marzo.
La popolazione locale ha manifestato in diverse occasioni contro la brutalità delle operazioni Nato, su cui spicca la strage compiuta il 5 marzo lungo l'autostrada che collega Tokhar con Jalalabad, quando i soldati Usa uccisero almeno sedici civili. Il loro convoglio, dicono, era stato attaccato da un attentatore suicida, ma tutte le testimonianze parlano di pura e semplice rappresaglia contro malcapitati civili e di corse sull'autostrada sparando a qualsiasi cosa si muovesse. Purtroppo non esistono prove visive dell'accaduto, poichè le truppe occupanti hanno distrutto il materiale che i reporter di Associated Press avevano girato.

 

Rompere col governo di guerra!

 

I lavoratori non hanno nulla da guadagnare in una guerra contro altri lavoratori e contro popoli oppressi. Al di là delle parole e degli auspici, la guerra imperialista potrà essere fermata solamente dalla sconfitta militare ad opera della resitenza e dalla sconfitta politica dei governi di guerra nei Paesi imperialisti. Questo non significa in alcun modo sostenere la politica reazionaria dei Talebani: ogni ricatto morale in questo senso è frutto o della malafede o della ignoranza dell'elementare concetto marxista che ogni sconfitta dell'imperialismo è una vittoria per il proletariato.
Il primo dovere di un rivoluzionario di fronte alla guerra imperialista è lottare contro il proprio governo di guerra. Nessun sostegno al governo Prodi, seppur "critico", è ammissibile.

 
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